Ci sarà un incontro che non va come previsto.
Un incontro che le insegnerà una lezione preziosa. Frank Sinatra accetta di incontrarla.
“La Voce”, il mito, l’uomo che fa impazzire il pubblico femminile di mezzo mondo. Oriana prepara le domande per giorni. Non saranno domande facili.
Non sulla musica e sui film.
L’intervista inizia in un ristorante di Los Angeles.
Sinatra è di cattivo umore; lo è spesso.
Prima domanda, gentile, introduttiva. Seconda domanda un po’ più pungente. Terza domanda sulla sua presunta connessione con la mafia.
Sinatra posa il bicchiere. La guarda con quegli occhi azzurri che hanno fatto innamorare milioni di donne. Ma non c’è calore in quello sguardo. Si alza e se ne va. Senza una parola, senza voltarsi.
Qualsiasi altro giornalista avrebbe gettato via i suoi appunti e pianto sulla serata sprecata.
Lei invece prende il taccuino e inizia a scrivere.
Scrive un articolo su come Frank Sinatra è fuggito da un’intervista, descrive la sua paura per le domande vere, la sua arroganza, la sua incapacità di affrontare qualcuno che non lo adula. Descrive il ristorante, il piatto che ha lasciato a metà, il cameriere imbarazzato. Il silenzio che è seguito alla sua uscita.
L’articolo fa più rumore di qualsiasi intervista riuscita. Tutti lo leggono, tutti ne parlano.
Sinatra diventa lo zimbello della stampa.
Il metodo Fallaci comincia a prendere forma.
Se non puoi avere le risposte, racconta le non risposte.
Ma Hollywood era solo un antipasto.
Il piatto principale la attendeva tra le stelle. 
Non quella del cinema, quelle del cielo.
1963. La corsa allo spazio è nel pieno del suo furore. Americani e sovietici gareggiano per conquistare il cosmo. Il Presidente Kennedy ha promesso un uomo entro la fine del decennio. La NASA è il tempio di questo sogno. Oriana ottiene quello che nessun giornalista europeo ha mai avuto: accesso completo ai programmi spaziali americani. Non solo interviste e comunicati stampa; può entrare nei centri d’addestramento, parlare con gli astronauti senza filtri, persino provare i simulatori di volo. Perché proprio lei? Perché non vuole raccontare gli eroi ma gli uomini dietro gli eroi: le loro paure notturne, i loro dubbi segreti, le loro debolezze nascoste. Diventa amica di John Glenn, il primo americano in orbita terrestre, passa ore con Peter Conrad che un giorno camminerà sulla luna. Studia i loro corpi sottoposti a stress impossibili, le loro menti addestrate a non cedere al panico, ascolta le famiglie che sanno che ogni lancio, potrebbe essere l’ultimo. Un episodio rivela il suo stile.
In un incontro con Alan Shepard, il primo americano nello spazio suborbitale, la conversazione scivola sull’ego. Shepard parla di sé, del suo primato, della sua importanza storica.
La Fallaci lo ascolta. Poi con il tono più innocente del mondo, gli dice “Comandante, lei sembra avere il complesso del primo uomo”. Shepard si blocca. La fissa cercando di capire se sia un insulto o un’osservazione. Poi scoppia a ridere. Una risata liberatoria. “Ha ragione”, ammette “Nessun giornalista me l’aveva mai detto in faccia, forse perché nessuno ci aveva mai pensato. O forse perché tutti avevano paura”.
“E lei, ha paura di me?” Chiede lei. “Comincio ad averla”, disse sorridendo.
Nel 1965 pubblica “Se il sole muore”, un libro dedicato a suo padre. Non è solo un reportage sullo spazio. È una riflessione sulla mortalità, sul coraggio, sul bisogno umano di superare i propri limiti e toccare l’infinito. Il titolo viene da una frase che suo padre le disse una volta sul futuro dell’umanità: “Se il sole muore noi siamo morti, ma se andiamo nello spazio, se raggiungiamo altri soli allora vivremo per sempre”.
Il libro vende centinaia di migliaia di copie. La critica la paragona ai grandi scrittori americani.
Ma lei non è soddisfatta.
Intervistare astronauti è emozionante ma loro sono eroi positivi. Non c’è il brivido della battaglia. Oriana Fallaci vuole qualcosa di più. Vuole intervistare chi il mondo odia (o dovrebbe odiare). Vuole guardare negli occhi i dittatori, i tiranni, i macellai della storia. La bambina che non piangeva stava per entrare nell’inferno che aveva visto passare tanti giornalisti coraggiosi.
1967. Il Vietnam brucia. Oriana atterra a Saigon con una valigia leggera e un taccuino pesante di domande. Ha 38 anni. Rispetto le altre volte è diverso. La guerra del Vietnam non è come quelle dei libri di storia. Non ci sono fronti chiari, né eserciti in divisa che si affrontano su campi di battaglia definiti. Qui la morte arriva ovunque ed in ogni momento. Nelle risaie allagate, nei campi che bruciano, nelle strade di Saigon. Il nemico è invisibile. Può essere il contadino che ti sorride o il bambino che ti chiede una sigaretta. La paura è costante. La giornalista rifiuta gli alberghi climatizzati, i comunicati stampa messi a disposizione dall’esercito americano.
Vuole vedere, sentire, capire. Vive con i soldati americani, dorme nelle trincee scavate nel fango, mangia il loro cibo in latta che sa di disperazione, condivide le loro notti insonni, quando nella giungla ogni fruscio può significare morte. I militari all’ inizio la guardano con sospetto. Una donna al fronte. Una giornalista di un paese che non c’entra niente con questa guerra. Ma lei non si lamenta mai, non chiede privilegi, non piange quando vede i corpi, quando i proiettili fischiano si butta a terra come tutti gli altri. Quando i feriti urlano, aiuta a trasportarli. Un giorno un’esplosione la investe. Schegge di granata le penetrano nella carne, il sangue le cola lungo il braccio. I soldati vogliono evacuarla immediatamente; lei rifiuta. “Non sono venuta qui per scappare al primo graffio” dice stringendo i denti mentre un medico le estrae i frammenti senza anestesia. Resta, scrive, testimonia. I soldati la rispettano e cominciano a parlarle davvero: della paura che non li lascia mai, dei compagni morti tra le loro braccia, dei dubbi su questa guerra che non capiscono, del
desiderio di tornare a casa. Ma il Vietnam non è solo morte americana. C’è un altro lato della guerra, quello che i giornali occidentali ignorano o demonizzano. Il nemico, il generale che sta umiliando la più grande potenza militare del mondo. Oriana vuole intervistarlo.
Võ Nguyên Giáp: Brillante stratega militare del Vietnam del Nord, leader delle forze Viet Minh, l’uomo che ha sconfitto il dittatore Ngo Dinh Diem, sostenuto dalle forze statunitensi per contrastare l’avanzata comunista nel sud est asiatico. La cosiddetta teoria del domino, la convinzione che se un paese fosse caduto in mano al comunismo altri lo avrebbero seguito.. Fu nel 1954, l’architetto della strategia vietnamita: la fine della guerra d’Indocina e la cacciata delle truppe francesi, sancita dalla Conferenza di Ginevra. Per il popolo un eroe nazionale, un genio militare. Ottenere l’intervista sembra impossibile. Giáp non parla con i giornalisti occidentali. Ma la Fallaci insiste con la testardaggine che la caratterizza. Usa tutti i contatti che ha. Attende per settimane che diventano mesi.
Alla fine Giáp accetta.
È la prima intervista che un giornalista occidentale ottiene con il nemico numero uno dell’America. La conversazione dura ore in una stanza spoglia di Hanoi. Giapp parla con calma, quasi come un professore che spiega la lezione ad uno studente non particolarmente brillante.
Spiega la sua strategia con pazienza; non vincere le battaglie ma vincere la guerra. Logorare il nemico goccia dopo goccia. Aspettare che perda la voglia di combattere.
“Voi occidentali contate i morti, noi contiamo il tempo. Il tempo è dalla nostra parte”.
La giornalista ascolta. Non è d’accordo su tutto ma capisce che questa guerra l’America non può vincerla. Non con le bombe, non con i soldati, non con i miliardi di dollari. Perché il Vietnam combatte per la sua terra, per la sua esistenza.
Gli americani combattono per un’idea astratta.
Per una teoria del domino che nessun soldato nelle trincee capisce davvero.
Quando torna a Saigon scrive: “le sue parole sono dure e spietate” senza la retorica patriottica che i lettori americani si aspettano. Racconta la guerra come è veramente, “fango, sangue, paura, assurdità”. Nessun eroismo hollywoodiano: solo giovani che muoiono per ragioni che non capiscono, “In un paese di cui non sanno nemmeno pronunciare il nome”.
Nel 1969 pubblica “Niente e così sia” . Il titolo è una citazione biblica, un’accelerazione amara del destino e della morte. Il libro non è un reportage tradizionale..,. È la testimonianza di una donna che ha visto l’inferno e ne è tornata cambiata per sempre.
La critica si divide. Alcuni l’accusano di antiamericanismo, di fare il gioco del nemico.
Altri la celebrano come la più grande corrispondente di guerra del suo tempo.
Lei gli ignora. Ha già avuto un altro inferno da raccontare.
2 ottobre 1968, Città del Messico. L’Olimpiade sta per iniziare. Il mondo guarda il Messico aspettando gare e medaglie, record e trionfi sportivi. Ma nel paese sta accadendo qualcosa.
Gli studenti protestano. Chiedono democrazia, libertà, fine della repressione poliziesca. Il governo vuole che L’Olimpiade sia perfetta. Il Messico deve apparire moderno civile e stabile.
I manifestanti sono un problema che va eliminato. Piazza delle Tre Culture chiamato anche Tatlelonco per le risonanze storiche del quartiere. Un luogo carico di storia dove gli spagnoli massacrarono gli ultimi guerrieri Atzechi nel 1521. La storia sta per ripetersi.
10.000 persone si sono radunate per un comizio pacifico di studenti, operai, famiglie con bambini piccoli. Cartelli, canzoni, diritti fondamentali. 
Oriana Fallaci è lì. È l’unica giornalista straniera presente sulla piazza. Ha fiutato la tensione nei giorni precedenti. Qualcosa di terribile si prepara. Le sei di sera. Il sole tramonta dietro i vecchi edifici Atzechi. La piazza è piena di voci. Gli oratori parlano dal balcone di un edificio. La folla ascolta e applaude. Poi un elicottero appare nel cielo. Lancia un razzo verde. È il segnale. Dai tetti dei palazzi circostanti , dalle strade laterali, i soldati aprono il fuoco. Non sparano in aria per disperdere la folla. Sparano sulla folla. Mirano per uccidere. La gente corre in ogni direzione. I proiettili non si fermano. È un massacro pianificato. Oriana cerca riparo, corre verso un edificio. Un proiettile la colpisce alla schiena.
Il dolore è accecante. Cade. Si rialza con uno sforzo sovraumano. Un altro proiettile al ginocchio. Cade ancora. Si rialza. Il terzo proiettile al petto. Non può più muoversi. Il sangue si allarga sotto di lei, insieme ad altri corpi. Un soldato si avvicina a lei. La guarda dall’alto in basso. Lei non si muove, trattiene il respiro. Fa la morta come aveva imparato da bambina durante la guerra, quando i tedeschi passavano per le strade di Firenze. Il soldato la afferra per i capelli e la trascina giù per le scale. Ogni metro è un’agonia ma lei non urla. Non può permettersi di sembrare viva. La gettano in un camion insieme ai morti. Corpi sopra e sotto di lei. Il camion parte sobbalzando sulle strade sconnesse. Questo è il punto in cui chiunque si arrenderebbe alla morte. Non lei: continua a respirare impercettibilmente. Ogni respiro è un atto di volontà. Il camion si ferma. Scaricano i corpi come sacchi. Un infermiere quasi per miracolo nota un movimento quasi invisibile. Si avvicina, controlla il polso. Lei è ancora viva. La portano in ospedale: tre proiettili nel corpo, nessun documento. Nessuno sa chi sia questa donna straniera trovata tra i cadaveri degli studenti messicani. Per giorni resta
in bilico tra la vita e la morte. I medici danno poche speranze ma lei sopravvive. Quando finalmente può parlare racconta tutto. Il massacro, i soldati che sparavano su ragazzi disarmati, i morti trascinati via come spazzatura. Il governo messicano nega. Dice che ci sono stati solo trenta morti; incidenti isolati, scontri con provocatori, legittima difesa contro sovversivi armati. Ma Oriana Fallaci ha visto, ha contato i corpi nel camion, ha memorizzato i volti dei morti. Il suo reportage diventa la prova principale del massacro. Non trenta morti, trecento, forse quattrocento tra studenti, ragazzi , madri, padri, bambini innocenti. Il governo messicano continuerà a mentire per 30 anni. Solo alla fine del secolo ammetterà la verità.
Ma il mondo sapeva già grazie a una donna che si è fatta sparare tre volte pur di testimoniare.
Francesca Mezzadri