“Next stop Rogoredo”. Intervista a Micaela Palmieri

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“Sorride. Nei suoi occhi lontani, in quell’uomo che è ancora bambino, vedo un’incoscienza che mi paralizza, mi racconta di sé, di quello che fa al suo corpo e alla sua anima, ma è come se mi stesse parlando di qualcun altro, come se non si fosse reso conto dell’orlo del precipizio in cui cammina come un equilibrista malconcio, da quando ha sedici anni e forse anche da prima”.

Da “Next stop Rogoredo” (Baldini+Castoldi, 2020) di Micaela Palmieri

 

“Capisci?” Questa è la domanda che come un tic senza soluzione, Carlo, uno dei ragazzi del boschetto di Rogoredo il cui nome è naturalmente di fantasia, continua a rivolgere alla giornalista Micaela Palmieri quando la stessa si reca in incognito nella piazza di spaccio a cielo aperto più grande d’Italia per documentare insieme al suo cameraman Ivan (con una telecamera nascosta in un bottone della camicia), il dramma che vi si consuma quotidianamente. Sarà proprio Carlo a fare da guida a Micaela e con loro ci sarà anche Antonio, un volontario che da anni porta il cibo a quei giovani che hanno lasciato ogni speranza dopo essere entrati in quell’inferno che si trova solo a poche fermate di metropolitana dal Duomo di Milano. La tragedia che si consuma nel boschetto di Rogoredo è ormai nota a tutti ed è la stessa di qualsiasi altra piazza di spaccio. Molte le associazioni e le realtà attive sul territorio che si spendono per la causa, ciascuna portando il proprio impegno nella lotta contro la droga. Anche Satisfiction da molti anni si impegna per portare scrittori, giornalisti, artisti, musicisti e attori nel tristemente noto “bosco della droga” leggendo e regalando libri perché la letteratura diventi un aiuto nel disagio. In questo suo libro Next stop Rogoredo Micaela Palmieri essendosi addentrata nei meandri dell’oblio per realizzare un’inchiesta durissima e necessaria durata due anni, racconta un mondo sommerso fatto di persone ormai ridotte ad ombre di loro stesse che si muovono, ascoltano, parlano, comprano e vendono. Droga. Sostanze che possono toglierti la vita da un momento all’altro ma senza le quali i frequentatori abituali di quell’inferno non possono neanche più immaginarla una vita vera. Oppure sì, forse l’immaginazione a volte riesce a far ancora loro visita, ma sembra sempre troppo tardi per troppi giovani per sperare in qualcosa di diverso perché il bosco riesce ad inghiottire le vite di chi ci va, e la luce non è altro che un miraggio o una favola che si racconta esista da qualche parte, molto lontano da lì, da quelle miserie, da quelle macerie che a un certo punto ciascuno dei protagonisti è finito con l’abbracciare, spinto da solitudine, rabbia, disperazione e violenza.

“Perché la droga – come scrive nella prefazione al libro il Presidente di San Patrignano, Alessandro Rodino Dal Pozzo – e di questo ne siamo convinti da sempre, è solo la punta dell’iceberg di un dramma dietro il quale spesso se ne nascondono tanti altri: solitudine, disagio, disoccupazione, violenza. E la sostanza spesso diventa la risposta, sbagliata, a tutti questi problemi”. Micaela Palmieri racconta molte storie in queste pagine a partire da quella straziante di Carlo, per continuare con Regina, che ha il collo lungo come le donne nei quadri di Modigliani e vuole solo sballarsi e poi ancora Luna e Silvia il cui padre ha perso il conto delle volte che è andato a cercarla sperando di poterla salvare. Micaela si è immersa in tutta l’atrocità di quel bosco e nella solitudine di quelle vite occupate da vuoti esistenziali ci ha riportato un risultato necessario, un’inchiesta che in forma romanzata dà voce a pezzi di vita drammaticamente veri. Eppure anche oltre l’abisso della dipendenza e della violenza in questo libro non manca il sentimento della lotta, della voglia di ricominciare, che non può mai essere abbandonato, nemmeno quando la sua luce è tanto flebile da sembrare inesistente, ma guai se quella luce non ci fosse, avremmo tutti perso in partenza.

Silvia Castellani

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Di seguito l’intervista a Micaela Palmieri, autrice di Next stop Rogoredo. Storia di chi è uscito dal bosco della droga (Baldini+Castoldi, 2020), pagg. 148, euro 15.

Micaela Palmieri

Come è nata l’idea di scrivere questo reportage sulla tossicodipendenza?

L’idea è nata, incredibile a dirsi, quasi per caso. Sono di Milano ma vivo a Roma da tempo e faccio spesso spola tra le due città. Arrivando a Rogoredo negli anni, vedevo sempre più persone, a un certo punto un vero e proprio pellegrinaggio fuori controllo di ragazzi, molti giovanissimi, che sembravano zombie in cerca di soldi. All’inizio non capivo, non mi rendevo conto, poi anche grazie a un amico volontario che sapeva lo scempio che si stava consumando in quella zona, mi si è aperto il mondo del bosco di Rogoredo. A poche decine di metri dalla seconda stazione più importante di Milano e una delle più battute d’Italia, sorgeva, indisturbato, un luogo in cui 1000-1500 persone, ogni giorno, compravano dosi di eroina per 2-3-4 euro. Sono stata tante volte dentro al bosco, ho visto molti, troppi ragazzi distrutti, ho camminato in una terra di nessuno a 7 fermate di metropolitana dal Duomo, a pochi km dai grattacieli sfavillanti di Milano.

Ciò che più sconcerta è che questo dramma avvenga sotto gli occhi di tutti, in un parco che dista poche decine di metri da una delle principali stazioni della città italiana maggiormente proiettata al futuro. Una situazione che ci riporta indietro di molti decenni e forse è stata sottovalutata. Cosa pensa del lavoro che svolgono le Istituzioni in concomitanza con le realtà del sociale che operano nella zona?

Devo essere onesta. Dopo un lungo periodo di sottovalutazione e a tratti di lassismo, la situazione nel bosco di Rogoredo è cambiata. Noi giornalisti dovremmo essere i cani da guardia del Potere in tutte le sue forme, dovremmo servire a risvegliare le coscienze su vicende atroci, dimenticate, sottovalutate. Io spero, con l’inchiesta al Tg1 e con il mio libro, di aver dato un minimo apporto al cambiamento, sarebbe per me già una grande vittoria. A Rogoredo ho visto le cose cambiare negli anni. La task force di istituzioni, forze dell’ordine, comunità e volontari hanno migliorato sensibilmente un luogo che era un’enclave di sofferenza e violenza in cui le persone si aggiravano giorno e notte alla ricerca di una dose. E questa è una vittoria. Certo, il fenomeno non è stato sconfitto, si è sparpagliato, cerca altri luoghi a Milano in cui attecchire, sembra che il parco delle Groane sia uno di questi, ma intervenire in tempo può salvare vite.

C’è un murales dalle tinte fosche, una sorta di Pietà di Michelangelo riprodotta su una parete spoglia, alle porte dell’orrore che, dicono, sia stato dipinto di notte. Vorrebbe renderci partecipi della sensazione che l’ha colta quando l’ha visto?

È un murales di grande forza espressiva. È stato realizzato da un’artista: Cristina Donati Meyer che ha il grande merito di aver fotografato, con un’opera a mio parere di rara bellezza, il mondo sommerso di Rogoredo. Quella mamma con in braccio il figlio con ancora la siringa nel braccio, evoca l’atroce realtà che ha il volto della pietà. Un padre di Rogoredo una volta mi disse: ho un grande terrore che mi attanaglia: trovare mia figlia nel bosco, sotto una tenda di plastica, riversa in mezzo al degrado, morta, ancora con la siringa piantata nel braccio.

Parliamo di Carlo che tra gli altri l’ha accompagnata all’interno del boschetto di Rogoredo. Lei scrive: “Non so se si possa essere amici di un tossico, ma penso che con Carlo sia successo”. Come ha convinto Carlo ad accettare di aiutarvi ad attraversare tutti i gironi di quell’inferno e soprattutto, quale ricordo conserva di lui?

Carlo è uno dei ragazzi più intelligenti e svegli che abbia mai conosciuto. Una di quella rare persone che capisce al volo, senza che tu debba per forza parlare. Un giovane devastato dalla droga ma con un animo nobile. Quando l’ho conosciuto ho capito quanto sia sbagliato giudicare senza approfondire, parlare senza immedesimarsi. Carlo è un ragazzo coraggioso perché guarda la realtà dritta in faccia, accetta di soffrire da solo. E questo non è mai facile. Una sera, in mezzo al bosco, mi disse: «le persone come voi, i sedicenti normali, non si rendono conto di quanto per un tossicodipendente come me, l’eroina sia la vita, una vita deturpata ma pur sempre una vita». Non credo che passi giorno in cui io non pensi a lui, al suo modo di camminare, alle espressioni buffe, alla mano che non mi voleva dare all’inizio, perché pensava che mi facesse schifo toccargliela

“Non ha più umanità, se l’è giocata quando era piccolo. La disperazione ti si imprime dentro, da bambino, e ti può salvare se ti fa capire cosa non vuoi essere, ma ti può anche distruggere e poi darti una giustificazione per essere diventato un mostro”. È il volontario Antonio che sta parlando di uno dei pusher più potenti e temuti di Rogoredo che lei ha incontrato perché gli si doveva chiedere il permesso per poter stare lì al boschetto e parlare con i tossici. Che cosa ha provato oltre al senso di impotenza, quando si è trovata davanti a quell’uomo?

Davanti a Garibaldi ho provato anche un grande senso di smarrimento. I pusher sono senza pietà, trattano i tossicodipendenti come bestie, li vessano, li mortificano. Mi sono spesso domandata quale fosse stato il percorso che ha portato quel ragazzo a diventare “Garibaldi”. Credo che non ci sia niente di più facile e spesso di più inutile che punire, reprimere, non voler vedere la luna ma fermarsi al dito. Ovviamente è d’obbligo che chi vende droga paghi e molto, ma poi occorre andare alla radice del problema altrimenti è solo un pannicello caldo. Metti in carcere un pusher ma per fare gli spacciatori c’è una fila lunga km. Questo mi ha detto Garibaldi. E ho visto con i miei occhi che è così.

A Rogoredo vi sono muri costruiti per fermare lo spaccio ma gli spacciatori hanno trovato la soluzione per bucarli con degli scalpelli e passarci attraverso. Vuole raccontarci di più a riguardo, ciò che ha potuto vedere?

Ho appurato che con i muri si risolve ben poco. Perché si apre una breccia, si passa lo stesso e anzi a volte i muri servono solo a nascondersi meglio. Certo il muro costruito lungo la ferrovia di Rogoredo è servito per non far sì che gli spacciatori, come accadeva, per scappare dalle forze dell’ordine, attraversassero i binari mettendo in pericolo anche le vite di chi viaggia in treno ma il messaggio credo sia molto chiaro. Costruite muri? E noi li buchiamo.

“Questo bosco è la livella (da una famosa poesia di Totò, ndr), le persone che ci finiscono sono di tutti i tipi e fanno tutte la stessa fine. Disperati, immigrati, adolescenti di famiglie borghesi, professionisti con il vizio di sballarsi ogni tanto, qui dentro ci sono anche future madri”. Un suo commento su questa frase che fa capire come la droga non risparmi nessuno, indipendentemente dalla provenienza.

La droga è democratica e spietata. Le parole del Presidente di San Patrignano, Alessandro Rodino Dal Pozzo nella prefazione al mio libro fanno pensare. La droga non colpisce solo i disperati, i diseredati, i reietti. La droga è ovunque, si annida tra le maglie della noia di ragazzini che hanno voglia di sballarsi, prolifera nella solitudine di giovani con padri violenti, cresce con i cosiddetti reduci degli anni ’70 che non riescono a liberarsene mai del tutto e fanno dentro-fuori dalle comunità. Nel bosco di Rogoredo non c’è differenza tra sesso, età, classe sociale, colore della pelle. La droga distrugge tutto, come uno schiacciasassi schianta tutto quello che trova innanzi a sé.

Emerge dal suo reportage che il silenzio è sempre presente a riempire il tempo sempre uguale a Rogoredo. Ci sono il silenzio e la morte in quel luogo e non ci sono più le sensazioni, come se nessuno lì fosse più in grado di sentire nulla. Ci vorrebbe spiegare meglio?

Ricordo perfettamente la mia prima volta a Rogoredo. L’odore acre del fumo dei fuochi accesi per scaldarsi e scaldare la roba misto al marciume che era ovunque: siringhe, lacci emostatici, pezzi di biciclette, bottiglie, bilancini, materassi strappati. Poi davanti ai miei occhi vidi un tronco d’albero pieno di siringhe infilzate, quasi a sfregio, come se fossero freccette. E poco lontano da lì, una tenda di fortuna in plastica strappata e sotto quella tenda 20-30 ragazzi con la testa che ciondolava, alcuni si bucavano, altri cercavano la vena con cravatte strette attorno al braccio, altri ancora fumavano eroina con la testa dentro la carta stagnola. Se questo non è l’inferno credo che ci si avvicini parecchio.

La domanda è scontata ma lo stesso credo sia importante rivolgerla: ha avuto paura? Ha mai avuto l’istinto di abbandonare tutto e andarsene all’istante?

Ho avuto molta paura e un senso di nausea che, le prime volte, ha accompagnato il mio cammino nel bosco. Siringhe ovunque, ragazzini sdraiati per terra in astinenza, donne con lo sguardo perso nel dolore. Poi però le cose sono cambiate, c’è stata un’evoluzione anche nel mio modo di vedere le cose. Ogni ragazzo ha una storia, un percorso che lo ha portato nel bosco. Ho capito che dovevo cominciare ad ascoltare, ho smesso di giudicare e ho iniziato a capire che quei ragazzi potevo essere io, potevano essere i miei fratelli, i miei amici, la mia famiglia. E ho capito che non è più possibile guardare da un’altra parte, scappare, fingere che le enclave di morte come Rogoredo che per altro ci sono in tutta Italia, non esistano o siano solo un fastidio, una terra desolata in cui relegare gli ultimi e lasciarli morire senza fare troppo rumore.

 

Micaela Palmieri, laureata in giurisprudenza e storia all’Università degli Studi di Milano, è giornalista professionista. Attualmente conduttrice del Tg1 RAI. È  inoltre autrice del libro Tre di una coppia perfetta.

 

 

(Intervista a cura di Silvia Castellani)