Orlando Paris con “Pensare l’odio” inaugura un progetto editoriale sull’indifferenza del male in un tempo in cui si acconsente a guerre, a violenze diffuse e all’emergere pubblico del discorso d’odio al potere.
L’odio di cui vedo – percepisco ovunque – una pulsione verso la dissoluzione dell’umano, intendo la perdita del tessuto della vita, delle differenze e delle relazioni in contrapposizione.
Ovunque, anche nelle cosiddette migliori intenzioni, la mia nevrosi vede l’urgenza sadica, l’altra faccia (ma forse la stessa) delle logiche masochistiche che ci legano all’odio.
“Cupio dissolvi” è un’espressione che viene da Paolo di Tarso (Lettera ai Filippesi) e che aveva un significato opposto a quello contemporaneo, letteralmente significava desidero dissolvermi per unirmi all’amore di Cristo, nella nefasta tradizione occidentale è diventata una formuletta per indicare uno sporgersi verso l’annullamento di sé (o del mondo, tanto è uguale).
La tragedia è che questa dissoluzione non appare come violenza, ma come progresso (Günther Anders parla di dislivello prometeico, cioè l’incapacità di immaginare le conseguenze di ciò che stiamo producendo): ricordo le intuizioni (la poesia) di Zanzotto e di Pasolini (e delle carogne che li deridevano) sembrano oggi a rileggerle l’anticipazione a fenomeni (allora senza nome) come la società algoritmica, l’omologazione digitale, l’impoverimento del linguaggio e la perdita di comunità.
Luca Sossella