Questo libro è una lezione etica che induce il lettore a riflettere sul potere delle tecnologie digitali nella società contemporanea e sulla dipendenza psichica dell’uomo dalle forme della governamentalità algoritmica. Attraverso una poesia distopica che fonde prosa e lirica, l’autore s’interroga sullo smarrimento come costante antropologica. L’uomo nasce strutturalmente “smarrito” ma la tecnologia odierna prova in tutti i modi a cancellare la necessaria esperienza dello smarrimento anziché guidarla o mediarla, annullando quella spinta vitale alla ricerca di senso. Il “gps istantaneo traduttore” cancella la dimensione del viaggio esistenziale come percorso formativo (la peregrinatio dantesca) rendendo l’arrivo immediato e geolocalizzato, con la conseguente perdita del valore antropologico della transizione e del superamento della prova.
Inferno di Pedro Eiras, accademico, saggista, drammaturgo e poeta, adotta l’impianto strutturale del capolavoro dantesco dispiegando la materia interna in 33 canti in cui, ad ogni cambio di angolazione, si succedono visioni e prefigurazioni che esplorano le insidie e i tormenti dell’uomo contemporaneo, prigioniero del nuovo capitalismo digitale. Sono descritti, nel “transito” del poeta che cammina tra la folla e che condivide vari scenari di vita urbana, dei “non-luoghi”, cupi paesaggi urbani, vari inferni artificiali in cui gli individui vivono sottoposti alla violenza sistemica insita nella globalizzazione. Vivono in un eterno presente, accecati da luci sempre accese, dove il movimento nello spazio non produce alcuna evoluzione interiore, compressi in un data center, un inferno che contiene dati che ridiscutono il loro rapporto con la realtà, riscrivono geografie. Oggi ci si ritrova smarriti nella selva oscura dell’algoritmo che guidato dal nostro coinvolgimento emotivo ci spinge verso contenuti polarizzanti, creando “bolle” che limitano il libero arbitrio, esattamente come le pareti di Dite imprigionavano i dannati. Il rischio è una conoscenza disabitata, disincarnata , priva di memoria e di responsabilità relazionale. Dante si era affidato alla guida di Virgilio, simbolo dell’intellettuale capace di connettere il presente alla stabilità del passato. Nel Canto I e per tutto l’Inferno dantesco, il suo maestro non impone la salvezza, ma adotta il metodo maieutico: spiega, decodifica il male e costringe Dante a guardarlo. La sua parola è strumento di chiarificazione ontologica. Nel contesto contemporaneo, la figura dell’intellettuale non è scomparsa, ma è stata fagocitata dal sistema mediatico, perdendo la funzione di guida, di orientamento, di interprete della crisi.
Da guida a influencer culturale, nell’arena mediatica, l’intellettuale deve sottostare alle leggi dell’algoritmo, dell’audience e dello spettacolo. La cultura classica, del resto, non è più lo strumento per decifrare il mondo o uscire dalla selva, è stata marginalizzata, a volte persino colpevolizzata, mortificata l’autorevolezza del metodo e della critica. Il Minotauro, mostruoso guardiano del VII cerchio dell’Inferno (dedicato ai violenti), descritto da Dante all’inizio del canto XII, simboleggiava la violenza bestiale, cieca, la minaccia fisica irrazionale. L’algoritmo non ha la fisionomia terrificante del mostro ibrido dantesco ma la sua violenza è la stessa, anche se invisibile: “tutti i tori sono stati spellati vivi nel nostro nome”. Il Minotauro divorava i corpi; l’algoritmo fa qualcosa di più profondo: comprende e possiede l’interiorità, viola la parte più sacra dell’individuo, conosce le password vecchie ma anche i “dubbi mai risolti”, “come ti piacerebbe morire”, “sa fino alle viscere il cammino delle dita sulla rete del corpo”, anticipa e modella il desiderio umano, rubando con violenza all’uomo persino il “motto segreto”, ovvero la sua unicità. Virgilio guidava Dante verso la conoscenza di sé per renderlo libero; l’algoritmo conosce l’uomo meglio di se stesso (“ti comprenderà meglio di chiunque altro”) non per liberarlo, ma per trattenerlo eternamente nell’inferno mediatico, trasformando lo smarrimento antropologico in una condizione di controllo che mira alla monetizzazione dei comportamenti. Le abitudini vengono captate online per prevedere, influenzare e indirizzare le scelte commerciali e politiche della popolazione. Allora l’universo non necessita più di decodificazione ed è privo di trascendenza. “Non c’è enigma, solo pianto e terrore”: l’intelletto umano rinuncia anche alla ricerca del sacro perché l’esistenza è ridotta ad un sistema deterministico di stimoli, reazioni e sorveglianza. Così si attua il rovesciamento del modello dantesco: Dante concepisce il suo viaggio come una storia salvifica: attraversa il male (l’Inferno) per giungere alla purificazione e alla visione di Dio. L’inferno mediatico non prevede un’uscita (un Paradiso), è statico, circolare e immanente. Lo smarrimento contemporaneo non genera la paura attiva che spinse Dante a fuggire la selva, ma l’accidia, la stanchezza generalizzata, la noia profonda, il disinteresse esistenziale. Perdersi non è più un passaggio temporaneo o un errore di percorso ma una condizione esistenziale permanente. Il dramma finale dell’io poetico è la consapevolezza dell’insufficienza della propria voce che cerca di resistere alla tentazione del silenzio, pur sapendo di non essere in grado di offrire strumenti salvifici. La poesia appare allora come mezzo di resistenza alla stanchezza alienante che ci separa e ci isola, una questione etica che richiede di tener ferma la riflessività critica nel contesto e nel linguaggio della società della
sorveglianza digitale che ha accesso all’inconscio-collettivo.
Proponiamo in anteprima le poesie tratte da Inferno (link sul titolo: https://www.ilramoelafogliaedizioni.it/libro.asp?ISBN=9791280223609) in libreria dal 22 maggio 2026; pubblicato per la prima volta in Italia da Il ramo e la foglia edizioni nella cura e traduzione di Claudio Trognoni. Testo portoghese a fronte (in Portogallo è stato pubblicato da Assírio & Alvim nel 2020 con lo stesso titolo).
Rossella Nicolò
#
I
Malgrado le mappe, le carte astrali,
le sonde imponderabili
versate nelle vene,
il satellite oracolare
che consiglia
i nostri passi,
puntatore sulla griglia delle vie,
freccia della nostra
ombra,
malgrado il segnale,
già annullati gli effetti
della relatività
in un sincrono gps,
istantaneo traduttore
di mute pentecosti,
malgrado non sia mai più notte, se
i lampadari accecano
in una protesi di sole,
malgrado la voce che ci indica la destinazione, 
e sulla cartina disegna
il più perfetto percorso,
legende, ricordi, somiglianze,
sperpero della luce suddivisa
nella longitudine dei giorni,
arriva sempre un istante, nelle nostre vite,
in cui tutti
ci perdiamo.
#
XV
Non il minotauro – ma l’algoritmo –
ti comprenderà.
Perché:
1°) tutti i tori sono stati
arraffati,
appesi,
spellati vivi
nel nostro nome,
Ovidio adesso fa il parcheggiatore, 
è pelle e ossa, non sa dove
sbattere la testa;
e d’altro canto
2°) l’algoritmo
ti conosce:
lui sa i nomi più infimi,
ricerche, inchieste, prenotazioni e acquisti,
i dubbi mai risolti,
lentamente dimenticati,
password vecchie,
sostituite;
sa le date, i compleanni,
pure lo spam mai aperto,
risposte, inoltri, l’istante preciso
di un equivoco,
poi qualcuno è morto
e non hai fatto in tempo a chiedere scusa,
ma soprattutto lui sa
i tuoi gusti, preferenze, impostazioni avanzate:
che ne pensi di un piatto di cucina cinese?,
che ne pensi di una destinazione per le vacanze?,
che ne pensi di una forma di crimine violento?,
e come ti piacerebbe morire?
poi il questionario di Proust,
e il segno, incluso
ascendenti, eccezioni,
quella valutazione del Q.I.
fatta
un po’ per scherzo, per passare il tempo;
sa fino alle viscere
il cammino delle dita sulla rete del corpo,
il senso della vita, il motto segreto,
le tre fobie più popolari e ancora
la scheda di rilevazione dei sintomi del disturbo ossessivo-compulsivo,
e inoltre che non sei un robot, perché
selezioni segnali stradali, cassette della posta, semafori,
sa
tutti i tuoi gusti, disgusti, e quello che ti è
indifferente, irrilevante, offensivo o già acquistato,
l’esperanto dei tuoi sogni
le tue promesse vane,
i comandamenti traditi,
le confidenze che parlano dalla tomba,
lui sa, più di
uno psicanalista, un confessore, un lettore con
insonnia ideale,
più di uno spiritista, un mentalista, un’anima gemella,
i segreti di tutta la gente,
in rete, incrociando dati,
segnali di cellulari,
immagini nelle telecamere della città,
registri del bancomat:
l’algoritmo,
come un tempo Dio,
sa tutto,
e ti comprenderà
meglio di
chiunque altro.
#
XXVI
E poi ti ritrovi, chi l’avrebbe detto?
a invidiare gli gnostici,
catari, albigesi, manichei:
loro, almeno, sapevano
che questo mondo è stato modellato nel sangue
da un dio torturatore.
Non gli toglieva il sonno
il mistero delle cose:
non c’è enigma, solo pianto & terrore,
e ogni tanto un rintocco di accidia.
Quanto alla carne, non serve
una grande dialettica: è tutto
da bruciare, mero accidente
nella pretesa storia
della cosiddetta salvezza.
Ti ritrovi
a pensare: se io andassi porta a porta
a vendere l’innocenza in fascicoli,
a predicare il grande disprezzo
per questa gabbia di pelle,
tutto avrebbe senso: il tremolio della chiarezza,
l’insonnia turbata
dal russare delle condutture.
Come sarebbe bello
generalizzare, usare espressioni del tipo:
«oggigiorno tutti quanti…»
o «non è più come una volta…»,
o anche «i giovani…»,
trucchi ergonomici per
zittire questa voce ossessionata
dalle eccezioni, dal cromatismo
delle parole, questa attenzione
al dettaglio, questa tortura di un dio
(quod erat demonstrandum)
crudele.