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Orazio Labbate. Chianafera

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Chianafera è un romanzo che si muove come una creatura notturna: striscia nella tradizione, la morde, poi se ne allontana lasciando il segno. Orazio Labbate costruisce un’opera gotica e visionaria che affonda le radici in una Sicilia arcaica e mitica, ma lo fa con una lingua e una sensibilità profondamente contemporanee. Il risultato è un libro perturbante, carnale, a tratti feroce, che interroga il male non come eccezione ma come sostanza quotidiana, quasi geologica, del vivere. Al centro del romanzo c’è una comunità chiusa, dominata da superstizione, violenza simbolica e repressione dei desideri. La “chianafera” del titolo non è soltanto una figura mostruosa o leggendaria, ma una presenza ambigua, una condensazione di paure collettive, di colpe rimosse e di pulsioni inconfessabili. In questo senso, Labbate lavora sul mostro come faceva la grande letteratura gotica: non qualcosa di esterno all’umano, ma la sua deformazione più sincera. Il primo parallelismo inevitabile – oltre che alcuni libri di Bufalino e Consolo, oltre che con i racconti di Ligotti- è con Giovanni Verga, ma un Verga filtrato attraverso l’incubo. Come nei Malavoglia o in Mastro-don Gesualdo, anche in Chianafera la comunità è una gabbia, un sistema chiuso che schiaccia l’individuo. Tuttavia, mentre Verga mantiene uno sguardo “scientifico”, quasi darwiniano, Labbate abbandona ogni pretesa di oggettività e sprofonda nel delirio, nel simbolico, nel sacrale corrotto. C’è poi una forte parentela con Federigo Tozzi e con certi personaggi di Tommaso Landolfi, soprattutto nella rappresentazione dell’ossessione e della psiche deviata. La lingua di Labbate è densa, barocca, sensoriale: una lingua che non descrive soltanto, ma avvolge e soffoca, ricordando per intensità certe pagine di Gadda, anche se prive della sua ironia centrifuga.Sul piano internazionale, Chianafera dialoga con il gotico rurale di William Faulkner: la provincia come luogo del mito, del peccato ereditario, del tempo che non scorre ma imputridisce. Come nella contea di Yoknapatawpha, anche qui il passato non passa mai davvero, e ogni generazione è una variazione dello stesso trauma originario.Dal punto di vista cinematografico, il mondo di Chiarafera sembra imparentato con il cinema di Pier Paolo Pasolini, soprattutto Il Vangelo secondo Matteo Teorema, per l’uso di un sacro primitivo, corporale, mai pacificato. La religione non salva: giudica, schiaccia, deforma. Uno degli elementi più potenti di Chianafera è la centralità del corpo: corpi desideranti, puniti, umiliati, temuti. Il corpo femminile, in particolare, diventa il campo di battaglia su cui si esercita il controllo della comunità. In questo senso, Labbate si inserisce in una linea che va da Elsa Morante Anna Maria Ortese, ma con una crudezza quasi horror, che non cerca consolazione né riscatto.La colpa, in Chianafera, non è mai individuale: è un’eredità collettiva. Nessuno è innocente, perché nessuno è davvero libero. Ed è proprio questa assenza di redenzione a rendere il romanzo così disturbante e, allo stesso tempo, così coerente.E’ un libro che non si lascia addomesticare. Richiede al lettore attenzione, resistenza, disponibilità a perdersi in una lingua che graffia e in una storia che non concede appigli morali. È un romanzo che dimostra come il gotico non sia un genere evasivo, ma uno strumento potentissimo per raccontare la realtà, soprattutto quella italiana, quando la si guarda senza indulgenza.Orazio Labbate firma un’opera radicale, che dialoga con la grande tradizione letteraria e cinematografica senza mai risultarne derivativa. Chianafera non spiega il male: lo mostra, lo fa respirare, lo lascia libero di camminare accanto a noi. Ed è proprio per questo che, una volta chiuso il libro, continua a far paura.

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