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Oriana Fallaci: Una vita di coraggio e resistenza III

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Tre proiettili non l’avevano uccisa, le guerre l’avevano temprata, ma un incidente d’auto in una notte greca avrebbe spezzato ciò che sembrava indistruttibile. Prima, però, c’erano stati altri inferni da attraversare, altri potenti da affrontare, altri duelli da combattere. Gli anni Settanta sono il decennio d’oro di Oriana Fallaci. È la giornalista più famosa del mondo, ma non basta: vuole i potenti, i veri padroni del mondo; quelli che decidono guerra e pace, vita e morte di milioni di persone con la firma su un documento. Vuole i dittatori.

Novembre 1972, Washington. Henry Kissinger è l’uomo più potente del pianeta dopo il Presidente Nixon. Consigliere per la sicurezza nazionale, architetto della politica estera americana, stratega freddo e calcolatore. Le bombe che cadono su Hanoi e sulla Cambogia portano la sua firma. Kissinger è notoriamente diffidente verso la stampa, ma la Fallaci insiste. Usa ogni contatto, ogni pressione diplomatica, ogni trucco del mestiere. Alla fine lui accetta.

Pensa di poter controllare la situazione, di essere più intelligente di una giornalista italiana. Un errore che rimpiangerà per il resto della sua lunga vita. Lei si prepara per quattro mesi. Legge ogni suo discorso pubblico, ogni intervista, ogni biografia autorizzata e non. Studia la sua psicologia, le sue debolezze nascoste, i suoi punti ciechi. Parla con i suoi nemici, con i suoi ex collaboratori, con chiunque possa darle un’arma.

Quando finalmente si siede davanti a lui alla Casa Bianca, sa più cose su Kissinger di quante ne sappia lui stesso.

L’intervista inizia con cortesia: domande sulla politica estera, sulla strategia in Vietnam, sui negoziati di pace. Kissinger risponde con tono professorale, vagamente condiscendente. Poi lei cambia registro, sottilmente, quasi impercettibilmente. Gli chiede come si vede, quale immagine ha di sé stesso, che ruolo pensa di avere nella storia.

Kissinger, lusingato dalla domanda personale, abbassa la guardia. Finalmente qualcuno interessato a lui, non solo alla politica.

Mi vedo come un cowboy,” dice, quasi sorpreso dalle proprie parole. “Un cowboy che entra in una città a cavallo, che affronta i pericoli da solo. Questo mi attrae. Essere solo, sempre solo.”

La Fallaci registra tutto. Non commenta, non interrompe, non mostra sorpresa. Lascia che lui parli, che si esponga, che si riveli. Kissinger continua, incoraggiato dal silenzio attento. Parla del suo fascino sulle donne, del suo potere, della sua unicità nella storia americana. Si vanta, si esibisce, si espone come non ha mai fatto con nessuno.

Quando l’intervista viene pubblicata, il mondo ride e si indigna al contempo. Il grande stratega, l’uomo delle bombe e dei trattati segreti, si vede come un cowboy solitario, un eroe da film western di serie B. Kissinger tenta di smentire furioso: dice che le sue parole sono state distorte, manipolate, estrapolate dal contesto. Ma la Fallaci ha i nastri. Ha registrato tutto. Anni dopo, in più occasioni, Kissinger definirà quella conversazione come la più grande catastrofe mediatica della sua carriera.

Una donna alta un metro e cinquanta e cinque centimetri. Il metodo aveva funzionato alla perfezione: farlo sentire a suo agio, farlo credere al controllo, poi lasciarlo distruggere da solo con le proprie parole.

Settembre 1979. Teheran, Iran. La rivoluzione islamica ha rovesciato lo Scià. Il nuovo padrone è Khomeini, che l’Occidente osserva con un misto di orrore e totale incomprensione. Chi è quest’uomo con il turbante nero e la lunga barba bianca? Dove porterà il suo paese e il Medio Oriente? Oriana vuole saperlo. Ottenere l’intervista è un incubo burocratico e politico. L’Iran rivoluzionario non ama i giornalisti, men che meno le donne che non si coprono il capo.

Lei prega, minaccia, lusinga. Khomeini accetta a una condizione: deve indossare lo chador, il velo nero islamico che copre tutto il corpo e i capelli. La Fallaci accetta.

Ma prima dell’intervista deve risolvere un problema pratico che rivela l’assurdità del nuovo regime: nella Repubblica Islamica, le donne non accompagnate da un uomo non possono usare i bagni pubblici. Un regolamento delirante che trasforma ogni bisogno fisiologico in un’umiliazione calcolata. La soluzione: un matrimonio fittizio. Un traduttore locale, un mullah di basso rango, accetta di sposarla sulla carta. Una formalità burocratica. Qualcuno, però, sbaglia i documenti, e la cerimonia risulta più ufficiale del previsto. Cosa significasse quel matrimonio la Fallaci non lo chiarì mai. Probabilmente nulla, ma l’ironia della situazione non le sfuggiva: la donna che per scelta non si era mai sposata, tecnicamente, lo era con un mullah iraniano.

L’incontro con Khomeini avviene a Qom, la città santa sciita. L’Ayatollah siede su un tappeto, circondato dai suoi seguaci silenziosi e dal figlio. La Fallaci fa domande dirette sulla rivoluzione, sulla violenza nelle strade, sulle esecuzioni sommarie che stanno decimando l’opposizione. Khomeini risponde con citazioni coraniche e condanne dell’Occidente corrotto. Parla come se lei non esistesse, come se parlasse a un pubblico invisibile.

Poi lei attacca. Parla delle donne iraniane obbligate a coprirsi dalla testa ai piedi, dello chador che lei stessa indossa e che la fa sudare sotto il sole di Qom. Lo chiama per quello che pensa che sia: “Questo chador è uno straccio medievale.” Un simbolo di oppressione. Una prigione di stoffa che gli uomini impongono alle donne.

Il silenzio nella stanza diventa solido. I seguaci trattengono il respiro; qualcuno porta la mano alla cintura, dove probabilmente c’è un’arma. Khomeini si irrigidisce.

Lo chador protegge la dignità delle donne,” dice, con tono che non ammette repliche.

La dignità non ha bisogno di stoffa. La dignità sta nella libertà di scegliere,” risponde lei.

L’atmosfera si gela ulteriormente. Khomeini si alza. È furioso, anche se il volto rimane quasi immobile. Poi esce dalla stanza senza salutare. In quel momento Oriana si strappa il chador dalla testa, lo getta a terra e lo calpesta mentre esce. Khomeini vede tutto. Incredibilmente, scoppia a ridere. Il figlio dirà a Oriana che era la prima volta in vita sua che aveva visto il padre ridere. L’intervista viene pubblicata in tutto il mondo. Khomeini ne esce per quello che è: un tiranno che non sopporta le donne, un dittatore camuffato dietro la religione.

1979, Libia. Muhammad Gheddafi, il colonnello che si era proclamato guida della rivoluzione, leader dei leader dei re d’Africa, aveva inizialmente accettato di farsi intervistare. La Fallaci arriva a Tripoli. Aspetta. L’intervista viene spostata, riprogrammata, scuse vaghe, impegni improvvisi, problemi di sicurezza. Poi un messaggio: il colonnello ha cambiato idea. Non vuole più parlare con lei. La Fallaci scrive un articolo su come Gheddafi abbia rifiutato l’intervista.

Alla fine, comunque, l’incontro avviene nel novembre 1979. Il Corriere della Sera pubblica l’articolo il 2 dicembre 1979, con fotografie della leggendaria tenda, lo stesso giorno dell’incendio dell’ambasciata americana nella capitale, e lo completa il 3 dicembre con i passaggi mancanti e un approfondimento della Fallaci.

Durante l’incontro, Gheddafi si esprime con la consueta retorica:

“Voi ci massacrate. Hitler e Mussolini sfruttavano le masse; io non faccio che appellarmi perché il popolo si governi da solo.”

La Fallaci ascolta, annota, osserva. Sa leggere tra le parole, cogliere le contraddizioni e l’arroganza del dittatore. Nel 1986, a seguito del bombardamento americano su Tripoli, riprende il ritratto di Gheddafi sul Corriere della Sera, sottolineando la sua spietatezza e l’illusione che si sia presentato come “vittima” della politica americana. Scrive:

“Gli italiani non hanno capito Gheddafi. O fingono di non averlo capito. Non lo hanno capito, o fingono di non averlo capito, neanche i francesi e i tedeschi, e gli spagnoli e gli svedesi, e molti inglesi e chiunque oggi piange per lui. Cioè chiunque, rovesciando le carte, lo presenti come una vittima degli americani cattivi e aggressori, mentre ora questo brav’uomo inerme e innocente risponde sparando missili sull’isoletta di Lampedusa…”

L’ironia è evidente: Gheddafi non è una vittima. È un dittatore spietato, capace di aggressioni e minacce, e la Fallaci lo smaschera con lucidità chirurgica, mostrando la distanza tra la sua retorica e la realtà.

Le interviste, i dialoghi, le osservazioni: tutto confluisce in un ritratto unico, quello di un uomo che si crede al di sopra della storia, arrogante e con delirio di grandezza

Poi c’è Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. È il 1974, Beirut. Arafat si presenta armato, mitra a tracolla, fazzoletto palestinese sulla fronte. Un gesto che non sorprende Oriana: uomini che ostentano il potere con ogni mezzo lei li conosce bene. L’intervista comincia tra gesti minacciosi e sorrisi calcolati. La Fallaci lo ascolta, lo osserva, annota ogni parola. Non c’è paura, non c’è deferenza: c’è curiosità, c’è la volontà di capire la mente del leader che guida la guerriglia, il volto di un popolo in lotta. Arafat parla di lotta armata, di esilio, di un popolo privato di diritti. Lei incalza, lo mette di fronte alle contraddizioni della sua strategia, alle sofferenze dei civili. Non c’è pietà nel tono: solo la ricerca della verità.

E poi c’è Golda Meir, la “nonna d’Israele”. L’intervista storica avviene nel novembre 1972, a Gerusalemme, e diventa subito un documento intenso e diretto della donna che incarna la tenacia e la determinazione di uno Stato appena uscito dalla guerra. La Fallaci deve rifare l’intervista da capo a causa del furto dei nastri originali: quattro incontri complessivi per oltre sei ore di conversazione. Meir parla di guerra, di pace, di identità ebraica, difende le conquiste del 1967, nega il ritorno dei profughi e ribadisce l’impossibilità di rinunciare a Gerusalemme.

Per Oriana, l’intervista è complicata ma affascinante. Pur non condividendo tutto, ammette di essere conquistata dalla forza di Meir, definendola una donna “fantastica”, alla quale non si può negare rispetto e ammirazione. L’intervista diventa un documento fondamentale per comprendere la postura israeliana negli anni Settanta e la personalità della sua leader.

Tre proiettili non l’avevano uccisa. Le guerre non l’avevano spezzata. 

Da Kissinger a Khomeini, da Gheddafi ad Arafat, da Meir agli uomini più potenti e temuti del pianeta, Oriana Fallaci dimostrava che la distanza tra la fama e la verità può essere colmata solo da una domanda ben posta, da una presenza ferma, da una volontà che non cede mai. 

L’Amore

L’amore sfugge a qualsiasi regola semplice, come se seguisse una grammatica tutta sua, indecifrabile. Forse è per questo che tanti hanno provato a descriverlo, ognuno a modo suo. Oriana Fallaci ci riuscì in “Un uomo”, raccontando Alekos Panagulis: l’uomo che per lei racchiudeva ogni possibile significato del termine — politico, rivoluzionario, poeta, e soprattutto, l’amore della sua vita.

Quando si incontrarono per la prima volta, non si conoscevano davvero, eppure si riconobbero subito. Era giovedì 23 agosto 1973 e Oriana arrivava ad Atene con il cuore in tumulto, pronta a intervistarlo. Alekos, liberato solo il giorno prima dopo cinque anni di prigionia per il fallito attentato contro il dittatore Papadopoulos, li attendeva nella sua casa, gremita di giornalisti e curiosi. Appena la vide, si alzò di scatto e la strinse in un abbraccio che sembrava colmare anni di attesa. Forse, in fondo, si conoscevano già: durante la sua prigionia, Oriana lo aveva accompagnato con i suoi articoli, e lui aveva trovato coraggio nel semplice fatto che lei esistesse.

Quell’incontro segnò l’inizio di una storia intensa, reale e tormentata, costellata di tradimenti e dolori, tra cui un aborto spontaneo, che Oriana avrebbe raccontato con infinita delicatezza in “Lettera a un bambino mai nato”. Le prime bozze risalgono al 1969 — anni in cui Oriana aveva subito già tre aborti spontanei — e la versione definitiva venne pubblicata nel 1975. Panagulis, poeta oltre che rivoluzionario, volle partecipare alla stesura fino al punto da costringere Oriana a nascondere le bozze ovunque, anche tra le pentole della cucina. Il finale, quello che oggi conosciamo, provocò una discussione tra i due, risolta poi con un compromesso: l’inserimento del “forse” in Forse muoio anch’io. Solo dalla trentasettesima edizione il finale tornò alla forma originaria: “Tu sei morto. Ora muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore”.

Quel “forse” divenne un “ora” perché Alekos non c’era più, morto in un incidente automobilistico che aveva più l’ombra di un attentato, appena tre anni dopo quell’intervista che li aveva fatti incontrare. Un’ora che segnava la fine di ogni possibilità, strappata dall’inevitabilità della morte, l’epilogo crudele di un amore che sembrava invincibile.

In “Un uomo”, Oriana racconta la vita di un combattente e poeta, ma soprattutto mette nero su bianco ogni sfumatura — anche le più dolorose — del sentimento immenso che provava per Alekos. Un amore che non nasceva dal corpo: Oriana rifiutava qualsiasi ragione fisica per amarlo, e trasformava ogni motivo per non innamorarsi in un motivo per amare ancora di più.

Scriveva, ad esempio, che il corpo di lui non la attraeva e che non capiva le donne che si innamoravano di un fisico, fino a tradire e umiliarsi pur di poter dire di averlo toccato. “Forse non ero innamorata di te, o forse non volevo esserlo; forse non ero gelosa, o forse fingendo di non esserlo. Ma una cosa era certa: ti amavo come mai avrei amato nessuno. Avevo scritto che l’amore non esiste, o se esiste è un inganno: ma allora cosa significava amare? Amare era ciò che sentivo immaginandoti impietrito, perdio, con lo sguardo di un cane maltrattato. Ti amavo, perdio. Ti amavo tanto da non sopportare di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita. Amando te, amavo anche i tuoi difetti, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue contraddizioni.”

Era un amore che non nasceva dal corpo, ma che si faceva corpo. Due anime fuse in una sola: respiro, identità, sogno, speranza — e anche dolore. Una malattia, come la definiva Oriana, un cancro che la divorava, da cui cercava invano di fuggire, anche nei momenti di rabbia in cui lo allontanava urlando “crepa!”, parole che le rimasero sulla coscienza per tutta la vita.

E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di fare, eppure ti amavo di un amore più potente del desiderio, più cieco della gelosia: un amore così implacabile, così incurabile, che ormai non potevo immaginare la vita senza di te. Tu eri parte del mio respiro, delle mie mani, del mio cervello; rinunciare a te significava rinunciare a me stessa, ai miei sogni e ai tuoi sogni, alle illusioni condivise, alle speranze comuni… alla vita stessa. E allora l’amore esisteva davvero, non era inganno: era una malattia, e io ne conoscevo ogni segno, ogni manifestazione.”

Francesca Mezzadri 

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