Ogni romanzo di Patrizia Rinaldi è soprattutto una questione di lingua.
Solo dopo si vengono a porre questioni inerenti la trama.
Una lingua, quella usata dalla narratrice napoletana, che muta continuamente passando da lavoro a lavoro, ricca di una plasticità decisamente rara nella narrativa contemporanea.
Basta leggere i suoi seriali, i suoi romanzi di letteratura bianca, quelli per ragazzi.
Ognuno propone una lingua che rende unico il testo, e spinge in avanti storia e personaggi.
Anzi, spesso la storia si agglutina e prende forma a partire dalla lingua, che è così importante nelle sue capacità affabulatorie da permettersi anche divagazioni ampie o vuoti narrativi.
Questi non costituiranno pecche nel tessuto del romanzo, non per Rinaldi, probabilmente per la perizia espressa nel conoscere il momento giusto in cui è possibile passare da una scena ed entrare in un’altra.
Una intuizione che denuncia la grande abilità nel maneggiare il ritmo del racconto, di comprendere quando si può “sfondare” senza rendere soperchia la materia.
Tutto questo avviene nuovamente ne Il corredo, edito nel 2025 da Piemme.
Romanzo che propone una lingua dalle tinte barocche, affogata nella luce accecante eppure cupissima di un settecento campano accennato, lasciato intuire.
Proprio la lingua dà concretezza tridimensionale ai personaggi, è lei che offre loro anima e sostanza, lei che si fa carburante per la storia.
Bella scoperta, direte. Eppure ne Il corredo se non impattassimo su questa lingua carica di una ferocia sorprendente nel suo muoversi quasi sottotraccia, non vi sarebbero i personaggi così virulenti, le loro motivazioni, i loro vissuti.
È su di lei che si struttura il racconto, anche perché le descrizioni dei luoghi sono molto succinte, sfiorano il “quanto basta” per capirne le topografie. I personaggi invece sono insufflati dalla lingua stessa che li agisce.
Rinaldi stringe attorno a loro, evitando di distrarre il lettore con il paesaggio. Il romanzo è forse anche per questo ambientato quasi esclusivamente nella tenuta di Capa Guasta e nei suoi dintorni, ma la vera topografia è dentro gli attori della vicenda.
Come la tenuta è arroccata a picco sul mare – avendo alle spalle una corona di colline e vegetazione fitta, diventando invalicabile – così appaiono Lauretana e Altagracia Valiago: due rocche inespugnabili, capaci di tenere testa a ogni invasione.
Il luogo appare perciò come il teatro naturale di quanto anima i personaggi. E quello si può indicare soprattutto come “follia”.
La follia possiede il marchese Saverio Contardo de Vedina, che teme di contrarre la “lebbra di testa”, perciò è restio ad avere contatti con il resto dell’umanità, ma non riesce a trattenere le proprie pulsioni sessuali.
Per inciso, la lebbra di testa è una malattia che ha fatto uscire di senno tutti i suoi avi.
Saverio è un pavido, con un desiderio carnale che lo brucia dentro e che troverà il suo compimento nel non riuscire a possedere Altagracia, una “giovanissima” gitana pronta a mentire su se stessa pur di salvarsi.
Ma la follia alberga anche nel desiderio di onnipotenza con cui Lauretana governa il luogo: con minacce, ricatti, menzogne.
Lei è una fattucchiera capace di torcere la paura di Saverio a proprio favore. Lei detiene il vero potere e ha a sua volta paura di perderlo davanti alla carnale bellezza dell’altra, di Altagracia.
Composto il triangolo amoroso, tutto il resto va da sé. E torna l’aspetto di una lingua affabulatrice, che racconta una favola morale e politica al tempo stesso (ma la morale ha sempre a vedere con l’aspetto politico) dove il potere detenuto si scontra con il desiderio di non farne parte.
È possibile però guardare a Il corredo solo come a una fantasticheria che riprende toni e umori della letteratura campana settecentesca? Sì, almeno nel suo involucro esterno. Senza scartare l’influenza (o la fascinazione) della Tempesta shakespeariana.
Ma è sicuramente interessante che Rinaldi vada a rappresentare più il come che il cosa si agiti all’interno della storia. A tal punto che i personaggi di questo artefatto paesaggio barocco sembrano fungere contemporaneamente da monito e da elegia funebre rispetto agli intenti, alle passioni che ne muovono le azioni.
Eppure le passioni sono al centro del romanzo, che qualcuno potrebbe definire come “un racconto occultato nel gigantismo provocatorio della forma”.
NOn arriviamo a tanto, ma possiamo notare come siano loro – emanazioni della lingua – a spingere i protagonisti (meglio, le due protagoniste) a un continuo duello, a orchestrare trappole e tradimenti, a mostrare infine come le forze in campo non stiano da una o dall’altra parte fin quasi al termine della storia.
Meglio forse dire che si muovono dall’una all’altra delle parti, lasciando intravedere come la bramosia (d’amore o di potere) rappresenti a tutti gli effetti il caos in cui viene precipitato l’universo.
Anche quello piccolo del feudo di Capa Guasta, dove la pace altro non è che illusione e parvenza.
Sergio Rotino
Recensione del libro Il corredo di Patrizia Rinaldi, Piemme 2025, pagg 256, € 18,00