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Quartiere 5. Dimensione zoo. Intervista a Elena Marrassini

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Quartiere 5, dimensione Zoo, è l’ultimo lavoro di Elena Marrassini, edito da Coda di volpe nel 2025. È un romanzo di racconti ambientati, tra il 7 e l’8 luglio del 2022, nel Quartiere 5 di una verosimile Pistoia dove accadono vite, in racconti che sono radici e rizomi. Associazioni e rimandi. Personaggi che sono punti di vista. Una lettura che condivide realtà vicine anche se molto lontane: «quando leggo i miei autori preferiti mi viene sempre da pensare, che bello che mi abbiano resa partecipe delle loro pagine, dei loro personaggi e delle loro storie e pensieri». Sembrerebbe che l’autrice abbia provato quel piacere sottile dell’illuminazione, la gratificante capacità di intrecciare storie e trattare temi reali anche complessi ma con leggera fantasticheria e invece no «No, anzi, quando scrivo patisco. Stringo la mandibola, irrigidisco le spalle e mi affanno correndo dietro a un concetto di perfezione, debolmente convinta che la perfezione non esiste quando però dentro di me so che nella penna dei grandi esiste eccome.» Potrebbe essere uno zoo, questo libro con i vivai che fanno da cornice al viavai delle esistenze, racconti-mondo che evocano lo stile di una serie tv, o magari «“comprimendolo” ulteriormente, che già è molto breve, potrebbe essere una canzone.» La linea narrativa è anche un modo di ribadire il proprio desiderio, che sia proprio, ma anche partecipato, cercando, e riuscendo, a oltrepassare la profonda sottile gabbia dell’autocensura verso cui «anni fa ho cominciato a ribellarmi e a sentirmi più libera di provare a scrivere per un potenziale pubblico». Nel Quartiere 5, dimensione Zoo si respira quell’atmosfera che fa della scrittura «forse l’unico mezzo che hanno i miti, gli introspettivi, i dubbiosi, per contestare qualcosa.» Questo romanzo di racconti è un cronotopo universale in cui appare improvviso il romanzo effimero dell’essere umano che desidera nella storia globale delle condivisioni…

Gianluca Garrapa

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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

Perché “fa curriculum”. Scherzo. Cioè un po’ scherzo e un po’ no: si scrive per farsi leggere, credo. Quando leggo i miei autori preferiti mi viene sempre da pensare, che bello che mi abbiano resa partecipe delle loro pagine, dei loro personaggi e delle loro storie e pensieri. Penso che per chi legge sia bello trovare in un libro un pezzo di loro stessi, magari, un pezzo di vita non è la loro ma ci somiglia, oppure trarre qualcosa dalle pagine e farne tesoro, consiglio o anche solo presa di coscienza di non essere soli così come può sembrare, soprattutto in certi momenti della vita. E poi, se non ti metti mai in gioco, dove sta…il gioco? Quindi è successo che durante l’estate del 2022, quella in cui finalmente si respirava senza mascherine, ho iniziato a sentire il bisogno come di fare il punto, dopo un biennio parecchio confuso e ansiogeno in cui avevo sì, scritto racconti e partecipato a dei concorsi di riviste letterarie, finendoci anche dentro qualche volta, premiata con la pubblicazione, ma permaneva un senso di incompiuto, di disagio. Insomma, ho fatto il punto sui racconti migliori che avevo e li ho “tessuti” assieme, per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori.

Quando scrivi, godi?

No, anzi, patisco. Stringo la mandibola, irrigidisco le spalle e mi affanno correndo dietro a un concetto di perfezione, debolmente convinta che la perfezione non esiste quando però dentro di me so che nella penna dei grandi esiste eccome.

Il godimento inizia dopo, quando chiudo lo schermo del portatile dove ho lasciato scritto qualcosa che non dico mi soddisfi appieno, ma almeno mi apre una via verso il miglioramento, l’affinamento e l’approvazione del mio giudice interiore. Mi alzo dalla scrivania e inizio a fare cose pratiche tipo pulire il bagno, stendere panni, fare la spesa, andare al lavoro, lavorare. Coi muscoli della mandibola e delle spalle finalmente rilassati, in preda a un senso di pienezza e leggerezza al contempo. Che dura poco, quando va bene per qualche giorno, a volte solo qualche ora. Poi riparto da capo con quella inquietudine Pessoiana che forse, se svanisse, mi porterebbe a smettere di scrivere del tutto.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

Scrivere di Nina e di sua madre, forse, è stata una delle parti più faticose. Per il tema del “fine vita”, per quei ricatti familiari che possono affossare una vita giovane, per l’amore di quando non si sa se è amore o scoglio a cui aggrapparsi, bisogno fisico, oppure un boh, meglio di nulla, meglio della solitudine:

«Nina se ne sta affacciata alla finestra del salotto del Villino Liberty di via Fiume e guarda il prato troppo secco, ormai pieno di chiazze color marrone. Per lei le notti finiscono alle cinque e mezzo del mattino, quando sua madre inizia a fare quei suoni con la bocca che significano portami-il-caffè-caldo-doppio. Doppio nel senso che ne vuole vedere due sul tavolino da letto, due tazzine fumanti. E allora si calma. Solo così si calma, con due caffè da due moka diverse, rigorosamente, ché altrimenti se ne accorge e reagisce male, malissimo. Sua madre è quasi un vegetale. Un vegetale che va avanti a caffè e che capisce però ancora una serie di cose, soprattutto da quale moka proviene il suo caffè. L’ultima volta che l’ha vista lucida, anche se era già ferma a letto, è stato quando sua sorella Simona prese le mani di Nina nelle sue e disse: «Nina, mi dispiace, queste son cose che ti tolgono dieci anni di vita». E la madre, mentre beveva lentamente i caffè del mattino guardando le figlie negli occhi, anzi, guardando solo Nina, rispose che a lei dieci anni di vita li aveva tolti proprio lei, la Simo, da quando aveva detto a tutti di essere lesbica e se ne era andata da casa. Ma mica il fatto che fosse lesbica le aveva tolto una fetta di vita, a lei quello importava nulla, erano affari di sua figlia; era stato il fatto che se ne fosse andata a vivere in quel condominio assurdo con quella sua compagna che sembrava un camionista, mollando lei e Nina lì come due sceme: che se proprio la sua immensa compagna voleva fare l’uoma poteva farla lì da loro, che ce ne era bisogno, da quando suo padre se ne era andato. E fine. La Simo non era più tornata. A volte Nina pensa che sua sorella avrebbe preferito la non accettazione della sua omosessualità da parte di sua madre: che almeno sarebbe stata una madre normale e non solo una egoista cattiva e dipendente dal caffè e dall’ordine domestico. Tutto fra loro è finito quella mattina di qualche anno fa. Anche il cervello di sua madre finì con quella affermazione, e chiuse con la figlia minore e con tutti. Con tutti, fuorché col caffè e con Nina, che glielo prepara due volte al giorno. Due per due quattro: quattro caffè; da qualche giorno poi, vuole solo quelli, non mangia più, ha fatto di no col dito a Nina l’ultima volta che le ha portato la colazione. Ha fatto no col suo dito indice curvato dall’artrosi e ha mormorato una cosa tipo basta-più. E Nina ha obbedito. E Nina non lo ha detto ai medici e non ha intenzione di farlo.»

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Che domande: uno zoo! 🙂

Magari…non so, una serie tv, sarebbe “ganzo”, come diciamo noi in toscana.

Una serie tv o un film di quelli fatti a episodi, dove poi da ultimo si capisce che tutti erano legati tra loro e, si spera, ci si alza dalla poltrona, si commenta e si torna a casa con dei pezzi di vita in più. In fondo, come scrive Michel Houellebecq: “Vivere senza leggere è pericoloso, ci si deve accontentare della vita e questo comporta notevoli rischi”. Per me vale anche per i film, e per la musica; vivere senza andare al cinema, senza ascoltare musica è altrettanto pericoloso.

Ecco magari il mio libro, “comprimendolo” ulteriormente, che già è molto breve, potrebbe essere una canzone.

Che rapporto hai con la censura?

Con l’autocensura avevo un rapporto pessimo, sbilanciatissimo. Nel senso che mi ha fagocitata fino almeno a circa dieci anni fa. Poi ho cominciato a rendermene conto, a ribellarmi, a sentirmi più libera di scrivere e di provare a scrivere per un potenziale pubblico. È andata a finire che ho vinto il primo premio della sezione racconto di un concorso nazionale. A quanto pare aveva funzionato.

Con la censura in generale credo di stare facendo lo stesso percorso, o almeno ci provo. Spero vivamente, prima della vecchiaia, di riuscire a pareggiare i conti anche con Lei, con la L maiuscola. Altrimenti, se riuscirò, da vecchia, a diventare una scrittrice, perderò del tutto i freni inibitori e, con la scusa della demenza senile, della censura me ne importerà veramente nulla.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Mah, guarda, sempre più spesso mi rendo conto che scrivere è un prendere atto.

Imparare a convivere con un disagio, con quella solitudine, quell’inquietudine Pessoiana di cui sopra che ognuno porta con sé. Solo che c’è chi ne è vittima più di altri, chi non riesce a distrarsene con il lavoro, la politica, lo sport, la musica, l’amore. C’è chi riesce a distrarsene solo se la converte nella produzione di qualcosa, nella creazione di qualcosa, in una maieutica che solo lui/lei capisce. O magari nemmeno capisce, sente solo che in quel modo vive meglio, affronta meglio, contesta meglio. Ma sì, forse dici bene anche tu: contesta lo status quo nel modo che gli riesce di più. Anzi spesso scrivere è forse l’unico mezzo che hanno i miti, gli introspettivi, i dubbiosi per contestare qualcosa.

Bonus track

Tra il 7 e l’8 luglio del 2022, nel Quartiere 5 di una verosimile Pistoia, accadono vite, che nascono, svaniscono, proliferano e scompaiono come piante. Ogni racconto è radice, assone e dendrite. La scrittura immerge nel paesaggio e nella biografia fantastica dei personaggi. Un circolo che si srotola per associazioni e rimandi. La storia si apre con una sorta di prologo ai personaggi, ai punti di vista, alle apparizioni che man mano si fanno avanti: mi piace il lavoro che hai fatto, appunto, con le varianti delle voci che narrano. Ce ne parli?

Hai detto bene, “di una verosimile Pistoia”: Pistoia qui è una scusa, un esempio, un appiglio. Proprio il suo essere piccola città con lo Zoo più famoso d’Italia me l’ha resa adatta a fare da contenitore di quello zoo umano che si trova ovunque, in ogni città piccola, grande, in ogni regione, nazione, continente.

In questo albergo della Terra” cantava il miglior Claudio Baglioni di quando ero ragazzina: per me la Terra è più uno zoo che un albergo; ciascuno nella propria gabbia che osserva chi lo osserva. E oggi più che mai, coi nostri smartphone, le nostre Bacheche a cui tanto teniamo, tanto lucidiamo, tanto prostituiamo.

Ho cercato di far trasparire tutto ciò attraverso le voci dei diversi protagonisti, chi più chi meno immerso nel proprio mondo interno e/o virtuale. Spero di essere riuscita a far sentire la diversità delle varie voci, anche se abbandonare del tutto la propria, soprattutto per un autore/autrice non navigato ed esperto, è difficile.

«Bestie e piante, piante e bestie. Noi umani, qui, siamo di contorno. Satelliti di questi altri esseri viventi che ci fanno conoscere al mondo. E ci fanno conoscere il mondo, a noi poveri provincialotti che altro non siamo. Gli animali e le piante sono arrivati qua prima di noi. Qua nel senso sulla Terra, non nella mia città e basta. Ci hanno insegnato tut­to. Peccato che ce ne siamo dimenticati.»: già dal titolo intuiamo la presenza degli animali sottofondo alle vicende umane, e delle piante: i vivai fanno da cornice al viavai delle esistenze, racconti-mondo. I luoghi, cui doni la voce dei protagonisti, sembrano essere l’essenza di quelli reali, non ti perdi nel descrittivismo provinciale e fai della tua Pistoia un extraluogo (Orwell docet, ti ha ispirato?), un cronotopo universale in cui appare improvviso il romanzo effimero dell’essere umano. Che tipo di lavoro hai fatto per dare senso credibile a un incredibile storia della Terra?

Ho osservato, ho “cucito”, ho avuto pazienza e ho tessuto, disfacendo e cucendo di nuovo, a tratti, come una Penelope storta e asincrona.

Come disse Giulio Mozzi durante un incontro di quelli che adoro perché di solito siamo in pochi, seduti a un tavolo assieme a uno scrittore e maestro al quale puoi chiedere come sono nate le sue storie e anche alcuni consigli, “scrivere è pazienza, è esitare, è stare sulla porta e non entrare dentro di corsa. Bisogna mettersi nella condizione del bambino di due anni seduto sul tappeto, circondato da decine, centinaia di pezzi di Lego”. Beh, credo che Mozzi abbia ragione (molto spesso ce l’ha, quasi sempre): vanno osservati i pezzi, va visto quale si unisce meglio a un altro e come, per poi partire, costruire, disfare a volte e ricostruire con altri pezzi che calzano meglio, per forma e colore.

Durante l’estate di tre anni fa sapevo, o almeno credevo, di avere in mano qualche buon racconto e dei personaggi curiosi, stralunati e interessanti, pronti a trasmettere qualcosa. E pazientavo, ero ferma sulla soglia della porta da almeno due anni o giù di lì. Beh mi sono fatta coraggio, li ho collegati tra loro lasciandomi trasportare da una storia che avevo in mente da un po’ e che li vedeva tutti lì attorno a “guardarla”, respirarla, fomentarla. Ho impacchettato il tutto e l’ho spedito a due editori che mi sembravano adatti. Uno non ha risposto, uno invece sì.

Per quanto riguarda la citazione iniziale, sì, Orwell mi ha ispirato perché in quella frase ci ho visto dentro i miei personaggi, tutti, in due righe. Ci sta tutto il loro bisogno di riconoscimento della propria individualità (spesso anche della propria sanità mentale), una cosa preziosa e disperata in questo mondo dove tutto è un’illusione esibita.

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Elena Marrassini, Quartiere 5, dimensione Zoo, Coda di volpe ed., 2025.

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