Paolo Cioni. Nello spessore del tempo

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Raccontare una città è sempre un azzardo, e forse per questo è così affascinante. Una città ha molte facce e una rete infinita di rimandi a storie, persone, ricordi ed emozioni. Provare a raccontarle – in un numero limitato di pagine – era la sfida. Così è proprio da questo che sono partito: dalla sovrapposizione di momenti e di luoghi, da quel lento e infinito stratificarsi che il tempo impone alle nostre vite. Il tempo ha uno spessore, e l’angolo di una piazza in cui siamo passati mille volte può riportarci indietro nel tempo e farci tornare bambini. Questo è il potere dei luoghi in cui siamo vissuti, e in fondo uno dei giochi di prestigio più riusciti della letteratura è proprio incentrato su questa reale magia. Il racconto inedito – in questi giorni in un’antologia dedicata a Parma e pubblicata da Diabasis – è un tentativo, fatto in un pomeriggio di fine estate, a un passo dalla scadenza che mi era stata data. È anche un imprevisto, perché è un racconto ma nell’idea iniziale avrebbe dovuto essere un saggio. Una storia dei negozi di dischi della città. Ecco cosa avevo in mente di scrivere. Poi ho scritto un racconto, che parla un po’ di dischi e di negozi, ma anche di persone, di affetti e di risentimenti. Insomma è un po’ come a scuola quando mi dicevano ‘bello, ma sei andato fuori tema’, soltanto che a un certo punto se ti metti in testa di fare lo scrittore andare fuori tema è la cosa migliore che ti possa capitare.

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Paolo Cioni

Eravamo seduti a uno dei tavolini all’aperto in Piazzale della Macina quando Gaudenzi comparve sull’angolo. Una nuvola di capelli bianchi gli incorniciava il viso arrossato. Camminava lentamente, zoppicando appena, e guardava fisso di fronte a sé. Feci un cenno a Malvina, che stava infilzando uno stuzzicadenti nella superficie lucida di un’oliva. Fu lei a chiamarlo. In quel periodo Gaudenzi le andava a genio. Le piaceva il modo ricercato con cui lui accennava a baciarle la mano ogni volta che la incontrava, le piacevano certe sue battute sui miei silenzi, le sue letture e la sua cultura classica, le sue citazioni dotte, perfino il suo modo di vestire antiquato, le sue vecchie giacche sdrucite e le logore camicie macchiate. Quel pomeriggio al collo portava un foulard di seta rosso e azzurro. Ci vide e allargò le braccia. Sorrideva, fermo e leggermente curvo nel mezzo della strada. Si avvicinò e girando attorno al tavolo accostò come di consueto le labbra alla mano di Malvina, piegando appena il capo.

– Aperitivo in centro,- disse indicando il tavolo ingombro di bicchieri e di piattini.

Lo invitammo a sedersi con noi. Eravamo alla fine di settembre e l’aria era fresca a quell’ora. Il sole era appena sceso da qualche parte oltre i palazzi e oltre la città.

– È l’ora più bella,- dissi.

Bastò una garbata insistenza perché accettasse di unirsi a noi. Avrebbe dovuto rifiutare, inventare un scusa e proseguire verso via Cavour. Invece accettò.

Non mi piaceva Gaudenzi. O meglio, non mi piaceva più. C’era stato un periodo in cui avevo scoperto e ammirato le sue idee, la sua cultura, i suoi modi ricercati, e mi ero affezionato a lui. Non so se la nostra si potesse chiamare amicizia. Era piuttosto una sorta di dimestichezza, una confidenza raggiunta con il tempo e con il lavoro. Forse i suoi vent’anni in più non permettevano altro – se è vero che, come pensano tanti, gli amici arrivano con le prime avventure, le prime bevute, le prima ragazze, e poi non ne arrivano più. Comunque Gaudenzi per un po’ mi era piaciuto, avevo apprezzato i suoi consigli e la sua lucidità, finché qualcosa non si era guastato. Trovarmelo lì non era un problema: ci saremmo guardati con freddezza forse, ma c’era Malvina a ristabilire in cielo e in terra pace e serenità, con le sue gonne lunghe e i suoi foulard leggerissimi.

Gaudenzi si sedette con fatica. La pelle arrossata delle mani era lucida di unguenti. Mi indicò il piattino delle olive e io allargai la mano. Si servì mentre io chiamavo il cameriere. Quando arrivò, lui stava rosicchiando il nocciolo con ostinazione, concentrato sul lavoro dei suoi incisivi. Ordinò un Campari.

– Così ci rivediamo.- Mormorò pensieroso, senza guardarmi. – Se non altro ci sono questi incontri casuali, io che arrivo e voi seduti qui a godervi la serata.-

– Quant’è che non vi vedete? – Domandò Malvina.

– Due settimane al massimo. Sei passato in ufficio per ritirare le ultime bozze, – dissi.

– È vero. È vero.-

– Non ti sei fermato, ma sei passato e ci siamo stretti la mano.-

– Lo so. Adesso me ne ricordo. Ma lo sai che questa questione di Joyce mi ha dato fastidio.- Stava parlando con me, ma sorrideva a Malvina.

La questione di Joyce riguardava una traduzione che Gaudenzi aveva in mente. Traduceva dall’inglese per una casa editrice di Milano e io lavoravo per una redazione editoriale che svolgeva lavori su commissione. Gaudenzi si buttava con dedizione ed entusiasmo su grandi tomi di storia e di letteratura per conto di un editore ricercato e costoso che io non avevo mai amato. Avevamo fatto qualche lavoro insieme e le cose avevano funzionato, ma ultimamente qualcosa si era inceppato. Gli avevo segnalato alcune imperfezioni, vezzi piuttosto che lacune, idee fisse che non voleva discutere, e da una sciocchezza era nata una discussione, da una discussione un litigio. E ora lui si era intestardito sull’Ulisse: aveva in mente una nuova traduzione e pretendeva che io lo aiutassi. Non era un lavoro su commissione. Nessuno gli avrebbe commissionato una traduzione di Joyce. Ma lui intendeva tradurre le 900 pagine più dense e complesse della letteratura del ‘900 per poi proporre il lavoro a qualcuno che lo pubblicasse. Lunghe nottate di fatica, con il duplice rischio di portare al parossismo le nostre tensioni e di finire per buttare al vento tutto il lavoro fatto: non mi interessava. Così avevo rifiutato, e lui si era di nuovo offeso.

Malvina finì il suo aperitivo e ne ordinò un altro. Era felice. Le avevano appena rinnovato il contratto come ricercatrice all’università e non voleva nemmeno pensare a quello che sarebbe venuto dopo. Gaudenzi la guardava e se la mangiava con gli occhi. Lei raccontò qualcosa del lavoro e lui annuì compito, muovendo il capo con lentezza. Quando arrivò da bere tornò a me e sospirò.

– Dunque Joyce,- disse soltanto.

– Sì,- replicai,- Joyce. Non me la perdoni vero?-

– No.-

– Sei stato tu a insegnarmi che le cose vanno dette. Com’è che dicevi? Che ci si deve grattare dove prude, ecco. E per me l’Ulisse è troppo.-

– Io me ne frego di quello che pensi. Sto andando avanti da solo. Non mi serve nessuno che mi aiuti o mi tenga a bada…- Sorrideva sotto i baffi mentre lo diceva.

– Bene. Fai da solo. È la cosa migliore per tutti. –

Malvina non capiva cosa stesse accadendo. Forse un mese prima, in uno sfogo, Gaudenzi mi aveva offeso, rifilandomi un colpo basso che sapevo non gli avrei mai perdonato. Ecco, ci eravamo grattati, e per quello non eravamo più amici, ammesso che lo fossimo mai stati. Adesso c’era un muro invisibile e altissimo che ci divideva, e nessuno aveva la voglia, i mezzi e le forze per abbatterlo.

Era quasi ora di cena, la luce cambiò e subito si accesero i lampioni. Parma era in fermento e noi avevamo un appuntamento in Piazza della Ghiaia. A piedi ci avremmo impiegato dieci minuti. Calcolai che non ci restava più di un quarto d’ora per finire gli aperitivi e per sfiorare il litigio. Il bar era ancora affollato. Gaudenzi beveva il suo Campari e i baffi grigi gli finivano nel bicchiere.

– Il problema è tuo. Se mai riuscirai a scrivere, a scrivere qualcosa di buono voglio dire, sarà perché sei passato da Joyce. L’Ulisse è un gigantesco laboratorio di scrittura, ecco, qualcosa in cui perdersi e poi ritrovarsi. Ma va affrontato in inglese, e poi tradotto per capirlo. E la verità è che non ami spingerti in profondità, e sei troppo pigro per farlo.-

Non risposi. Forse dieci minuti erano pochi per arrivare in Ghiaia. Forse potevo già cominciare a guardare l’orologio con insistenza, ricordando a Malvina che sua sorella ci aspettava davanti al ristorante. Sua sorella si era separata e aveva un nuovo compagno, e a cena ce lo avrebbe presentato.

– Non rispondi perché sai che ho ragione.- Dichiarò Gaudenzi.

– Certo, hai sempre ragione.-

– Non sempre. Ma stavolta sì. E non fare l’offeso. Sembri un ragazzino quando fai così.-

– E manco di profondità, di introspezione. Certo. Nient’altro?-

Adesso Malvina aveva capito che nonostante il tono pacato e i sorrisi stavamo litigando. L’idea stessa che Gaudenzi volesse insegnarmi a vivere mi mandava su tutte le furie. Giurai a me stesso che arrivato alla sua età non l’avrei mai fatto con nessuno. Malvina venne in mio soccorso e chiese a Gaudenzi della sua traduzione, il che aiutò a stemperare la tensione, ma ci condannò a una lunga dissertazione sui piani temporali dell’Ulisse. Tutto in un giorno, certo. La condanna ai lavori forzati su una giornata lunghissima, fatta di novecento pagine, che prevedeva la presenza di Gaudenzi. Ecco: ci sarebbe stato da impazzire.

– I piani si sovrappongono, – spiegava lui,- le cose che sono dentro di noi, e quelle all’esterno, le paure, gli affanni, i colori, gli odori. C’è il punto in cui descrive l’odore che sale fra le cosce quando sei seduto sulla tazza…- E via così, senza fermarsi. Pensai che ai tavoli vicini qualcuno stesse ascoltando, e mi vergognai un po’. Dell’Ulisse intero gli era rimasto in testa l’odore che sale fra le cosce. Così lo ignorai e lo lasciai a Malvina. Lei sapeva prenderlo per il verso giusto. Ordinai un secondo aperitivo anche per me e lo assaggiai mentre da un altoparlante nascosto cominciò ad uscire un po’ di musica. E in qualche modo me ne andai, galleggiando sopra l’asfalto e sopra i tavolini affollati. Forse erano gli aperitivi, ma andò così. Davanti a me c’era un negozio illuminato e io mi ricordai di quando era ancora un negozio di dischi. Lì avevo comprato Greeetings from Asbury Park e Astral Weeks, quando avevo solo tredici anni. Ma il primo negozio in cui entrai da solo era appena più in là, in via XX marzo: comprai in un colpo solo On the Beach e Hawks and Doves, con la grande stella bianca sul fondo azzurro. Credo fosse la vigilia di Natale del 1980. Sui dischi una ragazza incollò una piccola etichetta rossa, quadrata e con gli angoli arrotondati, su cui era stampato il volto di Marilyn, così come compare nei lavori di Andy Warhol. A casa provai a staccare l’etichetta, non so dire perché, e la copertina di uno dei dischi si strappò, così la riattaccai in malo modo, provando a rimediare al danno che avevo fatto.

Guardai Gaudenzi. Cosa ne sapeva lui di Neil Young? Mancava di profondità, ecco. Se non conosci Neil Young manchi di profondità e di capacità introspettiva. E io l’avevo scoperto in terza media, uscendo da scuola e attraversando di corsa la città, da Piazzale San Benedetto fino alla Pensilina di via Toschi. Avevo quaranta minuti esatti per il tragitto fino alla fermata delle corriere. Svoltavo davanti alla drogheria Pelosi, mi infilavo sotto i portici umidi di Borgo delle Colonne passando oltre la rimessa per automobili che era stata ricavata dentro una chiesa sconsacrata, poi su fino alle vecchie carceri. Negli anni imparai a conoscere ogni portone, ogni cartello, ogni macchia sui muri e sui marciapiedi. E poi Via Cavallotti, uno sguardo su via Garibaldi, la Camera di Commercio e poi ecco finalmente il Lungoparma. Quaranta minuti: tanti e pochissimi se azzardavo una deviazione fino a un negozio di dischi. Mi sforzai di ricordare gli altri: uno all’inizio di Borgo Nazario Sauro, uno nella galleria Polidoro, lungo via Mazzini, uno in Borgo Carlo Goldoni, uno in fondo a via D’Azeglio…

Gaudenzi non mi interessava più. Forse erano gli aperitivi, l’ho detto, forse l’aria di settembre, ma avevo la testa leggera e mi muovevo nel tempo e nello spazio. Nell’estate del 1980 un mio vicino di casa mi aveva raccontato di un chitarrista che suonava la chitarra coi denti, e in camera sua aveva messo un disco, poi un altro, poi un altro ancora. Due giorni dopo ero riuscito a convincere mia madre a regalarmi una copia dell’Enciclopedia del Rock, di Nick Logan e Bob Woffinden. La imparai a memoria. Quello fu il mio Ulisse. Cominciai a indicare con un piccolo segno a matita i musicisti che avevo ascoltato, e poi quelli di cui avevo un disco.

Joyce arrivò dopo. Lo lessi a pezzi, poi per intero, poi di nuovo a pezzi. Ancora non so dire se l’avessi capito allora e se lo abbia capito adesso. Gaudenzi era sicuro di no. Gaudenzi sapeva tutto, dei libri, della vita, delle donne. E abitava solo in una casa polverosa, senza nessuno che andasse mai a trovarlo. Credo avesse tagliato i ponti con tutti i parenti, vicini e lontani. Due fratelli non gli rivolgevano più la parola, ma la colpa era dei fratelli. Sua moglie era scappata, ma era colpa della moglie. Restava una figlia, a suo modo affettuosa, ma che aveva scelto di abitare a mille chilometri di distanza.

Gaudenzi mi rivolse ancora un cenno e io senza ascoltare sorrisi. Pensai al nostro primo incontro, in una libreria di Milano dove ci eravamo rifugiati per un temporale improvviso. Poi tornai ai miei pensieri. Per un po’ Parma si era scrollata quarant’anni dalle spalle, solo per merito mio. Il tempo e lo spazio chiusi nel palmo della mano, gli anni, i giorni, le strade bagnate o asciugate dal sole. Oltre i palazzi c’era un intreccio di vicoli che conoscevo bene, ristoranti, angoli dove fermarsi a parlare. In Borgo Santa Brigida una volta c’era un parrucchiere piuttosto chic, e lì davanti ricordavo di aver fissato almeno vent’anni prima un appuntamento con un ragazza bellissima: lei era uscita nel sole con un lampo di capelli lunghi e leggeri che le circondavano il viso. Ecco, senza muovermi da dove ero seduto, riuscivo a trovarmela di nuovo di fronte. Malvina mi avrebbe perdonato. Gli amori passati non si possono rinfacciare.

A quel punto mi accorsi che la conversazione con Gaudenzi si era spenta. Malvina era stanca. Forse si era pentita di averlo invitato con noi. Forse no. Chiese il conto. Le piaceva pagare, anche se era l’unica donna del tavolo. Gaudenzi la fermò e io fermai entrambi. Toccava a me, e non me ne lagnavo, se non per il fatto che quel darmi da fare mi distogliesse dai miei pensieri.

Il cameriere mi portò il resto e io lasciai qualche moneta di mancia. Poi posai una mano sulla mano fresca di Malvina. Era ora di andare.

Ci alzammo e salutammo Gaudenzi. Lui accennò di nuovo a un goffo baciamano. Mi sembrò di sentire le sue ginocchia che scricchiolavano, ma forse fu solo un’impressione. In un lampo mi sentii in colpa per tutto il mio risentimento. Mi pesava, ma non dissi nulla. Che avrei potuto dire d’altronde? Lui tornò da dove era venuto e noi ci avviammo verso via Cavour. Malvina mi si strinse contro il braccio.

– Sembri distante,- disse guardandomi, con il naso all’insù.

– Non so,- risposi.

– Forse non avrei dovuto invitarlo con noi.-

– Non fa niente.-

La tirai contro di me e la baciai, come se dovessi farmi perdonare qualcosa.

Lei rise, con le labbra strette contro le mie.

– Va bene. Ma eri distante. A cosa pensavi?-

– A un sacco di cose.- Dissi. – Stream of consciousness. You know. –

Settembre 2019

Paolo Cioni