Psicosi&Destino. Bartleby lo scrivano, 1859, Hermann Melville

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…beh, io ne ho viste tante nella mia vita, non sono nato ieri, sono un uomo abbastanza avanti in età. Eppure Bartleby tra gli scrivani fu il più strano che mai vedessi o di cui sentissi dire. Bartleby era uno di quegli esseri su cui nulla si può appurare, se non dalle fonti originali. Nel mio studio lavoravano tre persone e quanto a stranezze non scherzavano nemmeno loro: primo, Turkey; secondo, Nippers; terzo, Ginger Nut. I primi due soprattutto: davano i numeri a turno, come sentinelle. Quando toccava a Nippers, Turkey era a riposo, e viceversa. Bartleby: ho ancora negli occhi quella figura: pallidamente linda, penosamente rispettabile, incurabilmente sconsolata!

Era d’estate, aveva risposto al mio annuncio… quando entrò nello studio, da subito, colsi in quell’apparizione una vera e propria epifania… e era tutto inconscio… me ne rendo conto soltanto ora, grazie a te… la sua scrivania era proprio accanto a una finestrella laterale… a meno di un metro dalla finestra c’era un muro, e la luce scendeva da lontano, fra due caseggiati alti, come da una cupola con una piccolissima apertura…

Scusa… no, no, sto bene… è che mi viene da piangere… ecco, non riesco a dimenticare, un po’ ne ero quasi… innamorato, non so come dire… all’inizio Bartleby produsse una quantità straordinaria di pagine scritte. Come se fosse stato da lungo tempo affamato di carte da copiare, sembrava ingozzarsi dei miei atti… nessuna pausa, giorno e notte, copiava alla luce del sole e a quella della candela… e però mi rattristava che alla sua diligenza e alla sua industriosità non si fosse accompagnato il buonumore. Come un robot, continuava a scrivere silenziosamente, pallidamente, meccanicamente. Era, come dici tu, agito dal desiderio dell’Altro, e per questo potrai immaginare la mia sorpresa, per non dire costernazione, quando senza uscire dal suo recesso Bartleby con voce singolarmente pacata e ferma rispose: “Preferirei di no” a una mia richiesta, non ricordo quale… divenne una costante. Eppure quanta pietà m’ispirava quel volto magro e composto… una volta, ricordo, “Le copie, le copie”, dissi in tutta fretta. “Preferirei di no”, egli disse, e gentilmente svanì dietro il paravento, e poi, ancora, in un’altra circostanza, mi rispose: “Preferirei di no”, in tono flautato. Io non capivo ma sospettavo… e quando il dodicenne Ginger Nut, che era in studio con me, disse: “Penso, signore, che sia un po’ tocco”… ecco, questo giudizio mi urtò… a Bartebly io volevo bene… anche se la sua passività a volte mi irritava… un vero fantasma… e per questo mi sembra riduttivo che tu lo definisca ‘psicotico’… era tutto perfetto: la massima silenziosità, la costanza del suo comportamento in tutte le occasioni ne facevano un elemento utile. Anche a saperlo, non me ne capacitavo: la sua straordinaria pacatezza non solo mi disarmava ma anche soffocava in me ogni forza di resistenza… eppure, Dio mio, che pietosa solitudine e mancanza di amicizie qui rivelata! La sua povertà è grande, ma la sua solitudine, quanto è orribile!

Ancora oggi provo una malinconia fraterna, poiché tanto io che Bartleby eravamo figli d’Adamo.

Non conosceva alcun godimento, era immobile, come in un grembo materno, per lunghi tratti se ne stava in piedi a guardare… alla finestra… dietro il paravento… il cieco muro di mattoni… non usciva mai a passeggio, non sapeva la gioia e non provava alcun desiderio: per quanto pallido e smunto, non si lamentava mai di qualche malanno. È come dici tu: ciò che vidi quel mattino mi persuase che lo scrivano era vittima di un male innato incurabile. Potevo fare l’elemosina al suo corpo, ma il corpo non gli doleva: era la sua anima a soffrire, e io non potevo raggiungerla.

Non mi guardava mentre parlavo, il mio sguardo non costituiva per lui un oggetto del desiderio, come dici tu. Il suo mondo era in quella porzione di stanza, non conosceva le regole e nemmeno i simboli, non aveva subito, come tutti noi nevrotici, lo strappo traumatico dalla madre, a lui non è stato concesso conoscere il Nome del Padre, il linguaggio lo attraversava senza che se ne rendesse conto, senza esserne traumatizzato… la tua scienza dice questo, a ragione… il mio cuore, invece, vedeva un essere solo, assolutamente solo nell’universo. E… scusa… ho un groppo in gola, non riesco a trattenere le lacrime… davvero, se ci ripenso… era come l’ultima colonna di un tempio in rovina, rimasta in piedi, muto e solitario, in mezzo alla stanza altrimenti deserta, eppure era un essere umano, certo… uomo di preferenze piuttosto che di presunzioni.

Accidenti! Quando mi rispose: “Preferirei non lasciarvi”, ecco: cosa ero diventato per lui e lui per me? perché io credo a quello che disse Giovanni nella Bibbia: “Vi do un comandamento nuovo, amatevi l’un l’altro”. So che anche in me deve esserci dello strano se penso che le pene da me sofferte a causa dello scrivano erano predestinate da tutta l’eternità, e Bartleby mi era stato assegnato dalla Provvidenza nella sua perenne saggezza per qualche scopo misterioso, che un mortale come me non era in grado di sondare. Ebbene, se lui era uno psicotico, e non gliene importava nulla di capire e di essere ragionevole, io ci voglio capire qualcosa… per esempio: quando diceva: “No, preferirei non fare nessun cambiamento” : ecco, come dici tu, ciò perché non accettava, anzi, non aveva la minima idea di cosa fosse il desiderio, giusto? e tu sei brutale nel dire che Bartleby, semplicemente, non aveva subito la mancanza che genera il desiderio, il movimento, la castrazione simbolica e bla bla bla, quella che io rifiuto di accettare avendola attraversata, poiché nevrotico ossessivo che salta da un desiderio all’altro, e che cambia i piani in continuazione… e invece lui: “Per niente. È una cosa troppo vaga. Mi piace essere stazionario. Ma mi accontento.”

Però quel povero scrivano, quando seppe che lo si doveva portare alle Tombe, non oppose la minima resistenza ma, alla sua maniera pallida impassibile, accettò silenziosamente. E infondo cosa ne sapeva lui della lotta col padre, della soggettivazione? era come se lo avessero ricollocato da un grembo all’altro, e in entrambi i casi era ancora il desiderio altrui, l’oscuro meccano esterno, che lo agiva, che lo manovrava… in carcere si lasciò morire d’inedia: “Preferisco non pranzare oggi, mi rovinerebbe lo stomaco. Non sono abituato ai pranzi”: lo ripeteva tutti i giorni e passava semplicemente per uno strambo: e può pranzare un feto, può comprendere la socialità dei pasti? Un uomo incapsulato dentro un grembo immaginario che lo nutre ancora staccato dal mondo, come può amare, cambiare, vivere, come? se non è lui stesso il suo destino?

E così, l’ultima volta che lo vidi era ai piedi del muro, le ginocchia piegate, coricato sul fianco, la testa a contatto con le fredde pietre. Povera creatura: Bartleby era stato un impiegato di sottordine, a Washington, nell’ufficio della corrispondenza non giunta a destinazione, cioè delle lettere morte. Lui alle lettere morte! Non sembra di sentir parlare di uomini morti?

E noi? cosa siamo infondo? ci illudiamo di essere padroni del nostro mondo, di mutare la sorte… tu hai ragione a dire che scrivere di Bartleby potrebbe aiutarmi, anzi potrebbe essere il giusto perdono per coloro che morirono disperati… potrebbe, per chi lo saprà leggere, essere un esempio di cosa sia vivere morendo in vita, e anche, come delle lettere, queste battute che andrò scrivendo, grazie a te, saranno le buone notizie per chi perì soffocato da calamità ininterrotte. Però, non è forse vero che messaggere di vita, queste lettere corrono verso la morte? Come tutte le opere che portiamo a termine e che crediamo eterne e capaci di renderci immortali?

Ah, Bartleby! Ah, umanità! Non siamo forse noi tutti esseri umani immersi in un oscuro grembo di un linguaggio che ci alimenta e ci sostiene, e che un giorno ci leverà da sé per immergerci in un altro ordine di simboli, in un altro linguaggio, nuovamente eterno?

E noi, ancora, da sempre e per sempre, non saremo un’altra volta ciechi e sordi alla verità dell’amore che ci guida e ci comanda a nostra insaputa?