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Raffaella Cargnelutti. Alla gentilezza di chi la raccoglie

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Resistere. Ti imponi di resistere quando il terrore gela le membra. La paura ti attanaglia in un presente che si fa oscuro. Se non ce la fai, crolli. Ti lasci andare allo sconforto che intima la fine. Avverti il pericolo che è in ogni dove, non sei al sicuro nemmeno con i tuoi pensieri che diventano deboli, carta velina. Resisti. Se vivi l’inferno in terra, subendo sulla propria pelle la brutalità di bestie che si dicono uomini, sei assalito dalla disperazione e dalla paura. La sofferenza, quella infinita, ti cambia. Anche quando ogni cosa è persa, perché ridotto ad una larva, ad uno spettro di te stesso, cerchi riparo con l’umanità che non muore sotto i tuoi occhi oppure dentro al tuo cuore. La gentilezza ti salva, soprattutto dove c’è l’ordine di morte. Combatti la voce dell’abbandono e della rassegnazione aggrappandoti agli affetti, alla famiglia, ai ricordi, alla terra dalla quale ti hanno strappato per spedirti in zone straniere, peggio nei campi di concentramento. Lì, il male è troppo grande, troppo forte, troppo violento. Impossibile ignorarlo, anche se fai di tutto per non sentirlo. Ma lo sopporti, lo vedi ovunque: negli sguardi cattivi di disprezzo, nelle intenzioni criminali, nelle mani che imbracciano fucili e impugnano frustini, nella voce spietata e gutturale da cani che ringhiano ordini. Ne patisci le conseguenze, leggi le ferite sul tuo e sul corpo dei deportati come te. La disperazione, la fame, le restrizioni e le vessazioni continue incattiviscono animi inebetiti, afflitti dalla sofferenza, dal pensiero della morte. Precipiti nell’angoscia, diventi ancora più debole. Sei fiaccato nel fisico e nella mente. Eppure, scorgi la labile forza per non lasciarti andare. Ti attacchi a qualcosa che appartiene solo a te, che non atrofizzi il pensiero, che renda la testa viva, dinamica. La dignità, poi, ti rimette in piedi. Ti fa lottare, con un coraggio che pensavi di non avere, contro la crudeltà di chi ha pensato di essere superiore servendosi di leggi, razziali, che hanno segnato la Storia.

In Alla gentilezza di chi la raccoglie di Raffaella Cargnelutti, per Bottega Errante Edizioni, conosci una storia vera. Una storia che viene dall’inferno di Buchenwald. Il tenente Giulio Cargnelutti viene catturato dalle SS il 20 luglio 1944 a Tolmezzo. Il treno su cui è stato fatto salire, insieme ad altri prigionieri, lo porta in Germania. Fermi in una stazione, Giulio si avvicina lungo le pareti della feritoia del vagone dove è chiuso con gli altri deportati lì lancia la sua lettera. Con un lapis di fortuna è riescito a scrivere sulla busta “Alla gentilezza di chi la raccoglie. Grazie.” Vuole informare la sua famiglia e la giovane moglie, all’oscuro di tutto. Il suo sarà un viaggio lunghissimo che lo porterà nei carri bestiame, dove vivranno come bestie, sino al campo di Buchenwald nel quale passerà nove mesi come deportato politico, senza possibilità di ricevere niente di niente. Vivrà nove mesi di lavoro massacrante, di ordini, di bastonate, di orrore, di privazioni, di fame, di morte, di disperazione, dove “l’altruismo è un lusso che i deportati non si possono permettere. Eppure Giulio cerca ancora di aiutare …”

il libro è la preziosa testimonianza di una vicenda reale. La storia vera, scritta dalla figlia di Giulio Cargnelutti, racconta l’orrore vissuto da suo padre nei lager nazisti. Un uomo che ha affrontato l’atroce crudeltà delle SS grazie alla memoria, al disegno, all’amore, alla fede. È riuscito a superare, nei luoghi in cui il male era l’ordine prioritario, l’indicibile sino ad arrivare al perdono come ultimo atto di libertà.

Lucia Accoto 

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