Pete Hamill è un artigiano della parola che plasma la materia viva del linguaggio sino a farla vibrare di umanità. In North River non racconta semplicemente una storia: la scolpisce, come si scolpisce una figura dalla pietra, sino a rivelarne la tenerezza nascosta sotto la durezza del tempo.
Hamill (Mattioli 1885, 372 pagine, euro 20, traduzione di Nicola Manuppelli) dipinge su carta un romanzo d’amore privo di sentimentalismo, che non si rifugia nella malinconia anche quando il vuoto della mancanza si fa insopportabile. È un amore che si misura con la perdita e tenta, con disperata dolcezza, di trasformare il dolore in vita, la sconfitta in respiro. Qui il dolore non è peso, ma respiro; la perdita non è vuoto, ma spazio in cui fiorire ancora. Trasformare il lutto in vita, il rimpianto in possibilità: è questo il miracolo sottile che Hamill racconta.
Siamo sul lato ovest del Lower Manhattan, nel 1934: l’Hudson, allora ancora chiamato North River, scorre lento, come se portasse con sé la memoria ferita di una città piegata dalla Grande Depressione. Nelle strade, i fantasmi della guerra non sono ancora svaniti: abitano gli appartamenti, si celano dietro le vetrine vuote, si mescolano alla nebbia che sale dal fiume.
Il dottor James Finbar Delaney è al centro di questo paesaggio sospeso: un uomo che porta nel corpo le schegge del suo passato e nell’anima il peso di ciò che ha perduto. È un medico che lenisce il dolore altrui per anestetizzare il proprio. La moglie scomparsa lungo la riva del fiume, la figlia fuggita in Messico dietro un amore rivoluzionario, tutto ciò che amava si è dissolto come vapore sull’acqua.
Nella prosa di Hamill, New York diventa non solo un luogo, ma un corpo vivo, ferito, che pulsa al ritmo dei suoi abitanti. North River è un canto di resistenza, una celebrazione della capacità di trasformare la perdita in vita, del coraggio di sorridere quando tutto sembra perduto. È un’opera che resta sulla pelle, come il profumo dell’acqua, come il rumore lontano del fiume che scorre, lento, eterno.
Nancy Citro
#
Delaney sapeva di essere già stato in quel sogno, lo capiva dal bianco doloroso, dagli aghi di ghiaccio che gli serravano gli occhi, dal silenzio, dalla forza
del vento che arrivava dal fiume. Ma sapere che era solo un sogno non rendeva meno forte la paura. Come sempre, agitava le mani nude cercando di farsi strada in quel bianco, ma, come sempre, quel bianco era poroso, e lui capiva che era neve. Come sempre, non c’era un orizzonte. Come sempre, i suoi piedi fluttuavano in una polvere gelida. Non c’era terra sotto di lui. Niente a cui aggrapparsi. Niente staccionate. Niente lampioni. Nessuna persona. Nessun amico. Nessuna donna. Come sempre: solo quella neve che spingeva senza tregua… Poi si svegliò nel buio blu. Un rumore. Una campanella. Con la mano ancora intorpidita dal sonno, afferrò il telefono nero sul comodino. Ancora muto. Al cancello di ferro battuto sotto il pianerottolo, qualcuno stava strattonando la vecchia corda del campanello facendola suonare con un insistente din-din. Un suono che conosceva fin troppo bene. Rabbrividendo nel pigiama di cotone leggero, tirò indietro le coperte. Din-din- DIN. La tenda della finestra era sollevata di poco, la finestra aperta di un paio di centimetri: Delaney aveva sempre bisogno di aria fresca, anche nelle notti più gelide dell’inverno. La neve si era accumulata sul davanzale di legno di quercia. Alzò la tenda e vide la neve che si muoveva orizzontalmente, spinta dal vento del North River. Il vento ululava. Ora, mentre albeggiava, la nevicata iniziata a mezzanotte era diventata una vera e propria bufera. Soffiava furiosa da ovest lungo Horatio Street. Dannata Monique! Rispondi a quel maledetto campanello! Poi si ricordò che la sua infermiera era andata da qualche parte con il suo ragazzo ed era via per le vacanze di Capodanno. Delaney si infilò una vestaglia di flanella sulle spalle; scostò le tende blu scuro come se stesse obbedendo agli ordini del campanello. Din-din. Din-din-DIN. Diede un’occhiata all’orologio. Le sei e diciassette. In una mattinata in cui tutta New York era ancora immersa nel sonno, quel campanello reclamava attenzione. Alzò il vetro della finestra. Era ghiacciato. La neve entrava con violenza da sopra il davanzale. Sporse la testa fuori fra i fiocchi che scendevano e guardò in basso. Al cancello sotto il pianerottolo, un uomo si accaniva sul campanello. Delaney lo conosceva. Un uomo che pareva un frigorifero con un cappotto addosso. Lo chiamavano Bootsie, Bootsie Cirillo. La neve si accumulava sul suo fedora grigio perla e sulle spalle del cappotto blu scuro. Sentendo il cigolio della finestra che si apriva, era arretrato di qualche passo, e ora stava guardando in alto.
“Dottore? Mi manda Eddie Corso, dottore” disse con voce roca. “Ha bisogno di te. Subito.” “Dammi cinque minuti” rispose Delaney.
“Facciamo tre.”
Delaney sospirò, chiuse la finestra e si vestì in fretta con abiti pesanti. Pensò: Questi maledetti teppisti sono peggiorati da quando i film hanno il sonoro. Facciamo tre. Cristo, sono troppo vecchio per questa gente. Si infilò un maglione sopra la camicia di jeans, aggiunse una sciarpa e un berretto di stoffa con una spilla da portuale, un regalo di Knocko Carmody del sindacato degli scaricatori. Mise le scarpe pesanti e si prese il suo tempo per allacciarle. Poi si infilò in tasca le chiavi, qualche banconota, prese la sua borsa nera di pelle consunta e scese le scale per uscire dal cancello sotto il pianerottolo. La neve gli colpì subito il viso, di nuovo simile a una pioggia di aghi. Ancora una volta chiuse gli occhi. Il sogno, quel maledetto sogno… lo tormentava dall’ultimo decennio del diciannovesimo secolo.