“«Vieni», dice, «possiamo entrare nelle sommosse. La volta scorsa mi hanno lasciato tirare una molotov»”.
È in libreria dal 27 gennaio Il bravo figlio di Paul McVeigh (Barta 2025 pp. 310, € 18, traduzione di Valentina Vigilucci). Non è un romanzo di formazione, ma di deformazione. Un libro che prende l’infanzia, la mette in un vicolo di Belfast durante i Troubles degli anni 80, le infila una molotov in tasca e la obbliga a raccontarsi.
McVeigh sceglie la prima persona di Mickey Donnelly, bambino iperintelligente, ipersensibile, iperironico, cresciuto in una famiglia povera, cattolica, schiacciata dal padre alcolizzato, dai fratelli violenti, dalla guerra civile che entra in casa come un odore costante. Mickey non è un “povero bambino”, è una macchina narrativa. Un dispositivo comico-tragico che usa l’immaginazione come arma di sopravvivenza. La lingua che ride mentre sanguina è la vera protagonista. Il romanzo è attraversato da un’umiliazione centrale e devastante, la fine della promessa di mobilità sociale. Il ragazzo brillante non potrà andare alla scuola “giusta” perché la famiglia non può permetterselo. Non c’è scena più politica di questa. Nessun proclama, nessuna ideologia ma la realtà nuda di una classe che resta al suo posto. McVeigh non spiega: mostra. Ed è molto peggio.
Il bravo figlio è un libro feroce perché non promette che l’intelligenza ci salverà o che la bontà sarà premiata ma racconta la nascita di una coscienza in un ambiente che la respinge. È un romanzo sull’origine della disillusione, sull’istante esatto in cui capisci che il mondo non è costruito intorno a te. Un libro sporco, divertente e crudele che, una volta chiuso, lascia addosso la sensazione di essere sopravvissuti a qualcosa che non doveva essere raccontato così bene.
Carlo Tortarolo
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UNO
Sono nato il giorno in cui sono iniziati i Troubles. «Vero, Ma’?», dico.
«Sei tu che li hai iniziati, figliolo», risponde, e ridiamo tutti, tranne il Nostro Paddy. Secondo me non ride per via dei brufoli e della sua bruttezza generale.
Dev’essere dura essere felici con una faccia come quella. Quasi mi dispiace per lui. Gli vedo un mega-succhiotto schifoso sul collo ma conservo questa munizione per difendermi da attacchi futuri.
Il disinfettante a vapore dal profumo di fiori mi riempie il naso e si unisce al gusto dolce dei Frosties nella mia bocca quando Ma’ passa con il secchio di latta e la scopa. Ma’ pulisce il cortile solo quando c’è qualcosa che non va. E quel qualcosa, come al solito, è Pa’.
«Vuoi una mano, Mami?», chiedo.
«No, figliolo», risponde, e scompare dietro. Non mi ha nemmeno guardato. Sono preoccupato per lei dopo la scorsa notte.
«La vuoi una mano?», dice il Nostro Paddy con una voce da ragazza. «Lecchino».
«Dico a Mami di te», lo avverto.
«Dico a Mami di te…», mi scimmiotta Paddy.
Guardo la Piccola Maggie e le lancio lo sguardo del Lo odiamo, vero? Lei mi restituisce quello del Sì lo odiamo, è un maiale grosso e grasso! Mi ha insegnato a lanciare sguardi un monaco a Cave Hill. Mi sono allenato come un cavaliere jedi, ma la spada laser era la mia faccia. Sono diventato Look Skywalker, la mia missione: difendere tutti i deboli e i più piccoli delle famiglie contro il male rappresentato dai fratelli più grandi. La Piccola Maggie ora è la mia discepola.
Per testare le sue capacità telepatiche lancio – Non preoccuparti di lui perché sarà investito da un’auto, poi un camion gli passerà sopra la testa facendogli schizzare fuori gli occhi. La Piccola Maggie sorride. Ha capito.
Credo che siamo davvero gemelli nati a distanza di anni l’uno dall’altra in un qualche esperimento super genetico in provetta della Cia.
Paddy si alza, lasciando la ciotola sporca sul tavolo come se fosse re Faruq.
«Non lasciarla a Mami», dico.
«Cocco di mamma».
«Chiudi il becco», ribatto. «Almeno non ho un mega-succhiotto schifoso».
La Piccola Maggie ride quasi strozzandosi e i Frosties le volano dalla bocca sul maglione di Paddy, come quella bambina nell’Esorcista che ho visto all’oratorio “papa Giovanni Paolo II”.
«È colpa tua, ragazzino gay!». Paddy mi dà un colpo in testa.
Provo a dargli un calcio, ma il mio stinco colpisce la gamba del tavolo.
Paddy ride, scuotendosi il maglione. «E tu dovresti essere quello intelligente? Liceo classico? Siamo messi bene!». «Sono più intelligente di te, scemo», dico. «A proposito, alla tua ragazza piace succhiarti i brufoli sul collo?». Paddy mi tira giù dalla sedia per il maglione.
«Mami!», grido verso il cortile posteriore.
«Cosa?», urla Ma’. La casa trema come quando esplodono le bombe. Paddy mi lascia andare. Nemmeno Muhammad Ali si metterebbe contro Ma’.
«Niente», grido in risposta. Paddy afferra la giacca dallo schienale della sedia ed esce. Alzo le sopracciglia e sorrido alla Piccola Maggie. «La vittoria è mia!», dico ridendo come quel muppet, il Conte von Conte di Sesamo apriti.
C’è disordine sul tavolo buono di Ma’. Corro al lavandino, bagno il panno e torno indietro di corsa prima che Ma’ entri e uccida qualcuno. Qualcuno = me. Anche se sono il figlio bravo della famiglia, mi becco la colpa se la Piccola Maggie fa qualcosa di sbagliato, perché è la più piccola e sono io che devo prendermi cura di lei. La Piccola Maggie potrebbe darmi fuoco e Ma’ prenderebbe a calci in testa me per aver lasciato Maggie avvicinarsi ai fiammiferi.
Pulendo il tavolo, vedo il mio riflesso nel vetro fumé. Sembro uno di quei bambini Neri per cui facciamo le raccolte a scuola. Di solito gli dò del riso mantecato. Al centro comunitario riceviamo delle lattine gratis perché siamo poveri e perché da qualche parte c’è un posto chiamato Montagna del Cibo, fatto di lattine di riso mantecato e carne in scatola. Credo che sia in Svizzera.