Non uno specchio, ma un martello

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Se tardasse a piovere, tu porta comunque l’ombrello con te. Se non piovesse in nessun posto, cerca in un altro. In qualche luogo, da qualche parte, la pioggia sta cadendo, cerca ancora… Perché io mi sto bagnando, aspettandoti.

Ogni artista, che sia scrittore, pittore, scultore o musicista, ogni artista ha l’assoluta esigenza di essere protetto, anche da sé stesso.

Attirare l’attenzione non basta, a un artista serve la robustezza necessaria per vivere la quotidianità. Chiamate pure questo scudo: fama, gloria, denaro, successo… Ma vi state sbagliando: l’artista cerca solo comprensione.

Ultimamente mi chiedete emozioni: i miei racconti vi hanno fatto piangere e questo è bastato per creare un legame profondo tra di noi. Abbiamo alzato la polvere scuotendoci l’anima insieme, parola dopo parola, riga dopo riga, non per pulire, ma per ammirare lo sporco, quel pulviscolo resistente alla forza di gravità, sospeso nell’aria: cipria di ricordi, cenere di bruciature, limatura di detriti dimenticati.

Oggi vi chiedo il sacrificio di venire da me: qui, dove mi trovo, in piena tempesta, sotto la pioggia, raggiungetemi con l’ombrello, sfidate il temporale…

La reazione che aveva avuto non era affatto normale. Tuttavia, era quasi impossibile dubitare della sua normalità: una ragazza molto affabile, sempre disponibile al conforto o all’aiuto, timida con chi conoscesse da poco, spavalda con gli amici.

Anche la domanda che le fece lo psicologo era del tutto ordinaria: “Perché sei triste?”.

E quell’ometto, che la ascoltava calzando gli occhiali e le parlava togliendoli, era così comune da sembrare persino usuale confidarsi dei propri pensieri: amore, rancore, rabbia, desideri… Per quanto paradossale possa sembrare, Alice raccontava al Dottor Battaglia tutti i suoi più intimi segreti con la semplicità con cui si mangia un tiramisù, senza rimorsi: solo savoiardi, grassi saturi, zucchero e caffè amaro (più o meno come il cacao). Tutte quelle risposte e tutti quei ricordi impastavano la bocca di Alice con la cremosità del mascarpone: non serviva nascondere il piacere, il gusto di rivelarsi era buono, sebbene imposto.

Poi la domanda: “Perché sei triste?”.

Alice seguì gli occhiali del Dottor Battaglia, dalla fronte alla scrivania. Incrociò la sua miopia con un’insolita ostilità, una nuova consapevolezza inaspettata: conosceva l’amara risposta, ma quella verità non era nel menù dei dessert.

Prese gli occhiali dello psicologo, lo fece con calma, e (suppose il dottore) con la curiosità di chi voglia vedere meglio la ruggine.

Poi saltò sul tavolo confondendo rumore e fogli per aria.

Strisciò con le ginocchia sopra le stilografiche e sui ritratti di famiglia, oltre la neve della sfera fermacarte, vicino al collo del Dottor Battaglia che si arrese subito, stretto dalla sette pieghe senza scampo: come un mollusco fuori dal guscio, compresso dall’assenza di respiro.

Fin lì, Alice non sapeva cosa fosse la tristezza. Lo sguardo impresso negli occhi del medico era paura: puro terrore, non tristezza.

Si fermò un attimo, scivolando sulle ginocchia, sulle gambe del Dottor Battaglia… Per un istante, pensò al suo pene: boccheggiante, un paguro ricurvo separato dalla sua conchiglia da pochi lembi di velluto a coste e tessuto jeans. Lo percepiva vicino alla vagina, molle come quella testa a penzoloni sputata fuori dalla rigida cravatta: un chiaro simbolo fallico, avrebbe detto Sigmund Freud.

“Sono triste…” sussurrò reggendogli il capo, “Sono triste perché non volevo farlo.”

Nessuno di noi, nessuno di quelli che conoscevano bene Alice, volle mai credere all’assenza di un movente per quel gesto. Forse il dottore abusava di lei? Forse la ricattava? O forse Alice si drogava… o era davvero pazza?

Dissero che fu mossa dal rancore, che sicuramente lo fece per vendetta, per odio: strozzare una persona è atroce, ma cavargli via un occhio e mangiarselo è abominevole.

Non pretendo che capiate, e tantomeno che vi sentiate coinvolti da questa storia.

Ora è morta.

Si è uccisa ingerendo qualcosa insieme ai barbiturati e alle benzodiazepine che le somministravano per mantenerla sedata.

Al suo funerale, come in tutti i film in cui muore una giovane donna, pioveva.

Ero senza ombrello.

Qualcuno di voi non venne a causa di impegni pregressi, altri sbagliarono giorno, ora o cimitero.

Restai sotto l’acqua.

Mi bagnai… aspettando Alice con tutta la sua tristezza che mi proteggeva sempre, anche dalla pioggia, anche da me stesso.

Angelo Orazio Pregoni