“Nel mondo devi provare a metterci dentro quel che ti sembra mancare”. Intervista a Giovanni Succi

Home / Rubriche / Arte racconto / “Nel mondo devi provare a metterci dentro quel che ti sembra mancare”. Intervista a Giovanni Succi

Le volte che ho visto Succi dal vivo era sempre alto, solo e con versi in bocca. Versi suoi e versi del medioevo che Succi, con voce grave di sabbia e una chitarra, racconta e canta. Figlio di uno strano incrocio tra rock e filologia, gentile anche se non sembra, Succi ora è Fuori di testo, voce narrante che ti consiglia un vino da abbinare e poi tu scegli da dove partire, magari dal tuo balcone sotto le stelle, e lui ti porta in viaggio sui versi dei poeti.

Mercedes Viola

 

#

Fuori di testo è stato concepito in cattività, com’è nata questa idea, e in cosa consiste? Perché ai tempi dell’immagine padrona hai deciso di fare solo audio?

Come dice Zuckerberg, «sopravvivere o fallire». Siccome fallire ormai non è più una novità ho provato a sopravvivere, inventando un modo per proporre contenuti che qualcuno sembrava apprezzare. Un locale virtuale per letture e produzioni musicali cotte e mangiate, abbinate a dei vini, accessibile con un abbonamento a scelta per i curiosi che decidono di entrare. Così è nato patreon.com/giovannisucci.
Perché solo audio? Sono un uomo di parola. Non voglio inquinare l’immaginario di chi ascolta con la mia presenza fisica fittizia.

“Non solo i convenevoli richiedono gesti” canti con i Bachi da pietra. Cosa sono i Bachi da pietra? Quali gesti mancano in questo tempo?

I Bachi da pietra sono insetti mutanti, producono suoni diversi ma sempre inconfondibili da quindici anni, in un’epoca di suoni omologati, tutti uguali. Continueranno a farlo, col sostegno dei bacati. Io sono della scuola che nel mondo devi provare a metterci dentro quel che ti sembra mancare. In un mondo di plastica finta io metto le cose che faccio, roba di carne tra sassi e fango.

“Niente ti serve se non sporca le mani”. Oggi il messaggio è di lavarle in continuazione. È lì la nostra salvezza? Nei corpi disinfettati e a distanza uno dall’altro? Si può fare arte, condividere la musica, trasmettere, insegnare, senza corpo?

Si può, ma solo grazie alla tecnologia, per fortuna. Inutile far finta di non averla o detestarla, la usiamo di continuo ogni istante del giorno. Pensa se questa storia del lockdown fosse accaduta negli anni Ottanta o Novanta: la gente dai balconi ci si sarebbe lanciata, altro che cantare in favore di telecamera. Sono i due lati di qualsiasi medaglia. Detto questo, è innegabile che l’arte parta dal corpo, i morti non ne fanno.

Non ti piace dire poesia, preferisci dire versi. Cosa sono i versi, cosa ci fanno? Dove risiede la loro potenza? Cosa si può dire in versi?

I versi sono uno strumento, un mezzo, un filtro, uno specchio. La poesia eventualmente è un risultato. Come dire sesso e dire orgasmo. Detesto la parola poesia perché inflazionata e mediocrizzata nel contesto del presente, soprattutto in Italia, dove poeta è chiunque. Paradossalmente è sia troppo spesa e sia troppo impegnativa. Mette la gente in soggezione eppure ce l’hanno tutti in tasca. Io cerco di cavarmela non usandola.

Come contrastare l’usura delle parole? Le si può rinnovare? Bisogna cercare parole nuove? Rimettere in carreggiata parole dimenticate?

Con le parole puoi fare quello che vuoi, se ci sai fare. Per questo se ci hai a che fare non puoi non venerare Dante, presto o tardi. Quando metti a fuoco il mondo in cui è vissuto, quel che c’era e quel che ha fatto, la tentazione di darsi alla briscola è molto forte per chiunque scriva qualcosa. Oppure ti infonde coraggio e ti invita a rischiare, nel tuo piccolo, a metterti in gioco.

Parlando con gli artisti compare quasi sempre la frase “rischio estetizzante” che non so se ho capito bene, ma interpreto come un rischio di fare e cercare solo cose comode, che non creino troppo scompiglio. Cosa ne pensi di questo rischio riguardo la parola, la musica?

Difficile dire cosa intenda ciascuno nel parlare di “rischio estetizzante”: le parole hanno anche questo limite, che se io dico “cane” tu non vedi il cane che dico io.
La nostra epoca è il trionfo dei paradossi, puoi aprire un blog per sostenere scientificamente la necessità di sterminare chiunque si chiami Mario, ma urtare la sensibilità dagli integralisti del grano che si offendono se dici “pastasciutta”. Sono forme di idiozia travestite da altro.

Ho avuto l’opportunità di vedere il tuo spettacolo L’arte del Selfie nel Medioevo. Hai idea di portarci ancora a spasso nel ’200?

Se avrò la possibilità di poterlo fare ancora, col favore indispensabile di chi mi segue, certo, molto volentieri. È un bel viaggio davvero. Per questo esiste l’arte da qualche migliaio d’anni, per viaggiare. E poi va detto, non di solo Patreon vive l’uomo.

Intervista a cura di Mercedes Viola