Gaza, novembre 2012. Un hotel a quattro stelle nel cuore del disastro. Fuori, la città brucia — e il cielo sembra non avere più memoria.
Avvoltoi di Phoebe Greenwood (Edizioni e/o, pp. 336, €11,99, traduzione di Dario Diofebi- in uscita il 5 Novembre) si apre come una ferita nel corpo del Medio Oriente. Non è la guerra, qui, a fare da sfondo: è lo sguardo di chi la racconta.
La stampa occidentale, riflessa come in uno specchio incrinato, appare complice, distratta, affamata di verità solo quando questa promette un titolo, un’esclusiva, una carriera.
Dentro il Beach Hotel, tra generatori che ronzano e connessioni che si spengono al primo boato, si muove Sara Byrne. Giovane, ambiziosa, affamata di riconoscimento.
Ogni gesto è una sfida alla propria coscienza, ogni parola un colpo d’ala nel cielo torbido del giornalismo di guerra.
La sua ricerca dello scoop diventa una discesa lenta e lucida nel buio — là dove la verità si confonde con il desiderio di possederla.
Le frasi di Greenwood fendono la pagina come schegge. L’ironia è un bisturi, la tragedia una lama affilata.
Il lettore si ritrova imprigionato nei corridoi dell’hotel, tra reporter che scrivono sotto un cielo invisibilmente bombardato, mentre la città trema e i corpi scompaiono sotto la polvere.
Ogni dettaglio è un avvertimento, ogni sguardo una domanda: chi osserva chi?
Greenwood non consola, non arretra. Ci offre uno specchio deformante e lucidissimo: un mondo dove la cronaca diventa spettacolo, dove la responsabilità è un prezzo da trattare, dove la guerra si fa materia prima per nutrire l’ambizione.
La sua scrittura mescola ferocia e compassione, sarcasmo e quella verità che non salva, ma rivela. Alla fine, Avvoltoi lascia il lettore nudo e con molte domande.
Ci costringe a guardare e a chiederci se, davvero, quello che vediamo è la realtà o soltanto il riflesso del nostro bisogno di raccontarla.
Nancy Citro
#
14 novembre 2012
La prima volta che sentii parlare del The Beach ero in un tiki bar di Gerusalemme. Ero sola, sorseggiavo un calice di vino da venti dollari e facevo
colazione con le noccio line messe a disposizione dei clienti, origliando le conversa zioni. «L’hotel The Beach è un’oasi di umanità in quel maledetto deserto» dichiarò il vecchio corrispondente accanto a me al corrispondente più giovane che sedeva con lui. Il più giovane, che si chiamava Henry, parve colpito. L’altro proseguì dicendo che se ti trovi nel porto di Gaza City al tramonto e ti volti a guardare verso l’hotel sopra le acque del Mediterraneo, vedrai le sue cupole rosse innalzarsi dalla sabbia come una fortezza beduina. E lo è davvero, disse. È il quartier generale della stampa. E i gamberetti al coccio non sono niente male, aggiunse, e ordinò un’altra birra. Quando arrivai a Gaza e vidi il The Beach per la prima volta pensai che, se proprio avesse dovuto assomigliare a qualcosa, avrebbe assomigliato a un tiramisù. Il proprietario, Mo, annoiato dopo mesi passati senz’altra compagnia che gli ufficiali dell’ONU, mi raccontò tutta la storia dell’albergo mentre io aspettavo Nasser. Due camerieri, uno grasso e uno magro, indugiavano non lontano, inutili sentinelle per quella fortezza deserta in riva al mare. Il tedesco di Mo era migliore del suo inglese, perciò li usava entrambi, compensando a gesti le lacune del suo vocabolario. La primavera del 2000! La grande inaugurazione del The Beach! Si alza un sipario dorato sugli anni di gloria di Arafat, ed ecco apparire Gaza, in quelle poche settimane in cui aveva persino un suo aeroporto! I bei tempi andati di alcol, contanti, bikini e speranze. Speranze grandi abbastanza da convincere Mo ad aprire la sua reggia in stile vagamente beduino-otto mano, affacciata sulla costa palestinese del Mediterraneo, pronta ad accogliere tutti i ricchi turchi in arrivo con i loro marsupi carichi di dollari. «Le hai mai viste da qualche altra parte spiagge come le nostre, Sara? Un tratto più libero, klaaarer del Mediterraneo? No! Da nessuna parte! E adesso immaginati queste spiagge piene di cocktail e di ragazze in bikini. Paradies! No?». No. Perché nel giro di un mese era scoppiata la Seconda Intifada.
Mo mimò l’esplosione aprendo il pugno, allargando in una nuvola di fumo le dita ben curate. E poi la morte di Arafat, boom (l’altro pugno che esplode), e Israele si era portato via tutti i suoi coloni. «Wallah Sara, di’ pure quello che vuoi sugli ebrei, ma quando se ne sono andati via da Gaza è stato un disastro per gli affari». Mo scosse la testa. Io bevetti un sorso di tè. Le sentinelle osservavano. «E poi la guerra civile» tante esplosioni con le mani «fratelli che uccidono fratelli. Il caos. Zero turisti». Mo fece uno zero con l’indice grassottello e il pollice. Al Fatah che se ne va via in Cisgiordania e ci lascia con Hamas! Sollevò l’indice, e lo tenne alzato. E con Hamas arriva l’assedio, i confini vengono chiusi e Gaza diventa una prigione in una guerra infinita. Un inferno! Si batté i palmi sulla testa liscia e bruna causando una pioggia di cenere di sigaretta, un uomo intrappolato sotto la neve in una palla di vetro invisibile. «Wallahi Sara, un assedio? Per cinque anni interi neanche un grissino senza il permesso di Israele! E grazie ad Hamas è almeno un anno che non vedo più un goccio di whisky! Dal giorno che abbiamo aperto, tutti quanti ce l’hanno messo nel culo! L’hanno messo nel culo a Gaza intera. Tutti quanti!». La storia di Mo si fermava qui, il viso incorniciato dalle mani aperte, la bocca spalancata come se le parole avessero raggiunto il loro limite e lui non potesse far altro che strabuzzare gli occhi, incredulo di fronte a questa straordinaria messa nel culo da parte del destino. Il The Beach era stato costretto a una dieta esclusiva di corrispondenti esteri di mezza età, ufficiali dell’ONU e dirigenti delle organizzazioni umanitarie. Il ruolo dei VIP lo svolgevano i diplomatici, nel migliore dei casi scandinavi. Te ne accorgevi subito, la delusione trasudava dalle tende sbiadite color lime. La vernice verde brillante delle maestose porte d’ingresso era stata lasciata a screpolarsi e sfogliarsi. La facciata ocra era impolverata e costellata di cicatrici da schegge di esplosivo. Ma era comunque l’albergo
buono di Gaza, e allo staff dei canali di news statunitensi, come ai ricchi turchi, piacevano gli alberghi buoni. Piacevano le suite arieggiate con vista mare e i ristoranti con i camerieri in divisa dove mangiare patatine fritte e osservare la guerra che infuriava nelle strade e nei cieli accanto dalla sicurezza dei grandi schermi TV. E a migliorare le cose per Mo c’era il fatto che, all’epoca in cui arrivai, ormai quasi tutte le fazioni coinvolte nel conflitto erano d’accordo che fosse meglio evitare di far del male alla stampa estera, per via dell’influenza che i giornalisti feriti rischiavano di esercitare su vari simpatizzanti internazionali. Per questo, né gli israeliani né gli islamisti, né i salafiti né i nazionalisti comunisti palestinesi, e neanche quegli sciroccati dei militanti sionisti, se ancora ce n’erano in giro, si sarebbero mai azzardati anche solo a guardare il The Beach con intenzioni violente, con tutti i giornalisti che ci alloggiavano.