Oltre la genetica, la poesia. Per capire il mondo.

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Fisico di formazione, Edoardo Boncinelli si e’ dedicato allo studio della genetica e della biologia molecolare degli animali superiori e dell’uomo prima a Napoli, presso l’Istituto Internazionale di Genetica e Biofisica del CNR, e poi a Milano, dove e’ professore di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute. Le sue ricerche hanno attraversato diversi campi di studio, dalla primissima determinazione dell’asse corporeo alla strutturazione della corteccia cerebrale, fino ad approdare alle neuroscienze e all’indagine delle funzioni mentali superiori. Alla ricerca, Boncinelli affianca un intenso lavoro divulgativo. Tra le molte pubblicazioni, ricordiamo “I nostri geni” (Einaudi), “Il cervello, la mente e l’anima” (Mondadori), “Le Forme della Vita” (Einaudi), nonché tre libri-dibattito con Umberto Galimberti (Einaudi), Aldo Carotenuto (Bompiani) e Umberto Bottazzini (Cortina). Tra i volumi più recenti, “Il Male” (Mondadori), “L’etica della vita” (Rizzoli) e “Dialogo su Etica e Scienza” con Emanuele Severino (Editrice San Raffaele). Collabora a Le Scienze a al Corriere della Sera.
Grande cultore e conoscitore della poesia, Boncinelli ha tradotto in gioventù i lirici greci ed è anche autore di poemi in cui s’intrecciano una sensibilità romantica per la contemplazione della natura e i grandi temi di sapore illuminista: il rapporto combattuto tra fede e scienza, il potere dell’intelligenza umana e la sua impotenza davanti al mistero della vita stessa, la disperata ricerca di una lettura certa e l’ironia sulle mille incertezze che la vecchiaia insinua.    
Anna Siccardi

 
Nomi di persone
Ci sono nomi comuni e nomi propri,
di cose e di persone. Quest’ultime hanno tutte
i loro nomi –e cognomi- e non sarebbe male
ricordarli. Da una certa età in poi è però difficile
farlo. O almeno richiamarli alla mente
richiede qualche tempo e sovente un po’ troppo.
Perché? Perché il mio pensiero arranca e si sperde
nello sforzo di fare emergere qualche sillaba,
o meglio una concatenazione di sillabe, dal nulla,
dal buio impopolato della mente, da quella presenza
chiara e imponente ma impietosamente sorda
che mi alberga dietro le sopracciglia e la fronte,
dove abita un’orda che non riesco a dominare?
Ricordare non è senza costi. Da giovani
non lo si nota: tutto è facile e spontaneo;
si chiede –spesso senza nemmeno accorgersi-
e si ottiene, non c’è ritardo tra il volersi
ricordare e il ricordare. Ma con gli anni
-con o senza affanni- l’operazione richiede
sempre più tempo, quando pure riesce.
Ci lascia sospesi, delusi e illusi alla caccia
di un nome, cui corrisponde una faccia
o una serie di gesta o qualità che dovrebbero
identificare senz’ombra di dubbio una data
persona, lei e non altra, più volte individuata
e nominata, arcinota e altre volte prepotentemente
presente alla nostra mente.
Ma non vien facile. Ci si sente in certi casi
sprofondare in un mare di bambagia, sorda e muta,
e non aiuta e sovviene la memoria, punto d’appoggio
inaffidabile, beffardo suggeritore immemore, valletto
introvabile e inetto, servitore perfetto o lestofante
che non ci guida neppure da distante. La vicenda assume
spesso aspetti comici, anche se a te che la vivi non ti viene
affatto da ridere e anzi ti disperi. Ma come? Fino a ieri
lo sapevo benissimo e oggi, anzi ora, niente. E’ deprimente,
ma è capitato a tutti e se questa non è certo una consolazione,
è almeno una sensazione di normalità o di non allarmante gravità.
Non è facile descrivere per chi non l’abbia provato
l’impotente conato verso l’individuazione di un nome,
di una configurazione di suoni significanti e talvolta
specificamente colorati, carichi di beffarda unicità
che sembrano a portata di mano ma che, ribelli,
non arrivano per quanto invocati. Sembra sempre
di esserci, ma se si insiste troppo il nome si allontana
sempre di più, si liquefa e si avverte il groppo
dell’ansia e della concitazione.
Il gesto è quello di cogliere pomi
da un albero che ne è pieno, ora questo
ora quello, con maggiore o minor prontezza,
con quella che era una volta l’ebbrezza
di un gesto quotidiano. Ma qualcuno ora fa resistenza,
pare che dobbiamo farne senza, per quanti sforzi
facciamo e quante prove, con modalità sempre nuove.
Si tratta comunque di pomi immateriali
che possono accostarsi sornioni e con grande
disinvoltura o mostrare la loro scorza dura solo
dopo grande insistenza. E’ la potenza della memoria
che se ne è andata, o almeno la capacità di richiamare
al proprio cospetto qualcosa che era stato licenziato
e archiviato, qualcosa che fortunatamente non se n’è andato,
non ci ha abbandonato, ma che non viene di corsa,
per quanto pensiamo di tenerlo in una morsa.
Non si tratta di cercare in una borsa
o in un archivio; si tratta di riportare in vita qualcosa
che potrebbe anche essere svanita e certo non è lì.
Una sensazione che non può non temperare l’orgoglio,
germoglio e pargolo della prima, inconsapevole, età:
La memoria si sfa.
 
Conspectus Diaboli
Che cosa potrei dire, o fare,
se un giorno incontrassi Satana in persona?
Come lo riconoscerei, innanzi tutto,
e come mi rapporterei a lui, vero grande
genio del male
di lui padre e sua creatura?
D’altra parte se il bene è infinitamente
consequenziale, il male deve essere
per forza infinitamente contraddittorio;
un bel problema
non c’è che dire!
Come si argomenta o
si contende con chi
fa della contraddizione
la sua propria logica?
Non tutti ragionerebbero così.
Molti immaginerebbero il diavolo
come perfidamente cattivo
e lucidamente malvagio.
Ma è possibile? E cosa vuol dire cattivo
e il più cattivo?
In molti modi si può essere cattivi,
troppi forse, anche se tutti impallidiscono
al confronto col diavolo,
l’angelo della luce rifiutata e tradita,
il vero unico Signore delle tenebre.
Ai poeti è rimasto molto
più simpatico di Dio stesso e ha riempito
di sé la letteratura, figura emblematica
della tenebra, mitico eroe
del Male come ribellione.
Quasi nessuno ha parlato del Diavolo
come del Diavolo; tutti ne hanno fatto
un romantico Angelo della ribellione
o una divinità combattente
greco-romana. O ne hanno parlato solo
indirettamente, quasi per sentito dire.
Per tutti questi motivi non so se lo riconoscerei
e dovrei ingegnarmi per trovare con lui
un bandolo.
Quello del male? Se è praticamente impossibile
rappresentare il Bene, è comunque difficilissimo
anche rappresentare il Male.
Male è tradimento, mancare alla parola data
o addirittura fare il contrario di quanto promesso.
Male è infliggere dolore, fisico o psichico,
a qualcuno, indipendentemente dal fatto
che se lo meriti, ma certo più grave
se quello non ti ha fatto niente.
Male è mentire, rubare, violare o prevaricare.
Male è anche ingarbugliare volontariamente
i fili dell’esistenza di qualcuno, metterlo
nei guai senza costrutto e magari senza
neppure conoscerlo,
solo per il gusto di farlo.
Male infine è non marciare diritto.
L’obliquità del male è una sua caratteristica
essenziale; ma chi, oltre al Diavolo, la mette
veramente in pratica? Satana, si suppone, lo fa
per vocazione e con una certa facilità. E lo sa.
Ma chi altro fa il male consapevolmente?
Cosciente e coscientemente deviante dalla retta via?
Probabilmente nessuno: il male lo si fa spesso
inconsapevolmente e per seguire potenti spinte
interne che poi giustifichiamo –siamo maestri
in questo, i maestri della razionalizzazione-
e nessuno è perfetto nella sua cattiveria.
E’ per questo, per estremizzare il compimento
del male –e la colpa, l’offesa, il vulnus, al Signore-
che è stato inventato il Diavolo, l’Imperatore
del negativo, l’originatore e l’intercettatore
delle colpe, il Perfetto a rovescio, la depravazione
comportamentale, illuminata, diciamo così,
da una perfetta autocontraddittorietà.
Possiamo dire che l’uomo vive a mezza strada
fra Dio e il Diavolo, tirato da entrambi da una parte
e dall’altra, ma sembra più ragionevole pensare
che queste due Entità altro non siano che le proiezioni
all’esterno delle istanze della nostra natura, estremizzate
e perfezionate al punto da sembrare oggettive e certo
emblematiche. Noi non viviamo fra Dio e il Diavolo;
siamo, inscindibilmente, entrambi. E probabilmente
non c’erano alternative. Per quel che ne sappiamo,
non ci sono praticamente mai alternative.
Il Diavolo l’ho quindi già incontrato,
innumerevoli volte. Non l’ho riconosciuto
perché materialmente non c’è, ma ci ho interagito
e anche parlato,
spesso a tu per tu.
E’ dentro di me
e dentro tanti comportamenti di tanta gente.
E non è divertente né titanico; è parte integrante
dell’essere per il pensiero e una delle innumerevoli
pieghe
dell’essere stesso.