Osservanze scrupolose

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Con Osservanze scrupolose di Stefano Bidetti proponiamo l’ultimo racconto realizzato in seguito al laboratorio di “Scritture Urbane” dedicate alla scrittura “surreale”. Il prossimo appuntamento è fissato per il 13 dicembre, con le consuete modalità, e sarà dedicato alla “musicalità” della scrittura.

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Osservanze scrupolose

Era stato chiuso per mesi nella propria casa, come tutti: senza amici, senza contatti, senza serate in birreria. Mesi a dedicarsi a cose nuove, ma vecchie dentro: libri in attesa di ritrovare un posto nella libreria, fettuccine ansiose di ritrovare la forma delle mani e dell’impasto fresco di farina e uova, la famosa torta di sua madre di cui sperimentare la ricetta.

Non si poteva uscire. Non si doveva. Come quando l’immagine dell’Uomo Nero, che la nonna gli evocava per tenerlo buono e farlo rimanere nei dintorni di casa, si materializzava nelle sue paure, diventando nei sogni notturni una presenza reale e terrificante.

Quell’Uomo Nero era arrivato, per tutti, e adesso era necessario rispettare delle regole, per mantenere chiusa quella porta, per non lasciargli alcuno spiraglio.

Egli aveva osservato alla lettera le indicazioni, con diligenza, anche le poche volte in cui era uscito.

Prima di entrare nel supermercato, si era diligentemente disinfettato le mani, aveva tenuto sempre indosso la mascherina e calzato i guanti di lattice, mantenendo anche le prescritte distanze; per poi naturalmente all’interno prendere a gomitate in faccia una vecchietta contendendole l’ultima confezione di lievito di birra.

Ora avevano detto che si poteva uscire. Era giugno, caldo. Forse era stato quello a fermare la malattia?

Tutti con le mascherine davanti al proprio fiato, coi guanti a proteggere da contatti infetti. Corpi coperti, come se anche il sole fosse un contagio.

Era uscito, finalmente. Due passi sulla via dello shopping. A guardare la gente, più che le vetrine.

Aveva tentato dei sorrisi, da rivolgere alle persone che incontrava, pensando ingenuamente che non ci fosse un ostacolo a impedire agli altri di vedere la sua bocca e leggere il suo volto.

Si era messo in coda per poter accedere al bancone del bar, alla giusta distanza da chi lo precedeva e da chi lo seguiva, per gustarsi finalmente un caffè espresso, non fatto con la moka; lentamente si era goduto lo strappo della bustina dello zucchero prima di rovesciarla fino all’ultimo granello nella tazzina.

Aveva atteso il suo turno all’esterno di un negozio di abbigliamento per bambini, al solo scopo di osservare gli occhi allegri delle mamme, o ascoltare i loro commenti sdolcinati, ma che in quelle condizioni riempivano il cuore; e poi si era soffermato ad osservare con intima soddisfazione famiglie passeggiare tranquillamente per le strade della città.

Padroni con i propri cani, non più costretti a essere usati come una scusa per uscire.

Fidanzatini tenersi per mano, anche se con i guanti.

Biciclette e monopattini avanzare lentamente, con rispetto di tutti.

Sembrava quasi fossero tornati armonia ed equilibrio ormai dimenticati.

Si trovò a pensare quanto potesse essere bello osservare le regole nel modo giusto, tutti d’accordo, con spirito collettivo: una cosa gratificante, di quelle che tengono insieme il mondo intero.

Avvertiva un senso di comunità con tutte le persone attorno a lui.

Ma improvvisamente, sul muro accanto all’ingresso del tabaccaio, notò quel cartello:

“AREA VIDEOSORVEGLIATA – PER MOTIVI DI SICUREZZA È SEVERAMENTE VIETATO L’INGRESSO CON IL VOLTO COPERTO TOTALMENTE O ANCHE PARZIALMENTE DA CASCHI, BANDANE, SCIARPE O QUALSIASI OGGETTO CHE POSSA RENDERE DIFFICILE IL RICONOSCIMENTO”.

Avvertì una fitta ai polmoni, da togliere il respiro. Quella vaga sensazione di cose sbagliate, senza senso, simile al sapore dell’elastico che metteva in bocca quando mancavano le gomme da masticare. Continuava a ciancicarlo nel tentativo di farlo appallottolare, di dargli consistenza, in modo da contrastare il ritmo delle sue mandibole.

Quella scritta suonava inappropriata, inadeguata: l’equilibrio magico avvertito fino a quel momento si era rotto, andava ripristinato.

Sentì il bisogno di agire, di fare qualcosa in grado di contrastare il disagio.

Caldo. Improvviso e insopportabile. Iniziò a sbottonare la camicia, prima con calma, poi con frenesia.

Rimasto a torso nudo, si slacciò la cinta, per togliersi anche i pantaloni… ma prima le scarpe… e i calzini!

Le cose che prima indossava sembravano essere esplose, per sparpagliarsi disordinatamente sul marciapiede.

In quella dispersione frettolosa e confusa di indumenti finirono anche le mutande; tuttavia quell’uomo non era completamente nudo; indossava infatti ancora guanti e mascherina.

A quel punto si sentì nuovamente a proprio agio. Chiunque l’avrebbe potuto riconoscere anche con ancora indosso quegli accessori di protezione individuale obbligatori.

Si sentiva coerente, a posto con la propria coscienza, nonostante la gente che gli urlava in faccia qualcosa e quell’anziana signora svenuta davanti ai suoi piedi.

In fondo – pensava – non è così difficile essere delle brave persone, dimostrarsi rispettosi delle disposizioni. Basta saperle interpretare.”

Di nuovo sorrise a tutti, contento di sé, e si incamminò per la sua strada…

Stefano Bidetti