Ci sono storie che una sentenza non riesce a chiudere, non per sfiducia nella giustizia, ma perché continuano a generare domande. Il delitto di Garlasco è una di queste.
Nel suo libro Nel sangue di Garlasco, (Ponte alle Grazie 2025, pp. 400, € 18) Gianluca Zanella ricostruisce i fatti, analizza le anomalie e osserva le zone d’ombra senza cedere al sensazionalismo.
Ne emerge il ritratto di una provincia attraversata da silenzi, paure e narrazioni contrapposte. Non un’inchiesta contro qualcuno, ma un’indagine sul modo in cui una verità si forma, si difende e talvolta resiste al tempo.
In questa intervista, Zanella, collaboratore de Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Giallo e Panorama nonché fondatore di DarkSide, riflette su ciò che resta irrisolto e su ciò che continua a “sanguinare”.
Perché alcune storie che sembrano concluse, se le osservi da vicino, non smettono di farci domande.
Carlo Tortarolo
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Nel suo libro Nel Sangue di Garlasco noto un percorso giornalistico lontano da quello mainstream. Impressiona la quantità di materiale e la cura del dettaglio. Lei come se lo spiega?
È evidente che dopo 18 anni ci sono tante persone, nell’ambito del giornalismo che hanno sprecato la propria professionalità per seguire quella che è stata una linea condivisa dalla maggior parte anche dell’opinione pubblica, ovvero quella della colpevolezza di Stasi.
Nel sangue di Garlasco scrive che i fatti sanguinano, quale è il fatto che sanguina di più?
Ce ne sono tanti, scegliere non è semplice.
Io sono spesso portato a credere che, se gli investigatori dell’epoca, lo dico con tutto il rispetto perché hanno lavorato sotto una pressione enorme, si fossero concentrati anche su altro e non solamente sulla colpevolezza di Alberto Stasi, forse le cose sarebbero andate diversamente.
Il fatto che sanguina di più è l’ultimo mese e mezzo di vita di Chiara Poggi, l’ultimo mese e mezzo di vita che non è stato nemmeno scandagliato, non è
stato preso in considerazione.
Eppure, succedono delle cose che, alla luce di quello che sappiamo oggi, potrebbero essere state importanti.
Mi riferisco a tutta una serie di attività che Chiara compie, delle ricerche informatiche, delle e-mail inviate, ricevute, dove si fa cenno alla presenza di un altro uomo.
Ecco, questa è una delle ferite di questo caso, uno degli errori o, meglio, delle mancanze potenzialmente irrimediabili visto il tempo trascorso.
E il ruolo di Chiara Poggi?
Ecco, io, quello che dico, non è che lì bisognava cercare l’assassino, però lì magari si poteva cercare, e si sarebbe trovata una persona che magari non aveva una relazione sentimentale con Chiara.
Poteva essere amicizia, poteva essere tante cose, perché le relazioni sono fatte di tante sfumature, e questa persona poteva magari aprire uno spiraglio conoscitivo riguardo la vita, l’ultimo periodo di vita di Chiara, cose che c’erano, oggettivamente c’erano, ma che non conosciamo.
Chiara, come succede molto spesso alle vittime di crimini cruenti, soprattutto se giovani, è stata angelicata, e noi non facciamo giustizia a Chiara parlandone come di una ragazza estremamente semplice.
Quasi non avesse alcun interesse al di fuori del suo lavoro e del suo fidanzato, non è così. La stessa relazione con Alberto Stasi, non voglio essere offensivo, però non era una relazione matura.
Si vedevano una volta a settimana quando andava bene, perché lei lavorava, perché lui era preso dalla sua laurea.
Noi siamo portati erroneamente a pensare a una Chiara completamente assorta da questa relazione, completamente trasognata.
E io non credo che sia così, io credo che lei avesse la sua vita, avesse i suoi interessi e avesse le sue amicizie, non condivise con Alberto Stasi.
Lei afferma che Garlasco è un luogo, ma anche un ecosistema noir.
Garlasco oggi è diventato un nome che evoca questa triste storia, come tanti altri luoghi nel tempo si sono coperti di quest’ora un po’ noir, pensiamo a Avetrana, pensiamo a Cogne, purtroppo è quasi inevitabile che accada questo.
Garlasco è un ambiente che si presta a una narrazione noir, io quel tocco di noir credo di averlo dato, narrativamente parlando, nel mio libro, ma non mi sono dovuto sforzare più di tanto.
Perché questo delitto è attraversato, quasi fossero delle saette, da storie, che magari con il delitto non c’entrano nulla, ma che inevitabilmente noi andiamo a collegare.
Ci sono personaggi che magari tornano perché hanno avuto un ruolo nelle indagini, perché erano amici dell’amico, amici del fratello, persone che magari nell’ambito del delitto sono state delle meteore, dei pianeti lontanissimi, ma che poi diventano protagonisti di storie incredibili.
Mi riferisco per esempio alla storia del maresciallo Francesco Marchetto e di tutto quello che gli capita dopo l’omicidio di Chiara.
L’omicidio di Chiara è uno spartiacque: c’è un prima e un dopo, e dopo sembra quasi che la vita di tante persone abbia un tracollo, ma non è un tracollo silenzioso, è un tracollo roboante, dove succedono cose fuori dal normale.
Francesco Marchetto viene accusato di falsa testimonianza, di peculato e di sfruttamento della prostituzione dopo aver preso un caffè a casa di un ex agente segreto con l’avvocato della famiglia Poggi.
Poi c’è la meteora Muschitta, poi c’è il santuario della Madonna della Bozzola, ecco quella è una storia incredibile, che qualcuno, alla riapertura di questo caso, ha cercato di collegare direttamente all’omicidio di Garlasco.
Io mi spendo nel dire che non è così, non c’è un collegamento evidente, oggettivo.
Certo è che lo scandalo al santuario della Bozzola disegna un contesto molto importante per capire quelle che sono alcune relazioni tra alcuni personaggi, che sicuramente all’interno di questo ecosistema sono importanti.
Attorno a questo ci sono anche i suicidi che sono inquietanti e costruiscono intorno a questa vicenda una cornice oscura.
I suicidi sono di per sé, soprattutto quando i protagonisti sono dei ragazzi giovani, di per sé inquietanti, Garlasco ha avuto la sfortuna di vedere diversi ragazzi, tra l’altro legati da un filo comune di conoscenza, di amicizia, che si sono tolti la vita nell’arco degli anni.
Noi abbiamo una cadenza piuttosto inquietante, perché un primo ragazzo si toglie la vita nel 2011, uno nel 2014 e uno nel 2016.
Nel 2010 abbiamo un altro suicidio stranissimo che riguarda un pensionato di 88 anni, che si recide le vene ai polsi, Giovanni Ferri, dopo essersi infilato in un pertugio di 50 cm.
Abbiamo, andando indietro nel tempo, altri casi di misteriosi suicidi, quello di due ragazzi, quello di un poliziotto, Giorgio Pedone, che stava indagando sulle sette sataniche in quel periodo, siamo nei primi anni 90.
Ora, se queste storie siano legate tra loro e a loro volta siano legate al delitto di Garlasco, io questo non lo so, nel libro ovviamente ho cercato di mettere le carte in tavola, di fare chiarezza, ma non arrivo a una risposta chiara e definita.
Certo è che in particolare in una di queste storie ci sono delle cose inquietanti, che non sono state approfondite, numeri di telefono mai identificati, che chiamano poche ore prima del suicidio, accenni a degli inseguimenti avvenuti la notte prima del suicidio, quindi cose piuttosto oscure.
Il tutto in anni abbastanza distanti, però in luoghi che avevano subito l’influenza, e forse anche il fascino talvolta, di ciò che era accaduto con le bestie di Satana.
Ora, il collegamento con le bestie di Satana non è un collegamento netto e chiaro, però ho parlato di fascinazione perché, quando io mi muovevo su quei territori non pensavo a un libro e di diverse storie non parlava più nessuno.
Non avrei mai immaginato che potesse riesplodere con tanta virulenza; quindi, quando io mi muovevo anonimamente e parlavo con i ragazzi è spesso uscito il riferimento alla setta, all’ambiente esoterico, all’eco delle bestie di Satana.
Un eco però, ripeto, quasi più imitazione che non vero coinvolgimento.
Ecco, quindi diciamo che oggi quando noi parliamo di queste cose magari rischiamo di esagerare. Indubbiamente qualcosa c’è stato, però ripeto, se questi suicidi devono essere collegati a questo giro io non mi sento di metterci la mano sul fuoco.
Nel libro si parla di un’indagine monodirezionale indirizzata soprattutto sulla colpevolezza di Alberto Stasi. Qual è, secondo lei, l’errore investigativo più grave che è stato commesso?
L’errore investigativo più grave è stato sicuramente la contaminazione della scena del crimine, la distruzione di alcune prove importantissime come le impronte insanguinate sul pigiama di Chiara Poggi.
Ma ci sono altre cose che non tornano perché, se noi vediamo le foto del 13 agosto in cucina sul tavolo della cucina di casa Poggi ci sono dei pallini di carta che il 14 agosto non ci sono più.
E mancano solo quelli perché tutto il resto invece è al suo posto.
Però venendo specificamente a quello che riguarda Alberto Stasi mi viene da dire che veramente la cosa che grida vendetta è il balletto dell’orario della morte. Che alla fine quasi per magia si va a collocare nell’unico spazio temporale di 23 minuti in cui Alberto Stasi non ha un alibi e che corrisponde alla disattivazione dell’allarme da casa Poggi all’accensione del computer di Alberto Stasi a casa sua.
23 minuti durante i quali Alberto Stasi avrebbe dovuto compiere l’omicidio, pulire tutto, nascondere l’arma, cambiare i pedali della bicicletta e tornarsene a casa. Quindi dobbiamo togliere anche il tragitto in bicicletta e la forbice si restringe ulteriormente.
Ecco, quello dell’orario della morte è un qualcosa che mette in brividi perché ricordiamo che questo è un qualcosa che è capitato da Alberto Stasi ma poteva capitare a chiunque.
E sapere che non c’è certezza o, meglio, avere l’incertezza di poter incappare in qualcosa del genere è qualcosa di orripilante.
Quei 23 minuti non spiegano tante cose, non bastano.
Chiara non è stata uccisa nelle modalità con cui si è voluto far credere, che sono richiamate in una sentenza di condanna di Alberto Stasi, questo credo che sia il peccato originale, oltre a tanti altri piccoli errori e fraintendimenti che ci sono stati.
Forse Chiara non si aspettava neanche un’aggressione e forse dalle ricostruzioni potrebbe esserci stata più di una persona.
Sì, io questo lo dico a gran voce, l’ho scritto e adesso potrei anche essere smentito dalle risultanze della consulenza della dott.ssa Cattaneo o dai risultati della BPA, però se dovessi aver sbagliato a quel punto commetterei l’errore, non mi abbarbicherei sulle mie posizioni.
Ad oggi ritengo che le persone fossero più di una per tutta una serie di elementi, uno lo hai ricordato giustamente tu, il fatto che Chiara non si sia difesa e abbia ricevuto un primo colpo, quasi frontalmente, di tre quarti sull’arcata sopraccigliare sinistra.
Lei non si rende conto che qualcuno la fa per colpire, qualcuno che è quasi di fronte a lei perché evidentemente era impegnata in una discussione con una persona che invece era proprio di fronte a lei.
Io me la spiego così, come mi spiego il fatto che Chiara una volta gettata giù dalle scale abbia la testa ovviamente completamente insanguinata così come parte della sua maglietta, le gambe sono completamente pulite, quasi non avessero toccato i gradini.
Questo lo spiego soltanto con una persona che la tiene sollevata, due persone che la sollevano; quindi, le gambe che non sfiorano quella superficie insanguinata. Questi elementi mi fanno credere che ci fossero più persone quella mattina.
Sì, infatti nel libro lei spiega questa ipotesi, che poi tra l’altro non è isolata perché anche altri tecnici l’hanno sostenuta.
Sì, lo diceva anche nella sua consulenza il dottor Francesco Maria Avato, consulente della difesa di Stasi all’epoca dei processi, medico legale di Ferrara.
Lui parla di almeno due persone sulla scena del crimine, inascoltato poi, ma non sono sicuramente l’unico a dire questa cosa.
Gli youtuber hanno avuto più peso dei giornalisti nel plasmare l’opinione pubblica in questa vicenda, come mai? Si è creata una situazione in cui l’informazione tradizionale è rimasta indietro perché sta cambiando qualcosa nel mondo, oppure ci sono delle responsabilità dell’informazione tradizionale?
Io credo non si tratti di responsabilità, credo si tratti di un’evoluzione naturale della comunicazione, la comunicazione web va a una velocità molto diversa rispetto a quella tradizionale.
C’è più immediatezza, quindi si può andare in diretta nell’arco di pochi secondi, piuttosto che dover organizzare uno studio televisivo.
C’è anche la possibilità di fruire di questi contenuti negli spazi intermedi tra il ritorno dal lavoro o prima di arrivare a casa e accendere la televisione, in mezzo al traffico per 40 minuti tu puoi sentirti una puntata su YouTube e quindi quelle occasioni si moltiplicano.
Poi ovviamente alcune persone magari hanno anche preso una decisione, preferiscono alcuni YouTuber o giornalisti che hanno canali YouTube piuttosto che le trasmissioni televisive.
Ma questo credo che sia un aspetto secondario, io credo che si tratti invece soprattutto di un’evoluzione tuttora in corso, non un punto di arrivo.
Il caso di Garlasco è stato il primo caso che ha mostrato con grande e inequivocabile evidenza questa nuova realtà di fare informazione e di fruire dell’informazione.