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Paul Saint Bris anteprima. L’alleggerimento delle vernici

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Tornando alla Gioconda, Aurélien non nutriva una passione particolare per quel quadro di Leonardo. Preferiva la Vergine delle rocce o la Dama con l’ermellino, dal sorriso altrettanto enigmatico. Secondo il suo umile avviso, oggi non era più possibile osservare quel quadro con sguardo obiettivo.”

È in libreria L’alleggerimento delle vernici di Paul Saint Bris (Barta 2026, pp. 280, € 18,00, traduzione di Giuseppe Giovanni Allegri).

Aurélien è a capo del dipartimento di Pittura del Louvre e protegge con stile riservato la sua visione sacrale del museo come spazio di contemplazione, lontano dal rumore del mondo: “si sentiva felice solo nel silenzio del museo e nella benevola compagnia dei dipinti.”

Vive immerso in preoccupanti riflessioni:

Al di là del marketing che influenzava la sua professione e dei cambiamenti radicali indotti dai nuovi utilizzi digitali, un tema lo preoccupava in particolare: si stavano perdendo le chiavi d’accesso per interpretare la pittura. I grandi temi delle opere dipinte, sacre e profane, si allontanavano ineluttabilmente dalle preoccupazioni dei contemporanei”.

Tutto cambia con l’arrivo della nuova presidente esperta di marketing culturale che avanza una proposta dirompente: riportare la Gioconda ai suoi colori originari trasformando il restauro in evento mediatico mondiale: «Riflettete: grazie all’alleggerimento delle vernici, il dipinto ritroverà la freschezza originale. Ridare i veri colori alla Gioconda, significa creare un evento mondiale e garantirvi l’arrivo di milioni di persone impazienti di ammirarne la rinnovata fotogenia».

Un thriller sulla pittura e sui restauratori, una riflessione sull’arte eterna e sul mondo che rapido cambia.

Carlo Tortarolo

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Sweetie

Look at me like a Leonardo’s paintin’
Look at me but don’t touch me

I’m sexy like a Leonardo’s paintin’ Just want me but don’t touch me.1

«È una star a livello planetario. Non puoi non conoscerla, dai!», aveva detto Zoé infilandogli uno dei suoi AirPods nell’orecchio. Aurélien aveva dondolato la testa al ritmo della canzone. La musica non gli diceva niente, ancor meno chi la interpretava, ma se non altro era trascinante e, da curatore museale, era piuttosto d’accordo con le parole.

Anche Daphné era stupita della sua ignoranza. Con tono caustico la direttrice, amante dei numeri, gli aveva rinfrescato la memoria con alcuni elementi chiave: sei Grammy, un miliardo di ascolti complessivi, una linea di streetwear e contratti pubblicitari con i marchi più in voga del momento. Non accorgersi della sua popolarità significava davvero non voler far parte di questo mondo. Certo, si era scusato Aurélien, ora che ne parlava quel nome gli diceva senz’altro qualcosa.

Dopo un divorzio difficile che l’aveva allontanata dal suo pubblico, la star faceva ritorno alle sue origini e al rhythm

1 «Guardami come un dipinto di Leonardo / Guardami ma non toc- carmi / Sono sexy come un dipinto di Leonardo / Desiderami solo ma non toccarmi».

and blues degli esordi. Appena uscito, il vessillo femminista Leonardo’s paintin’ si era imposto in cima alle classifi- che. Di passaggio a Parigi in tournée, l’artista aveva voluto andare al Louvre ed espressamente richiesto la presenza del curatore capo della sezione Dipinti durante la visita. e se Aurélien aveva storto un po’ il naso, Daphné gli aveva fatto capire che certe opportunità di comunicazione non andavano rifiutate.

Quando Aurélien raggiunse il gruppetto, Daphné era già ai piedi della Vittoria di Samotracia con la responsabile delle relazioni esterne, la cantante e una mezza dozzina di donne del suo entourage. Un cameraman filmava, leggermente staccato dal gruppo. L’artista esibiva una lunga chioma rosa, una tuta dai riflessi iridati e scarpe dalla punta allungata simili alle antiche poulaine. Rannicchiato sul suo seno, un animale dal manto chiaro che Aurélien riconobbe essere un ermellino o un piccolo furetto – lo stesso che Leonardo da Vinci aveva raffigurato tra le braccia di Cecilia Gallerani – lo guardava con aria crudele passandosi a intervalli regolari la linguetta sui canini appuntiti. La giovane accarezzava distrattamente la testa della bestiola con le unghie immense. «She doesn’t like men, my sweetie! – Non ama gli uomini, il mio tesorino!». Aurélien fece un passo indietro.

«Let’s go! – Andiamo», esclamò autoritaria la star. Il curatore guidò il gruppo verso l’ala Denon deserta. Ne avevano ritardato l’apertura per evitare la calca e permettere all’artista di godere delle opere senza essere importunata. I custodi si tenevano a distanza, gli ordini negli auricolari erano chiari, nessuna richiesta di autografi o di selfie per il personale.

Arrivato al Salon Carré dove si trovano i primitivi italiani, Aurélien mostrò San Francesco riceve le stimmate del precur- sore Giotto. era un buon modo per entrare in argomento.

Su uno sfondo dorato ereditato dalla tradizione bizantina, san Francesco, inginocchiato a terra, palmi aperti, sorpreso, abbagliato, e forse anche un po’ inquieto, riceveva dal Cristo rappresentato come uno strano serafino i segni del supplizio della croce. Per raffigurare l’evento, Giotto aveva disegnato dei raggi dorati che collegavano le mani e i piedi di Gesù a quelli del santo.

«Lasers. It looks like fucking lasers! – Laser. Sembrano davvero dei cazzo di laser!», esclamò la cantante prima di dare le spalle al quadro. Aurélien annuì. era un modo come un altro di vedere le cose.

Se la star gliene avesse lasciato il tempo, avrebbe attirato il suo sguardo sulla composizione in diagonale che contrapponeva il mondo degli uomini alla sfera celeste. Avrebbe fatto notare l’inedita postura espressiva del santo con il quale chiunque poteva identificarsi. Avrebbe spiegato che in quella volontà di rendere accessibile il sacro, in quella ricerca del reale a discapito dell’idealizzazione, si trovavano i germi vivaci della rivoluzione umanista. e se a questo si sommavano le intuizioni del maestro in materia di prospettiva, tutte quelle caratteristiche, avrebbe concluso, facevano di Giotto un pioniere e certamente il padre del Rinascimento italiano.

Non disse nulla di tutto ciò; il gruppo si era sparpagliato e vagava nella Grande Galerie, per poi scomparire all’improvviso nella Salle des États. Aurélien, un po’ risentito, ritrovò tutti senza dover correre. La cantante stava davanti alla Gioconda. Da una parte e dall’altra, le sei amazzoni si erano ripartite a semicerchio lungo la balaustra di sicurezza. Fece per lanciarsi nel commento del quadro, ma l’americana mise l’indice sulle sue labbra viola.

Rimasero un attimo senza dire nulla finché lei non impresse alla colonna vertebrale un lieve ondeggiare, un fre-

mito che le sorgeva dalle cosce per propagarsi verso la nuca come una brezza sopra un campo di grano. Gli occhi fissi sul dipinto, il corpo percorso da ondeggiamenti sempre più ampi, l’artista scese piano piano sui tacchi fino ad accosciarsi del tutto, per poi raddrizzarsi con sinuosità serpentesca la cui fluidità era interrotta da scatti e tremori, come se quel generoso involucro di carne ospitasse al suo interno un’armatura meccanica. La testa, mobile, oscillava da destra a sinistra. Le lunghe dita distese a ventaglio accarezzavano l’aria con gestualità da negromante. Attorno a lei, le giovani donne si dondolavano come un coro gospel. Alcune emisero dei vocalizzi. La femmina d’ermellino appollaiata sulla spalla della sua padrona accompagnava il ritmo dei movimenti con la coda dalla punta nero carbone. Ogni tanto rivolgeva ad Aurélien uno sguardo astioso.

Stretta tra lo sguardo avido di un iPhone e quello benevolo della Gioconda, l’americana proseguiva la sua coreografia dalla robotica sensualità, vagamente oscena se l’intenzione non fosse apparsa talmente pura; nella strana atmosfera calata come una cappa sulla Salle des États, l’esibizione pareva più l’offerta di una sacerdotessa pagana che un numero da night club. La grazia stava lì, da qualche parte, tra la stravagante manicure, le ciglia finte a farfalla, la chioma acida, i movimenti scanditi del corpo, le cangianti lucentezze del vestito, la sinuosità da Venere. La grazia stava nell’insieme. La ragazza del Bronx con un destino da Cosette dei Miserabili cresciuta nei club di spogliarello, diventata uno dei volti del successo americano, confrontava la propria celebrità con quella di una Dama di Firenze scomparsa cinquecento anni prima. Non era la prima, e sebbene altri fossero venuti a misurarsi in egotica competizione con i capolavori, il suo omaggio risultava toccante per il candore veritiero.

Daphné sussurrò all’orecchio di Aurélien, con una certa avidità: «Faremo numeri col botto!». Nella sua teca, da spettatrice educata, Monna Lisa sorrideva. La leggenda dice che, per ottenerne la delicata espressione, Leonardo fosse ricorso a musicisti e trovatori che suonavano senza sosta mentre lui la ritraeva. L’eterno sorriso lo doveva agli artisti; forse, a volte, aveva bisogno di loro per mantenersi tale.

La danza cessò bruscamente, così come era iniziata, e il museo ricadde in un religioso silenzio. La cantante si rivolse ad Aurélien. Forse era il momento buono per prodigare alcune spiegazioni sul dipinto. Non appena aprì bocca l’ermellina saltò dalla spalla della giovane e si gettò su di lui. Fece giusto in tempo a proteggersi il volto. I canini del mustelide affondarono nella parte molle del palmo. Il dolore acuto gli strappò un urlo e l’animale spaventato scomparve nella Grande Galerie.

Il gruppo si sparpagliò in un baleno. Un nugolo di amazzoni in tacco dodici si misero a correre come potevano sul parquet tirato a lucido mentre la star urlava ripetutamente

«Come back, sweetie! – Torna indietro, tesorino!», senza risultato. Daphné aveva sguainato il cellulare e, all’istante, sei membri della brigata dei pompieri del Louvre arrivarono alla riscossa. Ispezionarono dietro i quadri di Arcimboldo, sotto i divanetti circolari Pierre Paulin.

Furono sparpagliate delle polpettine di carne per ade- scare la fuggitiva. Aurélien si era ficcato in bocca la ferita e se la succhiava lentamente sotto lo sguardo furioso dell’americana. Dopo un’ora di ricerche dovettero riconoscere la sconfitta. L’ermellina aveva vinto la partita di nascondino. La star ora piangeva su una panca e le assistenti facevano a gara nel porgerle fazzoletti. Aurélien si profuse in scuse. L’animale alla fine sarebbe saltato fuori. Promisero che non appena l’avessero ritrovato l’avrebbero spedito a Los Angeles. In prima classe, va da sé.

Aurélien tornò stancamente nel proprio ufficio mentre una folla disordinata e chiassosa riprendeva possesso del Louvre. Rifletté sul fatto che i capolavori non fossero stati concepiti per essere osservati nelle condizioni del mondo odierno: in qualche modo doveva ammettere che il con- cetto stesso di museo, che li offriva alla vista di tutti, aveva snaturato la relazione con le opere. Nel Rinascimento, tele o pannelli dipinti nell’intimità delle botteghe erano poi destinati a luoghi altrettanto intimi, riservati per lo più ad alcuni rari privilegiati: l’appartamento di un principe o il refettorio di un convento vietato ai laici. e quando erano esposti in luoghi accessibili ai comuni mortali, gli affreschi e i retabli si concedevano nel segreto di vacillanti fiammelle di ceri, alla fioca luce delle vetrate, nel fervore e nel mistero. era di sicuro un’incongruità che le opere si ritrovassero, al giorno d’oggi, a essere scrutate da ogni angolazione, fuori dai propri contesti, diffuse in così grande scala, svelando la loro cruda verità sotto diluvi di lumen o attraverso milioni di pixel retroilluminati.

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