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Piccola estate. Intervista ad Alberto Pellegatta

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Alberto Pellegatta, Piccola estate, Guanda Poesia, Collana diretta da Mario Santagostini, 2025.

Piccola estate è il nuovo libro di Alberto Pellegatta edito da Guanda, 2025, nella collana Poesia diretta da Mario Santagostini. Il prosimetro colloca, ancora una volta, la scrittura di Pellegatta altrove, nello sguardo diagonale delle cose che accadono e ci avvengono nell’intornointerno della coscienza fluidica dello sguardo. Tra l’occhio e la cosa, tra i due materici, del corpo e del mondo, sosta, si dilata transitando, lo sguardo descritturante e destrutturante. Non è solo una presa diretta sulle faccende umane e mondane, ma la loro trasfigurata presenza nella scena bianca della pagina. Gli agenti di scrittura del prosimetro si scambiano le parti di atti e di persone, a volta oggetti, a volte voci. Quella di Piccola estate, ma anche dell’opera di Pellegatta in generale, «è una poesia organica, non ricorre alla logica e l’unità del testo deriva da questioni strutturali, musicali. È un libro che non si vergogna del ritmo e dell’ambiguità.» C’è un correre di fantasmi e nostalgie, di grigiori solitudinari, ma, è questa la particolare cifra di Pellegatta, «il libro, nonostante i passaggi drammatici,» è «anche divertente» leggerlo, come per l’autore «lo è stato scriverlo.»

Leggere Piccola estate dona sensazioni molto simili a quelle che si proverebbero nell’ebbrezza gioiosa del vino quando si discorre del mondo e della sua parvenza. La scrittura di Pellegatta per questo rifugge «il controllo, l’ortopedia sociale e il moralismo» e la Storia, e la cronaca «(le stragi di mafia, il G8 di Genova ecc.) è presente nel libro ma non è mai completamente pubblica e neanche esclusivamente privata» sta accanto al giorno, all’esperienza extraquotidiana. In questa complessità la scrittura di Piccola estate ci conduce nel mondo, ragnatela e segno, sorriso, dramma, desiderio e sogno…

Gianluca Garrapa 

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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

Il libro ha iniziato a stratificarsi nel 2019 e a configurarsi dopo la pandemia. Ho voluto trovare un equilibrio tra le mie precedenti esperienze di scrittura, tra il raffreddamento formale e il riscaldamento sentimentale, ma anche tra le due forze che hanno sempre composto la mia identità: la parte più sanguigna (meridionale) con quella più algida e milanese. Sono stato molto esigente e credo anche coerente con il mio percorso. Ho cercato di costruire un linguaggio tutt’altro che naturale perché solo così la malinconia è libera di generare figure. Sempre con humour nero. Per il resto, la mia è una poesia organica, non ricorre alla logica e l’unità del testo deriva da questioni strutturali, musicali. È un libro che non si vergogna del ritmo e dell’ambiguità che, già per Empson, costituiscono le basi di qualsiasi poesia ben riuscita.

Quando scrivi, godi?

Sì, godo cercando il piacere del lettore. In generale cerco di godere il più possibile, prima e dopo la scrittura. Purtroppo la poesia ha una parte compositiva che spesso è bondage, un corpo a corpo con una parola o una virgola che ti tolgono il sonno – cose che pochi noteranno. Spero però che il libro, nonostante i passaggi drammatici, possa essere anche divertente, per me lo è stato scriverlo.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

Le poesie più semplici e brevi, magari d’amore, sono spesso le più difficili. Per esempio questa di quattro versi:

Mi piace d’estate scendere

da te al secondo piano.

Le tue bugie mi fanno capire

che la verità serve a ben poco.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Vino. O pittura.

Che rapporto hai con la censura?

Pessima, anche perché sono spesso il mio primo censore. Detesto il controllo, l’ortopedia sociale e il moralismo.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

La seconda. Non amo la poesia civile, e in generale la propaganda – ma certo credo che si debba essere chiari: viviamo tempi difficili, dobbiamo sostenere i lavoratori e i giovani nelle lotte progressiste fondamentali per la specie – stipendi, ambiente, diritti ecc. La Storia (le stragi di mafia, il G8 di Genova ecc.) è presente nel libro ma non è mai completamente pubblica e neanche esclusivamente privata.

Bonus track

Nella diagonale del prosimetro, luoghi e visioni, si diventa lo sguardo che scrive? E la scrittura poetica impatta sul reale deformandosi a sua volta?

C’è vita di alberi e passeggi che raccolgono le impressioni scritte come strade le foglie di acero. In Piccola Estate c’è la postura dell’extraquotidiano.

Una devisione che divide lo sguardo nel mondo scritto.

Come se la scrittura albergasse tra il non più e il non ancora. Come tra attore e personaggio. Nella transizione. Di persone presenti perché sparite. Di inafferrabili attualità. Come si diventa poesia essendo vita effimera quotidiana?

Il prosimetro organizza le voci e permette diverse velocità. La mia poesia non è biografica o da davanzale, è la lingua che domina la visione, lo sguardo raccoglie dettagli che autonomamente si impongono nel ricordo. La poesia deforma il reale (lo comprime o lo rende elastico, lo sintetizza) superando le proprie stesse intenzioni. Le presenze lampeggiano intermittenti, precarie, in transizione. È proprio questa fragilità dell’esistenza quotidiana ad essere preziosa per il poeta. Mi interessano gli interstizi (tra sogno e veglia come tra oggetti o suoni), le relazioni umane, osservo gli animali e le piante. Ho studiato filosofia nell’università dove hanno insegnato Banfi, Paci, Geymonat, Sini e Giorello, so che l’intelligenza umana non esisterebbe senza il linguaggio. Per questo lascio che nelle mie poesie i personaggi parlino senza chiedere permesso, direttamente dalle cronache dei giornali, dalle strade, dalle esperienze personali. Alla poesia non serve la logica, non è un trattato o un articolo, deve saltare i passaggi e approfittare delle intuizioni.

La melodia costruita sulle parole

opposte alla pronuncia

è uguale alla somma delle sillabe che fanno

musica intorno a una birra: è un estratto da Scuola di canto per canarini: la sezione è LA MALATTIA DELLA LUCE e, come in altri luoghitempi del prosimetro, la parola a tratti si allunga a tratti si ritira nel verso. Come si alternano musica, senso, ritmo e significato? In che modo il cosa e il come della scrittura si adeguano al reale delle visioni?

Gli antichi associavano un tema a un metro specifico ma anche oggi, che la versificazione è più libera, è sempre il ritmo ad avere l’ultima parola, perché il magma linguistico è in grado, se controllato da una mano ferma come quella del pittore con il colore, di stravolgere le visioni, portandole nel territorio dell’inesplorato e del mistero. Così il come piega il cosa e dall’attrito nasce il testo poetico. Il significato è decisamente sopravvalutato, se pensiamo che la prova del nove della poesia è proprio che esistano, di uno stesso testo, diversi significati.

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