Pleonastico, a volte didascalico, forse anche didattico, eppure impeccabile ed entusiasmante.
Questo è Le guerre di Lucas, graphic novel/“docufiction” che Laurent Hopman mette in piedi, ottimamente coadiuvato dal tratto di Renaud Roche, per raccontare la storia di Guerre stellari.
Soprattutto per raccontare chi sta dietro questa icona della cinematografia contemporanea, ovvero George Lucas.
Giovinezza turbolenta, frequentazione scolastica poco brillante, futuro imperscrutabile per quanto riguarda il successo cinematografico. È questo il Lucas che viene presentato da Roche e che corrisponde a verità: l’uomo non è mai stato un enfant prodige e, in campo cinematografico, brillava più nelle soluzioni registiche, non tanto nella costruzione della sceneggiatura.
A tal punto che di Electronic Labyrinth THX 1138 4-EB del 1967, suo film di esordio, si può dire senza essere smentiti che fosse un prodotto sotto media, almeno da quel punto di vista.
Eppure, «nonostante una sceneggiatura traballante», fioccavano nella sua testa già miriadi di idee a livello visivo.
Ne Le guerre di Lucas ecco allora Lucas apparire più come un innovatore della tecnica e degli effetti speciali (ricordate che fu lui a decidere di produrre quelli di Star Wars in proprio, aprendo la Industrial Light and Magic?) che come un capace sceneggiatore. Ma da quanto racconta Hopman, appare essere anche un discreto testardo.
È un Lucas di cui sapevamo attraverso interviste e libri, e che qui risalta in modo assoluto con il suo carattere non proprio facile.
Potremmo dire che per Lucas, nel graphic novel, si fa avanti la parafrasi del brutto anatroccolo. Abbiamo un probabilissimo introverso, che si ostina a seguire la sua intuizione e per aspera giunge ad astra: agguanta il successo, la fama, la gloria.
A leggere soprattutto la prima parte de Le guerre di Lucas, non sembra sia così. Ma è un falso. Tutti quelli che sono minimamente appassionati del cinema di Lucas lo sanno.
E chi non lo sa, avrà di sicuro una felice fibrillazione nello scoprire quanto «il delirio di un adolescente» alla fine diventi una pietra angolare della mitopietica contemporanea, non solo di quella cinematografica. Fa insomma il suo porco effetto.
Pubblicato in Italia da Bao publishing, praticamente in parallelo con le Éditions Deman di Parigi, nel 2024, Le guerre di Lucas entusiasma nel suo procedere cronologico.
D’accordo, lo fa raccontando quanto si trova sparso in decine di altri titoli e in centinaia di interviste attorno alla costruzione del worldbuilding di Star Wars e a tutti quelli che vi hanno partecipato, però poco importa.
Inoltre non è un racconto esaustivo, e non è un racconto dove tutto viene perfettamente sciorinato (ma ne riparliamo a breve con il secondo tomo, uscito a fine 2025). Ci sono varie elisioni, che non staremo qui a sottolineare. Il che non ne rovina il piacere della lettura, sostenuto dal piglio dei dialoghi firmati da Hopman come dal tratto molto fluido e veloce di Roche.
A questo proposito, è da indicare il portfolio posto a fine volume, dove sono raccolti schizzi, ricerche e bozze prodotte da Roche. Prese nel loro insieme, formano un vero e proprio avvicinamento stilistico ai personaggi e agli ambienti in cui si è creato il primo episodio di Star Wars.
Sono anche le pagine in cui viene motivata la scelta, ragionata e condivisa con Hopman, del bianco e nero cui si aggiungono “punti di colore” ben calibrati di tavola in tavola, così da esaltare la dinamicità della storia, «arricchire la narrazione e sottolineare alcune scene senza soffocare i disegni».
Passano molti volti noti per le pagine de Le guerre di Lucas, parecchi quelli che hanno dato linfa alla New Hollywood degli anni Settanta: da Francis Ford Coppola a Steven Spielberg, a Brian De Palma, solo per fermarci ai registi.
E si sa già, grazie a tutta la letteratura prodotta nei decenni su Lucas e su Star Wars, che gli sono amici da più o meno vecchia data. Tutta gente che gli ha dato una mano o con cui c’è stata una collaborazione fattiva.
Fa piacere vedere come dialogassero con lui, come si inserissero e interferissero quasi sempre propositivamente con le sue scelte.
Tutte cose che aggiungono più realismo e umanità al racconto, facendo altresì da spalla motivazionale all’introverso regista e produttore nato a Modesto, California.
Ci sono però due figure fondamentali che risaltano nell’epica lucasiana di Guerre stellari imbastita da Hopman e Roche.
La prima è quella di Alan Ladd jr, vicepresidente creativo della Fox. È lui che crede fermamente non solo in Lucas, ma prima di tutto nel suo interiore universo narrativo e in altre sue qualità.
È lui a sostenerlo dall’interno della Fox, quando nelle varie riunioni di direttivo non si faceva altro che cercare di boicottarne il lavoro.
La seconda, forse ancora più importante, è quella di Marcia Lou Griffin, moglie di Lucas e superba montaggista di varie pellicole hollywoodiane di successo.
Come si dice: dietro un grande uomo non può mancare una grande donna. Ecco, la Griffin appare nel graphic come il vero motore dietro l’attività creativa di Lucas.
È «esuberante, travolgente, estroversa», ma soprattutto sa essere al contempo onesta e capace di intuire la luce nel mezzo di una sceneggiatura (quella e quelle del marito) apparentemente da cestinare.
Sergio Rotino
Recensione del libro Le guerre di Lucas di Renaud Roche, Laurent Hopman, trad. Francesco Savino, Bao Publishing 2024, pagg 208, € 23,00