Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Restare. Un libro contro la menzogna della salvezza

Home / Rubriche / Che libro che fa / Restare. Un libro contro la menzogna della salvezza

Sinossi

Questo libro racconta ciò che accade dopo un gesto estremo che non riesce a compiersi fino in fondo. Una caduta che non uccide, ma spezza il corpo e costringe a una vita altra: ospedali, unità spinali, riabilitazione, ritorni parziali al mondo. Attraverso una scrittura lucida e implacabile, la voce narrante attraversa il desiderio, l’amore come annientamento, la colpa della sopravvivenza, la violenza implicita della pietà e della cura.

Non è una storia di guarigione né di riscatto, ma di restituzione: al corpo, alla vita, a un’esistenza senza promessa. Un libro che rifiuta la retorica della salvezza e interroga fino in fondo cosa significhi restare, quando non si è più quelli di prima.

Questo libro non chiede di essere amato. Chiede di essere attraversato.

Non promette redenzione, non offre pedagogia del dolore, non costruisce un arco di guarigione. Al contrario, smonta con precisione chirurgica una delle più persistenti mistificazioni del nostro tempo: l’idea che sopravvivere equivalga a vincere.

L’opera si presenta come un corpo unico, attraversato da voci, figure maschili-fantasmatiche, cadute, ospedali, ritorni parziali alla vita. Ma il suo vero movimento non è narrativo: è ontologico. Ciò che viene messo in questione non è “cosa accade”, bensì che cosa resta quando tutto è accaduto.

Il gesto centrale – il salto – non è mai romanticizzato. Non è un atto estetico, né un grido politico. È una soglia. E soprattutto è un errore irreversibile. Il libro ha il coraggio di dire ciò che raramente viene ammesso: non tutti i tentativi di sottrazione conducono alla morte; alcuni conducono a una vita mutilata, tecnicamente viva, simbolicamente punita.

> «Quando resti in vita devi pagare

Questa frase attraversa l’opera come una sentenza. Sopravvivere non è un premio, è una pena differita. Il corpo diventa il luogo in cui la colpa si deposita, si incarna, si rende visibile. Prima del salto il corpo era desiderio, offerta, eccesso; dopo è rottame, procedura, protocollo, materia clinica. La medicina non appare come salvezza, ma come amministrazione dell’irrevocabile.

Il libro non costruisce personaggi maschili nel senso tradizionale. H., D., Hubert Melville, Zadkiel sono funzioni psichiche, superfici di proiezione, maschere dell’autorità, del giudizio, del sadismo, della promessa celeste. L’amore, lungi dall’essere una via d’uscita, è il dispositivo che radicalizza la scissione. Ogni relazione è un campo di prova in cui il soggetto tenta di esistere attraverso l’annientamento.

> «Per distruggere H. avrei dovuto distruggere me

Non c’è compiacimento in questa ammissione. C’è lucidità. Il desiderio distruttivo viene esposto per ciò che è: una ripetizione sterile, un rituale che non produce trasformazione, ma soltanto ulteriore perdita. In questo senso il libro è profondamente anti-romantico. Non nobilita il masochismo, lo inchioda alla sua funzione reale: mantenere il soggetto dentro una scena che conosce, anche se lo uccide.

Il cuore nero dell’opera è il Capitolo 7 – Abbandono. Qui cade ogni residuo di tensione salvifica. Non c’è più la vertigine del gesto, né l’illusione dell’amore come riscatto, né l’estetica dell’ospedale come inferno simbolico. C’è la vita così com’è dopo che tutto è stato visto.

> «Mi fingo viva, ma è il mio spettro a parlare

Questa frase definisce lo statuto dell’intero libro. Non siamo davanti a una rinascita, ma a una sopravvivenza spettrale. Il soggetto è presente, parla, agisce, ma non coincide più con sé. L’identità sociale continua a funzionare, mentre l’esperienza interna si ritrae, si opacizza, si sottrae.

È qui che il testo compie uno dei suoi gesti più radicali: smaschera la violenza implicita della pietà e dell’inclusione. La disabilità non è descritta come semplice condizione fisica, ma come funzione sociale. Il corpo ferito diventa il luogo su cui gli altri scaricano paura, rancore, bisogno di sentirsi salvi.

> «La tua diversità è la fogna del mondo, servi a loro per sentirsi puliti.»

Non c’è rivendicazione identitaria in queste pagine, né retorica della resilienza. C’è un rifiuto netto di ogni narrazione edificante. La disabilità non viene trasformata in metafora, né in lezione. Resta ciò che è: una frattura che modifica per sempre il rapporto con lo spazio, con il tempo, con lo sguardo altrui.

Il padre occupa un posto decisivo, perché rappresenta la forma più ineludibile del ricatto morale:

> «Tu vivrai per me, per me sopporterai ogni dolore

Qui la vita non è scelta, ma obbligo. La sopravvivenza diventa debito. Il “vivere per amore” si rovescia nella sua verità più crudele: vivere per non far soffrire l’altro, anche quando questo significa annientare se stessi. Il libro ha il coraggio di mostrare quanto questo imperativo sia violento, anche quando si traveste da cura.

E tuttavia, nel punto di massimo sconforto, compare una parola che non è consolatoria, ma decisiva:

> «Sono una restituita

Non salvata. Non guarita. Restituita.

Essere restituiti significa essere riconsegnati a una vita che non ci ha chiesto il permesso, a un corpo che non torna come prima, a un desiderio che non coincide più con le immagini del passato. Non c’è epica in questa restituzione. C’è lavoro. Disciplina. Resistenza.

> «Devo essere sovrumana

Non per eroismo, ma per necessità. Perché l’alternativa non è la morte, bensì la stagnazione, il manicomio simbolico, la dissoluzione lenta. Il corpo diventa una casa da ricostruire senza nostalgia, senza promessa di bellezza.

Questo è un libro durissimo perché non protegge il lettore. Non offre appigli morali, non chiede empatia, non costruisce un percorso di identificazione facile. È necessario proprio per questo. In un tempo che trasforma ogni trauma in racconto di riscatto, questo testo sceglie la verità più scomoda: non tutto si risolve, non tutto si sublima, non tutto insegna.

La sua forza sta nel rifiuto della menzogna. Nella scelta di restare.

Restare nel corpo. Restare nella vita. Restare senza alibi.

È una letteratura che non consola, ma testimonia. E nel farlo, restituisce alla scrittura una funzione essenziale: dire ciò che molti vivono e pochi osano nominare.

#

Ilaria Palomba, Purgatorio, Alter Ego collana Specchi, 2025, pp205 Euro 17.10

Francesca Mezzadri

Click to listen highlighted text!