Ci sono quattro livelli d’interlocuzione mi disse B.G. Siddharth. E me li raccontò nel 1995 a Hyderabad.
Nel primo e più alto gradino c’è la parola di chi insegna e l’ascolto di chi apprende, e chi insegna (ma questo l’aveva detto anche Agostino d’Ippona) apprende da chi impara: riversare, rivelare. Le nominano anche parole necessarie, o parole urgenti, che una volta dette non possono non migliorare chi le ascolta e chi le dice. Così fra loro ragionano i sapienti.
Nel secondo gradino c’è la parola che non vuole persuadere, ma raccontare, è quel discorrere senza meta e senza scopo: il conversare, la parola dell’intrattenimento e del divertimento fra amici e amanti, e padri e madri con i figli. È una parola che ci lascia come siamo, ma è una parola che non ci fa del male.
Nel terzo gradino è tutto un pregiudizio, un voler convincere e dominare e fare per strafare: è la parola del politicante e delle compre, la parola della supremazia, di chi vuole ordinare, comandare. È la parola del mercante e del guerriero.
Nel quarto gradino c’è solo la parola che pretende di denigrare. Avversare.
(Un brahmino non scende mai – non può e non vuole (ma potere e volere per lui sono la stessa cosa) scendere – sotto il secondo gradino).
Tu sei quel che è il tuo profondo, stimolante desiderio.
Com’è il tuo desiderio, così è la tua volontà.
Com’è la tua volontà, così è la tua azione.
Com’è la tua azione, così è il tuo destino.
Brahadaranyaka, Upanisad IV, 4.5
Luca Sossella