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Paolo Ciampi anteprima. Radure. Dimettersi, guadagnare tempo, ricominciare

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È in libreria Radure. Dimettersi, guadagnare tempo, ricominciare di Paolo Ciampi (Jimenez Edizioni 2025, pp. 120, € 15).

Scegliere è preferire qualcosa e andargli incontro. Decidere è tagliare via ciò che non hai scelto”.

Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, ha pubblicato oltre 40 libri dedicati a viaggi lenti, memoria e biografie narrative. È stato proposto due volte per il Premio Strega e collabora con numerose realtà culturali e scolastiche, promuovendo la lettura attraverso cammini e passeggiate letterarie. A Firenze ha fondato la residenza per scrittori e casa del libro Itaca.

C’è un gesto che in Italia è più scandaloso di un delitto e più inconcepibile di un miracolo: dimettersi. Lasciare la poltrona, il ruolo, la carica. Non per forza il lavoro, non per resa, ma per riconquistare la sovranità sul tempo, che oggi è più raro dell’oro e meno reperibile del litio.

Paolo Ciampi lo sa, e in Radure scrive un libro che è insieme confessione e atto politico, diario personale e manifesto di diserzione: “E il fatto è che appartengo a un paese dove ci si dimette poco e malvolentieri; dove non si è abituati a persone che, senza esserci costrette, si fanno da parte; dove, per di più, il dimissionario è visto sempre con sospetto. Se lo fa, vuol dire che ha combinato qualcosa. Se lo fa, è perché non gli rimaneva altro da fare.”

La trama è semplice, ma il sottotesto è feroce: due righe di dimissioni diventano l’ossessione, la chimera, la lotta contro l’irrevocabile. Ciampi gioca a scacchi con l’aggettivo più definitivo della lingua italiana, “irrevocabile”, lo stesso usato da Mussolini quando trascinò l’Italia in guerra e da Zeno Cosini quando giurò di aver smesso di fumare per sempre.

In questo ping pong tra procrastinazioni, liste di cose da fare trasformate in condanne e videoconferenze scambiate per ergastoli, Ciampi mette in scena la tragicommedia del nostro tempo: vite ipotecate dal “sì” continuo, responsabilità che non nascono da libertà ma da sudditanza.

La sua scrittura è un cantiere di divagazioni, un labirinto in cui il lettore inciampa ma riconosce subito le macerie della propria vita: i mille impegni accumulati, la paura di dire no, la fuga costante dall’essenziale. È come se in ogni pagina Ciampi ci dicesse: non siamo vittime del tempo, siamo complici del nostro furto quotidiano.

C’è ironia, certo, ma soprattutto un’ombra di resa: il senso che il coraggio più grande oggi non sia resistere, ma lasciare. Fare spazio. Sfrondare. Come una lampadina che smette di brillare non per mancanza di corrente, ma per il logorio dei filamenti, anche l’uomo si consuma nell’eccesso di ruoli.

Radure è il libro di chi ha capito che la vera rivoluzione non è correre, ma fermarsi. Non conquistare il potere, ma rinunciarvi. Non riempire l’agenda, ma strapparne le pagine. In un’Italia in cui tutti si dimettono per finta, questo libro è una bestemmia necessaria.

Carlo Tortarolo

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Il fatto è che ci sono notti che non ci dormo e quindi mattine che presumo siano forme alternative di sonno. E meglio i cari vecchi incubi di una volta di queste ore popolate di circostanze precise, di dettagli con cui la vita mi convoca: email cui rispondere, telefonate da programmare, raccomandate che mi aspettano alle Poste, che poi scommetto sarà l’ennesima multa. Schegge di realtà che a volte tagliano come vetro, altre volte invece sono solo un fastidio, il che è persino peggio.

Il fatto è che oggi comincia come ieri e l’altro ieri, con Whatsapp a raffica prima di lavarmi i denti, anzi, prima ancora di saltare giù dal letto. Gocce larghe di pioggia in questa mia giornata: e non ho niente per ripararmi. Se non altro il cellulare l’ho ricaricato, altrimenti dopo sarebbe peggio. Gocce, gocce larghe, presto rinforzerà.

Il fatto è che ho appena acceso il bollitore, sistemato la bustina di Earl Grey nella tazza, tirato fuori dal frigo il burro e la marmellata di fichi. Questo è quanto ho appena fatto e ora avrei tutto il diritto di piantarmi sullo sgabello della cucina, distendere le gambe, aspettare fiducioso che il filtro annerisca l’acqua, studiare lo spicchio di luce sulla parete, persino contare le briciole sul tavolo e con esse divinare il futuro.

Meglio ancora, potrei leggere il giornale e prendermela comoda, potrei addirittura cominciare dalle varie di sport e dalle segnalazioni dei cinema, almeno questo, tanto figurarsi se avrò tempo per il cinema o per una partita. Non dico la partita della Fiorentina, per cui nel caso giurerò che mi è morto lo zio, e quanti ne ho dati già per morti, io che non li ho mai avuti. No, dico la partita senza tifo, la partita buona anche per sonnecchiare. Come da ragazzino col campionato della Jugoslavia su Telecapodistria.

Avrei il diritto e persino la possibilità teorica di fare lo stesso con qualche incontro di serie C, che so, un AlbinoLeffe-Lumezzane, oppure un Audace Cerignola-Foggia, che è pure un derby. Ed è pacifico che non lo farò mai, nel caso toccherebbe pure addomesticare il senso di colpa.

Il fatto è che invece ora sto controllando su Google Calendar gli appuntamenti del giorno e sento crescermi l’ansia. E ci sono due videoconferenze, che sarà già molto se il collegamento non mi pianta in asso e se non mi impantanerò su qualche codice di Zoom o Meet; ci sono tre appuntamenti in ufficio e altrettanti per un caffè al bar sotto l’ufficio, che poi un caffè al bar può implicare molte cose diverse, ma è indubbio che da esso discenderanno ulteriori impegni e complicazioni, matematico come l’eccesso di caffeina; e c’è anche una riunione in fascia oraria aperitivo per cui non azzardo pronostico, o bene bene o male male; solo che nemmeno allora sarà finita, vietato accarezzare una serata con zapping in tv o dolce far nulla sul divano, sicuro che avrò ancora messaggi da controllare e risposte da cui tirarmi fuori. Altri appuntamenti da fissare, l’agenda da risistemare. Qualcosa che mi è rimasto da scrivere, magari anche qualche fattura da pagare. Oggi come ieri, come domani.

Il fatto è che il tempo è poco, è sempre meno e per di più ne sono sempre più consapevole. E sarà una questione di biologia, o di anagrafe, eppure non ci sono più quei giorni di estate che non passavano più, quelle ore interminabili quando la fantasia se la giocava con l’uggia e a volte vinceva ai punti.

Il fatto è che per prima cosa io avrei solo due righe da scrivere.

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