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Polpa. Intervista a Flor Canosa

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Polpa è un romanzo di Flor Canosa, tradotto da Giovanni Barone – che ha tradotto anche le risposte di questa intervista – per Neo edizioni, Collana Potlach, nel 2025. Polpa scivola e penetra sulla superficie profonda dei corpi raccontando il dolore nella sua accezione più sadica: l’assenza di sensazione imposta, la distopia della sofferenza anestetizzata in una società in cui il surplus di godere diventa eccesso di morte in vita, difesa inconscia: «cosa succederebbe se una persona scoprisse per la prima volta il dolore in una società dove è proibito? Come si vive un’esperienza iniziatica illegale in un mondo anestetizzato?» Il romanzo di Canosa si divide in tre sezioni ognuna con il nome dei tre protagonisti – Irma, Lunes, Enero. Ogni capitoletto si apre su uno squarcio del corpo e sul disegno di uno strumento di tortura, quasi a significare che l’imposta assenza del dolore del sentire possa riabilitarsi solo attraverso l’orrore oscuro della punizione perversa. L’operazione magnifica dell’autrice sta nella capacità di raccontare l’orrido attraverso una scrittura che attrae, come se una musica famigliare ci traghettasse in un mondo orribile mostrando cosa potremmo diventare se non avessimo la scrittura e l’arte, cioè il massimo sintomo del corpo che soffre, pure, e sa dire il dolore: «Nel caso di Polpa, nonostante sia un romanzo sul dolore e l’oppressione, la scrittura è stata molto gradevole. E catartica.» Flor Canosa, che è anche sceneggiatrice e conosce il mondo del cinema, delle immagini che si muovono, procede per segni psicoanalitici e stacchi filosofici, negli esergo e nelle note a piè di pagina, flussi e arresti, zoom e espansioni, il suo romanzo potrebbe essere «un fumetto (forse un manga). O un film. Diretto da Julia Ducournau o Emilie Blichfeldt, registe che sanno di orrore corporale e di femminino.» La forza della carnespirito che può trarre verso l’alto, verso il compimento del progetto umano, qui rivive nel suo virtuale negarsi. Immaginiamo una carnedesiderio artificiale, immaginiamo questa epoca che sta concludendosi nel preambolo di una dissocietà del multisensoriale. Polpa destruttura il sensoriale: «mi piace la letteratura scomoda, quella che non mi parla di ciò che penso ma che mi fa pensare o ricostruire», ci fa sentire l’ineluttabile mancanza, il fantasma della carne umana che abitavamo…

Gianluca Garrapa 

Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

Ho provato da sempre un grande interesse per i generi e i sottogeneri, sia nella letteratura che nel cinema; il fantastico soprattutto, con il ricorso alle distopie, mi sembra il genere perfetto per esprimere certe inquietudini politiche e sociali, con maggior peso simbolico del realismo. Il corpo è un’altra delle mie ossessioni letterarie, e mi ha sempre affascinato l’idea di lavorare col fantastico e l’orrore corporale, con una storia d’amore attraversata dalla contingenza di una distopia, con esseri in frantumi in una società manipolata. La prima epifania, quella che ha dato inizio alla storia, è piuttosto banale: mi ero punta il palmo della mano mentre spostavo una Santa Rita secca e quel dolore, pulsante e inatteso, è stato il punto di partenza per la grande domanda del fantastico: “Cosa succederebbe se…?”. In questo caso, cosa succederebbe se una persona scoprisse per la prima volta il dolore in una società dove è proibito? Come si vive un’esperienza iniziatica illegale in un mondo anestetizzato? Credo che Polpa, oltre allo strato più superficiale della storia dove quello succede attraverso il dolore, vuole indicare un parallelismo con il presente anestetizzato nel quale viviamo, in cui violenza e oppressione sono all’ordine del giorno e sono strumenti nelle mani di gruppi di potere.

Quando scrivi, godi?

Scrivere è anche un’esperienza sadomasochista. Mi dà piacere ma mi fa anche soffrire. Non tutti i romanzi agiscono alla stessa maniera durante le fasi del loro sviluppo, alcuni fluiscono regalando momenti di piacere a chi scrive, altri possono affrontare percorsi pieni di spine. Nel caso di Polpa, nonostante sia un romanzo sul dolore e l’oppressione, la scrittura è stata molto gradevole. E catartica. Credo che tutti gli autori che ancora non possono vivere esclusivamente di scrittura lo facciano per il piacere di scrivere, per una necessità vitale che mette in moto l’intero processo, non tanto legata al risultato. Io scrivo senza sapere se la mia opera sarà o non sarà accettata da una casa editrice; nessuno mi chiede di scrivere, nessuno mi offre un anticipo per farlo, almeno fino a questo momento. Il caso di Polpa è particolarmente sorprendente perché è stato pubblicato per la prima volta in Argentina, nel 2019, e poi in Spagna, Cile e Italia; perciò continua a regalarmi momenti di piacere nonostante tutti i lati oscuri della sua trama.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

Polpa per me è un libro molto importante, dal principio alla fine. Come ho detto prima, le fasi dello sviluppo dell’idea iniziale sono state godibili e la scrittura molto fluida. Posso dire di averlo scritto senza conoscere il finale. Volevo che fossero i personaggi a guidarmi e che le loro azioni mettessero in moto la trama, perciò il momento più difficile è stato quando mi stavo avvicinando all’epilogo. Non vorrei trascrivere nessun estratto, non vorrei spoilerare, ma verso la fine, dopo il momento del black out, ho sentito una specie di nodo nello stomaco: dovevo prendere delle decisioni e forse quello è stato il momento più difficile. Magari qualcuno potrebbe pensare che le parti più complicate siano state le scene di sesso esplicito o di orrore corporale o di “torture”, ma la mia testa si comporta in modo strano: ciò che a volte mi risulta insopportabile in un film o in un libro quando si descrivono scene di sesso esplicito, le stesse scene posso scriverle io con una certa disinvoltura.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Un fumetto (forse un manga). O un film. Diretto da Julia Ducournau o Emilie Blichfeldt, registe che sanno di orrore corporale e di femminino.

Che rapporto hai con la censura?

Sono totalmente contraria. Sono nata durante la dittatura militare argentina (1976-1983) e qui abbiamo visssuto la censura, la repressione e il genocidio in molti aspetti. Qui sono stati bruciati libri, sono state sequestrate persone per la loro ideologia (abbiamo avuto 30.000 desaparecidos) e sono state proibite manifestazioni culturali di ogni genere. Attualmente in Argentina ci sono livelli di censura ideologica e un arretramento nei diritti umani. Recentemente hanno proibito la circolazione dei libri di due scrittrici argentine conosciute a livello mondiale come Dolores Reyes e Gabriela Cabezón Cámara. È inaccettabile, triste e pericoloso.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Credo che nessun libro debba avere una funzione fissa. Ci sono quelli che scrivono per mestiere, quelli che scrivono per militanza, o per “agenda”. Come autrice, è quasi impossibile che le mie idee sul mondo non filtrino nei testi. Ma credo anche che bisogna essere coerenti con la storia che si vuole raccontare. Che non sia bene imporre idee dalla letteratura, piuttosto lasciare piccole crepe attraverso le quali il lettore possa pensare. Mi è più utile un libro quando dialogo con esso ponendo domande e non ottenendo le risposte che mi aspetto, ma altre domande o risposte che mai avrei immaginato. Mi piace la letteratura scomoda, quella che non mi parla di ciò che penso ma che mi fa pensare o ricostruire. In certi momenti, l’unica cosa che chiedo a un libro è che mi dia piacere durante la lettura; in altri, voglio godermi la prosa. Naturalmente tutti gli scrittori devono possedere le loro abilità, sia per contestare lo status quo che per scrivere un “feeling good”.

Bonus track:

«Una società senza anima, senza volontà, senza desiderio, senza propositi. Questo siamo. Un popolo morto». È il desiderio risvegliato quello che spinge la carne a farsi scrittura. Nel tuo romanzo si racconta una società che ha proibito il dolore, il reale del corpo. La morte come limite dell’esserci e dell’etica cessa di essere il confine della morale: in che modo, in questa società che stiamo vivendo, i corpi e la loro sorveglianza possono opporsi, con la scrittura e l’arte, all’artificio delle intelligenze digitali e della rarefazione dei sentimenti? È anche, ancora, una questione politica il corpo?

È una mia precisa convinzione che l’esperienza fisica sia ciò che l’Intelligenza Artificiale non potrà mai consegnarci. Ne “La seconda lingua madre”, il mio primo romanzo tradotto in italiano, c’è una donna la cui mente viene trasferita in una bolla, in una “nuvola”. A seguito di ciò, si trasforma in una specie di IA senza corpo, senza sensazioni, e questo cambia del tutto l’esperienza. Una IA può “pensare” o replicare il pensiero, ma non potrà mai sentire o canalizzare le sensazioni, ed è questa materialità biologica che fa la differenza nell’arte. Quando scriviamo (o dipingiamo) non lo facciamo soltanto a partire dalla mente, ma anche attraversati da altri processi corporei ed emozionali. Tenere in mano un pennello, scrivere su una tastiera, concentrarsi su una storia, conversare con colleghi, trovare ispirazione guardando il cielo o sorseggiando del vino o accarezzando la superficie di un prato. Tutto questo è nella letteratura.

Il corpo, invece, è sempre una questione politica. Soprattutto per le donne, per le diversità e per le minoranze. Lo Stato continua a voler intervenire sulla gestazione, sulle identità e sulla sessualità. Anche i canoni di bellezza di ogni epoca determinano cosa sia da considerarsi accettabile o modelli da replicare (da qui i prodotti per diminuire di peso, le iniezioni cosmetiche, il culto del corpo palestrato), cose che non riguardano esclusivamente la salute, ma sono imposizioni sociali.

«Lunes sarà la macchina pensante, il computer alimentato dal desiderio, l’onnipotente dio delle macchine e della gente. Modellerà la società secondo la sua volontà.» Quello di Lunes sembra essere più un desiderio di godimento mortifero, chiuso in sé stesso, un godimento che abusa dell’Altro per alimentare la propria perversione. Si nutre di immagini negative. La tua scrittura, desiderante, corporea, sa ascoltare, invece, il presente che sta deformandosi in un passato tribale, e arricchisce la pagina di visioni, disegni e simboli: che legame c’è tra Polpa e l’extraletterario? Cioè tra il tuo romanzo e i riferimenti filosofici, psicoanalitici e cinematografici?

I sistemi di oppressione e i corpi desideranti sono sempre stati oggetto della filosofia, della psicologia e delle arti. Non possiedo una formazione accademica in filosofia né in psicologia (sì nella cinematografia), ma sono una turista molto curiosa della lettura. Un po’ come il personaggio di Lunes (ovviamente soltanto nell’aspetto della curiosità intellettuale, non delle esperienze fisiche) ed è in questo percorso di espansione delle conoscenze che si sono andati formando e incrociando riferimenti testuali. Un testo di Foucault può portare a una annotazione di Schopenhauer, a un passo della Bibbia, a un testo del Marchese de Sade. La mente è un po’ come internet (o come la Rack, nel caso di Polpa) e molti pensatori di varie discipline hanno riflettuto sul piacere, sul dolore o sulla mancanza di libertà. Avrei potuto scrivere un libro di 800 pagine se non mi fossi lasciata trasportare da una specie di urgenza fisica e dalla necessità che la storia di Polpa fosse frenetica, sintetica e vibrante come un orgasmo. Un orgasmo: ecco un’altra cosa che una IA non potrà mai avere né restituirci, anche se potrebbe deliziarci con citazioni filosofiche a iosa.

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