PROLOGO — QUANDO NON MI VEDETE
Mi chiamo Lia.
Un nome che dura un respiro.
Le persone intorno a me non lo pronunciano quasi mai: preferiscono etichette che non chiedono attenzione.
A scuola sono “quella che disegna”.
A casa “la smemorata”.
Online “la_ombra_17”, che almeno è onesta.
Io non sparisco.
Mi slaccio dal mondo. Piano.
Come un bottone che nessuno si accorge di aver perso.
Mia madre vive correndo, mio padre vive evitando.
Non mi fanno male: semplicemente non mi toccano.
Eppure l’assenza è una lama più elegante della presenza.
Blu nasce così:
non un’amica, non un fratello, non un fantasma.
È la parte di me che resta quando tutto cede.
Occhi grandi, mani fredde.
Sta lì. Non chiede.
E il suo silenzio è più vero delle parole degli altri.
“Ti vedo” gli dico quando sto per dissolvermi.
È la frase che avrebbe salvato molte versioni passate di me.
Tutto comincia in una mattina di novembre.
La scuola è un alveare fiacco, io una formica fuori ritmo.
È lì che succede.
Quello che apre la frattura.
Quello che mi costringe a scegliere se affogare nel silenzio o imparare a respirare.

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CAPITOLO 1 — L’URLO INCOLLATO ALLA GOLA
La campanella delle otto scuote il cielo.
Gli altri avanzano.
Io affondo.
La prof di matematica distribuisce verifiche come biglietti d’ingresso all’insicurezza.
Quando arriva al mio nome, dice:
«Tu non hai consegnato niente.»
Si gira tutta la classe.
Il dolore non è nelle risate:
è nel fatto che nessuno vuole davvero vedermi, ma tutti vogliono guardare il mio imbarazzo.
La verifica l’avevo fatta.
Intera.
Ma consegnarla era troppo:
era offrirle il cuore con le dita che ancora sanguinavano.
La prof aspetta una spiegazione.
Io ho un acquario in gola.
Blu, nella mia mente, sale sul banco e lancia un urlo perfetto, spietato, enorme.
Io invece dico: «Sto bene.»
La menzogna fa più eco della verità.
La prof annuisce.
È comodo credere ai fantasmi.
Fuori l’aria mi frusta le guance.
Mi appoggio al muro per non scivolare via.
«Ti è caduta questa.»
Un ragazzo. Capelli scuri. Zaino rumoroso di adesivi.
Leo.
Mi porge la mia verifica.
«Era completa.»
È la prima cosa di me che qualcuno raccoglie senza schifo, senza paura.
Blu, dentro, si ferma.
Anch’io
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CAPITOLO 2 — LE FRASI CHE TI SPACCANO E TI SALVANO
Leo resta.
È raro trovare qualcuno che non scappi di fronte alla lentezza degli altri.
«Perché non l’hai consegnata?»
«Perché quando mi guardano mi si rompono le mani. Quando sono sola, mi si rompe tutto il resto.» ![]()
Lui non scappa.
Tiene la mia frase nel palmo come fosse una creatura minuscola.
«Non sei rotta. O lo sei come tutti. Ma nessuno ci dice dove si mette la colla.»
Il mondo potrebbe cadere intero e quella frase rimarrebbe dritta.
La campanella chiama.
«Vengo con te?»
«No.»
«Allora resto finché non ti va.»
E rimane.
A volte la salvezza pesa meno di un corpo seduto vicino al tuo.
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CAPITOLO 3 — LE PAROLE CHE NON VIAGGIANO
A casa l’odore di detersivo mi prende alla gola.
Mia madre dice “come è andata” senza guardare cosa risponde la mia faccia.
Appoggio la verifica.
«Non ce l’ho fatta.»
«Sempre scuse.»
La sua voce è un bisturi che non taglia: apre.
Mio padre entra.
Mi osserva come si osserva un rumore che disturba. 
Blu vibra.
Io tento di non farlo.
Il telefono squilla:
«Lia? Mi senti?»
La voce di Leo è un varco.
E io attraverso.
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CAPITOLO 4 — LA TERRA CHE SCOTTA
Il cortile non è fatto di cemento:
è fatto di occhi.
E gli occhi sanno ustionare.
Un ragazzo ride mentre passa.
Non ricordo le parole, ricordo il tono.
È il tono che ti dice: non vali lo spazio che occupi.
Blu mi scivola dalle mani.
Lo raccolgo come se stessi salvando qualcosa che si è rotto in me.
Leo arriva.
«Respira.»
È una parola bellissima, crudele:
non sempre puoi.
In classe mi chiedono se va tutto bene con la leggerezza di chi non vuole davvero saperlo.
Annuisco.
Il corpo tradisce, la voce protegge.
Leo mi sfiora il polso.
Un gesto brevissimo.
Una casa.
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CAPITOLO 5 — IL PUNTO IN CUI CEDI
La scuola è un corridoio di vertebre.
Io sono quella fuori posto.
Uno ride ancora.
È il rumore che fa cadere tutto.
«Basta.»
Una parola nuda.
Non serve altro.
Leo si avvicina.
Non prova a sorreggermi.
Mi sta accanto.
Il dolore pesa meno quando non ti spinge giù nessuno.
A casa il silenzio è la lingua madre.
Mi siedo con Blu sul pavimento.
Lo guardo: minuscolo, resistente.
Come le parti di me che non sono ancora morte.
E allora la capisco, la verità che non volevo guardare:
non è stata la gente a cancellarmi.
Sono stata io.
Ogni giorno una goccia.
Non di cianuro vero:
di quello emotivo, domestico, educato.
“Non valgo”,
“non disturbo”,
“non sento”.
Un veleno gentile.
Ti tiene in piedi quel tanto che basta per soffrire meglio.
Adesso però lo riconosco.
E riconoscere un veleno è già dissoldarlo.
Il telefono vibra.
«Sono qui» dice Leo.
È una frase semplice.
Fa male come guarire.
Blu si acquieta.
Io inspiro.
Non guarita.
Non salva.
Ma viva.
Che è già una rivoluzione.
Francesca Mezzadri
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Note dell’autore: un messaggio per voi
Oggi voglio raccontarvi perché ho scelto di riprendere la storia di Ella, un’opera di Herbert Achternbusch, e trasformarla in un racconto pensato per voi.
Perché leggere Ella (ed eventualmente altre opere del buon Herbert)
Un assaggio in una frase:
“Dunque io la storia della mia vita ce l’ho già. Appena sono venuta al mondo, mio padre mi aveva già maledetta.“
“So, the story of my life was already written. As soon as I came into the world, my father had already cursed me.”
Sentite queste parole: sono dure, sì, ma raccontano la verità di chi soffre senza colpa.
Ella, di Herbert Achternbusch, è uno di quei testi che ti restano addosso. È un monologo difficile, certo, ma proprio per questo potente: non ti permette di restare spettatore neutrale, ti costringe a entrare in un territorio emotivo scomodo, dove le parole sono lame e carezze insieme.
La storia ruota attorno a un angelo – fragile, ferito, quasi piegato – che racchiude dentro di sé due personaggi: Ella e Josef, madre e figlio. Entrambi vivono schiacciati, soffocati dalla cattiveria del mondo, come se qualcuno avesse deciso che la loro libertà non è prevista. L’angelo parla con voci diverse: ora vittima, ora carnefice. Come se dentro ognuno di noi convivessero i nostri traumi e le nostre colpe.
Ella appare come una ragazza spezzata: ha avuto un bambino, forse morto, e si muove in una nudità emotiva che fa paura. Non ha appigli, se non la sorella Lena, che però non riesce a salvarla davvero: finisce per rinchiuderla, fisicamente e mentalmente, in spazi che diventano pollaio, prigione, manicomio. Luoghi diversi, stessa sensazione: non puoi uscire.
Nella storia tutto è simbolo. Un varco che si apre verso i meandri della mente diventa il punto di discesa nella follia: uno spazio stretto, senza ritorno. Ogni piccolo segno di speranza – un gesto, un ricordo, un istante di luce – viene subito tradito, come quando credi che qualcosa stia cambiando e invece ricadi nello stesso buio.
Non c’è musica a consolare. Non c’è tregua. Achternbusch non concede soluzioni facili: i pochi sorrisi vengono risucchiati dall’angoscia, e la fisicità stessa del racconto è come una crisalide che si apre lentamente, dolorosamente. Alla fine l’angelo, privato delle sue ali, precipita nel nero: il nero della mente ferita, dell’anima che non trova pace, del mondo quando diventa troppo stretto per respirare.
Ed è qui che Ella diventa importante per un giovane millenial
Perché racconta quel sentirsi chiusi in un pollaio che nessuno vede. Quel cercare un varco nella propria confusione senza trovarlo. Quel desiderio di libertà che a volte sembra un lusso irraggiungibile.
Ci parla con un linguaggio che non ti coccola ma ti rispetta.
Entra – con delicatezza ma senza paura – nel mondo emotivo dei giovani, come se dicesse: “Io questa tua lotta la capisco. Non farti ingannare dalla mia durezza: sono dalla tua parte.”
Per imparare che parlare dei propri sentimenti, anche quando è difficile, è un atto di coraggio.
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Note su Herbert Achternbusch
Herbert Achternbusch (1938–2022) è stato uno scrittore, drammaturgo, pittore e regista tedesco.
La sua arte unisce visioni grottesche, realismo crudo, liricità, ed è spesso radicale e provocatoria.
Nei suoi testi teatrali (come Ella, Susn, Gust) mescola polemica sociale, memoria, follia, interrogandosi con forza sulla marginalità, la violenza, l’infanzia e la struttura familiare.
Ella è uno dei suoi drammi più noti: fu scritto come pièce teatrale nel 1978.
Ella è uno di quei testi che ti restano addosso. È un monologo difficile, certo, ma proprio per questo potente: non ti permette di restare spettatore neutrale, ti costringe a entrare in un territorio emotivo scomodo, dove le parole sono lame e carezze insieme.
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Fonti
Angelo Gaccione, A teatro con amore. Milano e i suoi teatri 1982 2018, C&P Adver Effigi, 2024.
Catalogo bibliotecario universitario (Università di Napoli) — edizione italiana di Ella. Susn. Uscita per Plattling, tradotta e curata da Luisa Gazzero Righi.
Treccani – voce biografica su Herbert Achternbusch che cita Ella fra i suoi testi teatrali.