“Non avrai altro Dio al di fuori di me”
Sottile come il ghiaccio
Varsavia invernale.
La voce di Pawel rimbalza nelle mie ossa. Ogni parola è un’eco che graffia, eppure ora sono solo. Solo, di fronte al vuoto che ha inghiottito il suo corpo, il suo sorriso, il suo piccolo mondo di fiducia cieca nei numeri. Tutto il mio sapere, ogni calcolo, ogni macchina, ogni formula, ogni algoritmo, sono impotenti. Tutto ha fallito.
Io, Krzysztof, padre ateo, uomo di scienza, avevo promesso sicurezza. Avevo calcolato lo spessore del ghiaccio, la resistenza alla pressione del corpo, la temperatura, ogni variabile prevedibile. La mia macchina non mente. I numeri non sbagliano. Eppure Pawel… Pawel è caduto nell’abisso.
“Che cos’è la morte?” mi chiese Pawel.
“La morte? Il cuore smette di pompare sangue. Niente sangue al cervello. Così tutto si blocca. È andata. Fine.”
“E che cosa resta?”
“Resta quello che uno ha fatto, il ricordo di ciò che è stato. I ricordi sono importanti. Magari lo ricordi per il suo modo di saltellare o
per la bontà. Ricordi la sua faccia, il sorriso, il dente mancante davanti…”
Ricordo i suoi occhi. Quell’innocenza che credeva nei numeri, nei miei calcoli, nella logica di un mondo che pensavo governabile. Rido tra me e me, ma è un riso di ossa rotte. Tutto il mio sapere si è frantumato come cristallo sottile. Il ghiaccio ha ceduto. L’acqua lo ha inghiottito.
Maria, mia sorella, mi osserva con occhi che conoscono il cielo prima della pioggia. Con la sua fede silenziosa, la sua certezza, tutto ciò che io rifiuto. La mia sicurezza è nelle formule. Non posso abbracciare l’incomprensibile. Eppure, eppure il dolore mi piega, spingendomi a guardare verso l’ignoto.
Il testimone muto è lì. Fisso. Silenzioso. Non interviene, non commenta, non consola. Guarda. Forse è Dio, forse un angelo, forse il mondo stesso che osserva la mia rovina. Tutto ciò che credevo: la ragione, la scienza, il calcolo, il potere di prevedere il futuro, ora si dissolvono davanti ai suoi occhi.
“Puoi andare, Pawel.”
“Grazie, papà!”
E lui scivolò sul ghiaccio. Ignaro. Io lo guardo camminare verso la morte come un bambino che crede che il mondo sia un gioco. La scienza non salva. La fede non salva. Nessuno salva nessuno.
Il tonfo, sordo, cattivo. L’acqua gelida inghiotte ogni certezza, ogni sorriso, ogni parola mai detta. Io resto a guardare. In piedi, immobile, ateo, impotente. La mia arroganza, la mia hybris, il tentativo di sostituire Dio con i numeri: tutto si spezza.
Voglio numeri, formule, una legge matematica che possa restituire la vita. Ma il mondo, crudele e indifferente, non rispetta le equazioni. Il ghiaccio cede, l’acqua inghiotte, la morte ignora i calcoli.
Ogni lampo di luce nella chiesa, ogni tremolio di candele, ogni caduta del calamaio, è un colpo diretto al cuore. Io che avevo creduto di avere il controllo, ora non ho nulla. Pawel non tornerà. Pawel non tornerà. Il peso di questa verità, più pesante del ghiaccio stesso, grava su di me come il più crudele dei giudizi.
Perché Dio deve essere così cattivo?
Ah, questa è la domanda che brucia di più. Io credo nei numeri. Eppure la sfida è arrivata, feroce, come un destino che si prende gioco della ragione.
Il testimone muto continua a guardarmi. Forse osserva il mondo, forse osserva me. È implacabile, fisso, un faro che illumina la mia impotenza. Tutto ciò che ho costruito, ogni certezza, ogni misura, ogni equazione, ora è nulla.
Resto, solo, immobile, con il ghiaccio sottile sotto i piedi e il peso infinito di un figlio perduto sulle spalle.
“Papà mi ha detto che si vive per facilitare la vita a quelli che verranno dopo di noi.”
Ma io… io non posso facilitare nulla. L’acqua fredda, il ghiaccio sottile, il fuoco delle candele spente, il calamaio caduto, la chiesa silenziosa: tutto testimonia il fallimento di un uomo che credeva di poter dominare la vita con la ragione.
Fisso il testimone muto. Non posso fuggire dai suoi occhi. Non posso fuggire dal dolore. Non posso fuggire da me stesso. Io, ateo, padre, uomo di numeri, resto solo, con la consapevolezza che la vita è sottile come il ghiaccio e crudele come l’abisso che ha inghiottito mio figlio.
E tutto ciò che resta è la memoria delle sue parole, il peso del suo sorriso e il freddo incolmabile del lago che mi ha rubato tutto. Io non ho altro Dio se non me stesso.
Francesca Mezzadri
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Omaggio a Kieslowski – Il Decalogo
Mediometraggio
Episodio 1: “Io sono il Signore Dio tuo”
Comando: “Non avrai altro Dio al di fuori di me” 
Anno: 1989
Paese: Polonia
Durata: 55 minuti circa
Regia: Krzysztof Kieslowski
Sceneggiatura: Krzysztof Kieslowski, Krzysztof Piesiewicz
Fotografia: Slawomir Idziak
Montaggio: Ewa Smal
Musica: Zbigniew Preisner
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Cast principale:
Artur Barciś
Olgierd Lukaszewicz
Maja Komorowska
Jan Tesarz
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Sinossi sintetica:
Il primo episodio del Decalogo esplora il primo comandamento attraverso la storia di un padre ateo e del figlio, mettendo a confronto fede e ragione, scienza e destino. La narrazione mette in luce la fragilità umana di fronte alla morte e all’imprevedibilità del mondo, evidenziando l’impossibilità di sostituire Dio con calcoli e numeri.
Note dell’autore:
Omaggio alla tensione morale e filosofica di Kieslowski. La storia riflette la polarità tra fede e scienza, con una drammaticità concentrata in una struttura breve ma intensa, tipica del formato mediometraggio. La regia utilizza il contrasto tra spazi chiusi e vastità gelida degli esterni invernali per sottolineare il senso di solitudine e impotenza dell’uomo di fronte al divino.