Pachiderma è il Manufatto poetico 31 di Letizia Polini, edito da Zacinto edizioni nel 2025, e sviluppa un orizzonte di scrittura che si genera da buchi e mancanze in 25 testi. Scrittura che trafora il reale e si nutre di resti e dettagli, quasi sottraendosi, ripetendo i tagli dello sguardo che si appassiona al margine della cosa materna. La casa. La cosa-Pachiderma di Letizia Polini si estende come riflesso di un abbandono, ma senza l’intenzione, il Pachiderma è «stato sempre al margine, mentre scrivevo altro, in qualche modo si è composto da ciò che ho tagliato fuori». Lasciare andare la parola alla sua vita e restituire la cosa al suo piacere di esserci, un leggere desiderante che genera godimento: «Non solo durante l’atto di scrivere, anche nei periodi in cui lavoro a una composizione, il solo pensarci mi fa godere.» Non godimento come ripetizione del mortifero fuoco dell’io, ma godimento del soggetto inconscio che semplifica, fa buchi, stanza intorno ai vuoti: «il corpo viene portato vicino a una soglia a cui cerco di avvicinarmi un po’ in tutto il libro.» Il corpo del Pachiderma si frammenta e aspira all’immateriale, al suono del théatron . La scrittura di Polini resta fuori dal limite, dai recinti che si autoimpone l’io, la volontà dell’io che si autosabota: «se mi accorgo che sto correndo questo rischio, faccio il possibile perché non accada, ma non è sempre facile.» Proprio perché è sottrazione, resto e andamento che si lascia fare, la scrittura è visivo dell’orizzonte, e cerchialità che desidera svilupparsi «in ritagli di tempo stipati tra un impegno e l’altro, quando ho poco spazio mentale o in stati d’animo non positivi, anche di questa scomodità scrivo.» Il Pachiderma si lascia desiderare, si scombussola nei tic ripetitivi dell’azione installativa di scrittura, addensa mancanze dei vuoti che non si fanno pieni, c’è insomma un s-oggetto che si tramuta in suono del desiderio…
Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?
Pachiderma ha messo le radici un po’ di anni fa e ha subito diverse mutazioni. È stato drammaturgia teatrale, installazione sonora, stava per essere un racconto e poi è diventato una composizione poetica. È stato sempre al margine, mentre scrivevo altro, in qualche modo si è composto da ciò che ho tagliato fuori. Nell’ultimo anno ho poi lavorato a sistemare tutto il materiale che ci avevo buttato dentro.
Quando scrivi, godi?
Molto. Non solo durante l’atto di scrivere, anche nei periodi in cui lavoro a una composizione, il solo pensarci mi fa godere.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?
Quando qualcosa risulta difficile è perché voglio dire troppo, quando tento di forzare la parola, allora procedo liberando spazi, bucando il testo e le cose migliorano. Trascrivo il testo (9) perché è forse la parte dove si tocca il punto di maggiore asfissia, dove il corpo e la parola vengono portati molto vicino al
limite a cui cerco di avvicinarmi un po’ in tutto il libro.
(9)
lei è venuta ad ascoltare geroglifici ma il racconto viene interrotto ogni volta
chi racconta continua ad affogare (questo fa agonizzare anche chi ascolta)
se anneghi significa che i fluidi si stanno sostituendo all’aria provocando insufficienza respiratoria acuta.
questo processo non è immediato, sono cinque le fasi (giusto una manciata di minuti):
1) Fase di sorpresa: – profonda rapida inspirazione riflessa
2) Fase di resistenza: – spasmo serrato della glottide che impedisce la penetrazione di altra acqua nei polmoni
– il soggetto si agita e cerca di riemergere
[durata: circa un minuto]
3) Fase dispnoica: – non è più possibile trattenere il respiro
– il soggetto inizia affannose respirazioni disordinate sott’acqua
– introduzione di grande quantità di liquido nei polmoni e nello stomaco
[durata: circa un minuto]
4) Fase apnoica: – si ha perdita di coscienza
– abolizione dei riflessi
– coma profondo con arresto del respiro, stato di morte apparente.
[durata: circa un minuto]
5) Fase terminale: – boccheggiamento ed arresto cardiaco
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Delle tracce audio, ci sto lavorando.
Che rapporto hai con la censura?
Non mi piace. Trovo che la censura nella scrittura, nell’arte in generale, tolga le parti vitali e quelle più coraggiose di un’opera. Quanto all’autocensura, se mi accorgo che sto correndo questo rischio, faccio il possibile perché non accada, ma non è sempre facile.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
Non è sicuramente un mestiere. In qualche modo scrivendo contesto uno status quo. La mia necessità di scrivere nasce da conflitti con vari aspetti della vita. Colloco lo stesso atto di scrivere in ritagli di tempo stipati tra un impegno e l’altro, quando ho poco spazio mentale o in stati d’animo non positivi, anche di questa scomodità scrivo.
Bonus track:
The color of the fire Boards of Canada
L’orizzontale è dimensione di ascolto e lettura, buchi che si alternano a fraseggi lunghi che stirano una filmica del desiderio, o forse un’attorialità del detto che si dispone in palcoscenici flessivi. Una forma del lessico che la grammatica del desiderio spaghettifica intorno al buco nero della mancanza: buchi, resti, perforazioni: cosa manca alla parola scritta per farsi totalepoetico?
Non so bene cosa manchi, difficile dirlo, credo però che i resti, i buchi, le perforazioni abbiano la funzione di mostrare e di valorizzare questa mancanza, la parola la circoscrive. Credo che il totalepoetico di cui parli si produca quando ci si avvicina moltissimo a ciò che è indicibile e incolmabile, credo che questa estrema vicinanza produca il totalepoetico.
devi guardare tutto dall’alto
devi guardare tutto dall’altro
[…]
non capisce e sorride
non capisce la lingua
questi sono estratti da (11). Ripetizioni che differiscono il significato e quasi cancellano reiterando, facendo cosa del simbolo, ridisegnano il significato costruendo il gesto, sempre uguale del corpo, che però traduce manovre di significante sempre mutante: una co-azione, realecorpo + simboloscrittura. Che legami tra corpo e scrittura, tra bucoporo della pelle e spazioverso della scrittura? È teatro di un risorto orale?
Lavoro sempre accumulando e poi cancellando, facendo a pezzi e ricostruendo. Quando si fa a pezzi qualcosa, molto spesso l’incastro salta e allora si può decidere se eliminare ciò che non funziona più, oppure lasciare tutto così e mostrare ciò che è saltato, mostrarne i resti.
La mutazione è continua e cerco di risignificare continuamente lo spazio che occupo con la scrittura, lo abito con corpo e voce, con i quali entro continuamente in conflitto. La parola, proprio perché mancante, crea un balbettamento, un inciampo per me inaccettabile a volte, ma credo sia proprio per questa mancanza che si continua a scrivere.
Pachiderma, come dicevo, è nato come drammaturgia teatrale che non prevedeva la presenza di corpi in scena, nella mia mente era una scena vuota abitata da oggetti, parole e suono. Questo mio tentativo di fare fuori il corpo si è poi materializzato nei testi che compongono oggi Pachiderma, dove corpo e testo vengono continuamente attentati, i cui limiti vengono continuamente messi alla prova. Ciò ha prodotto il significato opposto, li ha amplificati, mi sono resa conto che la ferita fa risaltare il corpo, lo vivifica, esattamente come fare a pezzi un testo produce suggestioni, i vuoti creano riverberi. Il processo è simile al comportamento di un bambino che rompe un giocattolo, ne è così incuriosito che vorrebbe entrarci dentro per studiarlo, sentirne il suono quando si infrange, mangiarlo, conoscerne la consistenza, percepirlo con tutti i sensi.
Gianluca Garrapa