“Compito del mortale è intendere la vita alla luce della morte. Solo così potrà spezzare la catena che l’imprigiona all’eterno ritorno.”
È in libreria dal 26 settembre Belletti e Romeo di Paolo Scardanelli (Carbonio Editore, 2025 pp. 176, € 17,50) un noir che è un trattato su colpa e fedeltà.
C’è un commissario che non si limita a indagare: scava. Non nelle carte bollate, ma nell’anima ferita delle cose. Belletti e Romeo non è un giallo da comodino, è un viaggio a piedi nudi sulla lava dell’Etna, dove il vulcano brucia di colpa, vendetta e sangue antico.
Scardanelli ci regala un poliziesco che si legge come un poema tragico: il commissario Alvise Belletti, spedito a Catania per “eccesso di zelo”, si ritrova a inseguire non solo un assassino, ma il senso stesso della colpa, del tradimento, dell’eterna lotta tra il destino e il libero arbitrio. Con una certezza: “Ogni delitto agisce una colpa a cui necessariamente deve seguire un castigo. Dovresti saperlo, ovunque ti trovi”.
Si respira l’atmosfera dei tempi violenti: “Le armi spianate, le parole secche e minacciose, violente, colme di hybris, sì, d’una generazione che non accettava, no, l’ipocrisia dei borghesi, la loro arbitraria autorità, la loro violenza, il loro arbitrio. Uccidi i genitori, fotti la patria, al diavolo santi e martiri. Tutto era militante: da andare in bagno a preparare la cena. Al diavolo, era la lotta armata, la fottuta lotta armata!”.
La scena percorre la via delle scelte che hanno segnato un’epoca: “Chi sceglieva la lotta, vera, crudele, dura e pura, sapeva che sacrificava oltre alla propria coscienza anche il proprio corpo; lo offriva in sacrificio a un’idea più grande, un’idea per la quale morire”.
Ogni dialogo è una lama che scava nel concetto di Giustizia esplorando la natura umana. Il paesaggio – la neve sul Rifugio Sapienza, i borbottii della Montagna – è un personaggio vivo, onnipotente, che ruba la scena agli uomini.
E poi c’è Romeo, un cane antico come le pitture rupestri, custode dell’oltretomba e al tempo stesso testimone muto di un delitto. È la sua presenza a trasfigurare l’indagine in parabola: la fedeltà contrapposta al tradimento, la purezza animale a fronte della meschinità umana.
Il romanzo si muove come Wagner e si chiude come un blues siciliano: lirico, cupo, a tratti sarcastico. Non ci sono investigatori infallibili né cattivi da manuale, ma uomini sbriciolati dall’hybris, costretti a chiedere all’Etna, più che alla Legge, il senso di ciò che accade.
Scardanelli scrive un noir metafisico: più che seguire indizi, si inseguono i fantasmi del Novecento, i residui tossici di ideali traditi, le cicatrici personali che non smettono di sanguinare. Belletti è un mastino disilluso e Romeo, il cane, è la sua ombra redentrice.
Un libro che non consola, che non rassicura, che non offre finali perfetti. Ma che resta addosso come l’odore acre della cenere: quello che porti dietro quando hai visto troppo da vicino il fuoco della colpa.
Carlo Tortarolo
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La vendetta è un fuoco potente: alimenta rimorsi e gelosie per giungere a un compimento che ci sfugge ma che necessita della nostra reale presenza per compiersi. Essa non è un soffio di vento, no, affatto. La Storia non finisce mai come vorremmo. La Storia, come i nostri destini, cambia quando noi di concerto con gli dèi decidiamo che così sia, che non è più il tempo degli indugi, che il momento è giunto. Eppure, pensiamo tutti che non ci sentiremo in quel modo, che è sbagliato, profondamente sbagliato, ma la fine è scritta quando decidiamo di agire. Nessuno spettro può fermarci e sottrarci al nostro destino. Soprattutto se abbiamo coscienza che quello spettro siamo noi. La vendetta soddisfa i palati più fini che siedono al tavolo dell’uomo estetico, colui che sacrifica il senso al fine. Essa è il motivo profondo della nostra Storia; proveremo a capire i sentimenti che abbiamo perduto? Ne dubito, ma questo non vuol dire non provarci.
Ansimava. Mentre discendeva quel terreno scosceso, fatto di fine terra nera e di spuma vulcanica. Inciampava, malediceva, eppur continuava impetuoso nel suo discendere. Dietro s’era lasciato un corpo senza vita e i latrati d’un cane. D’un cazzo di cane che non era riuscito a sopprimere. No, lui non c’entrava col senso di una vendetta che riposava in antichi rancori, che oggi trovavano la propria realizzazione. Non l’avrebbe mai fatto, seppure il pensiero gli avesse attraversato la mente. Chi lo può sentire, quassù, a duemila metri, in una sperduta capanna nella nera terra. La luna mostrava la propria chiara presenza gettando sul suo sentire una luce differente; era davvero la vendetta il movente di quel suo agire? Certo. A tutta prima. Dietro, dentro, dove cazzo fosse, c’era l’alito del divino. La vendetta, come il destino, s’ha da compiere perché l’eroe sia definitivamente dannato. Non mi sento così, no, eppure vorrei tutto indietro. Già, questo il movente della vendetta.
I latrati del cane risuonavano nell’aria chiara della notte, fredda e inospitale, come il vulcano in se stesso. Sentiva echeggiare i bassi lamenti dalla pancia della montagna. Il fuoco, già, il fuoco primigenio, questo ciò che aveva attratto Wolfgang in quel luogo. L’isolamento, la distanza da ogni forma vitale, sia vegetale che umana, non fosse per quei pochi vicini e per le provviste che giungevano alla sua capanna una volta a settimana. Il pane era antico e durava per più di sette giorni. Ne aveva mangiato un pezzo, insieme al forte formaggio di capra che Wolfgang gli aveva offerto. C’avevano bevuto su un vino locale, dolce e profumato. Pareva una riunione tra due vecchi amici. In realtà nessuno sapeva si sarebbero rincontrati. Wolfgang lo temeva e Dieter lo sperava; ora aveva compiuto il suo dovere. I traditori non hanno quartiere, non importa se siano gli amici più fraterni; e loro lo erano.
Mentre scendeva ruzzolando su quella superficie scoscesa che emanava un calore primordiale, ancestrale, capiva la scelta di Wolfgang; ma era la scelta di un traditore, di un cazzo di traditore che provava a sfuggire al destino che la scelta di tradire presuppone. Era un infame che aveva tradito amici e compagni. Venduti agli sbirri per placare il rimorso che l’invadeva. È proprio vero: il destino tragico ce lo scegliamo noi insieme agli dèi, cui è gradito il nostro olocausto. Dove risiederebbe altrimenti il senso della tragedia? Quel cazzo di latrato, dolente e disperato, ancestrale anch’esso come il rumore del vulcano, l’accompagnava nella sua discesa verso il mondo conosciuto. Oltre le Colonne d’Ercole.
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