… è come Krasznahorkai che racconta Eravamo dei grandissimi, hai presente?
Il libro di Clemens Meyer. Però è come se l’ungherese riportasse le storie di Mayer mettendoci tanto del suo, rendendo tutto più cupo, con i periodi lunghi, molto letterari. In ogni caso quel senso di appartenenza, la fratellanza dei ragazzi – qui la chiamano la Confraternita – rimane intera. Vanno in giro nel bosco con le BMX, tipo Stranger Things. Il periodo è lo stesso, gli anni ottanta e poi i novanta. Le racconta un certo Dambro, queste storie, e poi c’è Frida e Fredy, che era un po’ il capo di questa Confraternita.
A questo punto della farneticazione mia moglie mi guarda come a un rimbambito, schiera a cui appartengo da anni e con fierezza.
Per deformazione professionale, sa che dialogare con chi parla da solo è inutile e allora mi lascia stare. Incompreso, afferro il cappotto e scendo per la strada dove non parlo con nessuno però penso ancora tanto a Spettri Diavoli Cristi Noi di Riccardo Ielmini.
Penso, certamente, a come è scritto, allo stile così letterario, pieno di periodi lunghi, alternati a quelli brevi, creando come un adagio. Penso a come Ielmini sia stato eccezionalmente bravo a dosare gli ingredienti del suo linguaggio così da risultare ricco ma non aulico. È forbito, ma non è pesante. Penso a quanto sia difficile farlo e come io, spesso, non ci riesco.
Ielmini compone un romanzo decostruito, fatto di episodi che si possono persino leggere da soli ma che sono legati da una serie di rimandi, di personaggi che tornano, che impariamo a conoscere lentamente. C’è un bosco che è il luogo della battaglia, dove la gente muore, a volte risorge, si perde o trova se stessa.
La Confraternita è un’unione apostolica dopo che il Maestro è scomparso. Così c’è chi resta per mantenere il ricordo, chi si allontana in cerca di risposte, chi si avvicina al demonio proprio quando pensava di allontanarsi da lui.
Ielmini tiene il lettore sospeso tra i mondi. Lo fa meglio di Alan Moore in Jerusalem.
Ci sono i diavoli e gli angeli, il bene e il male in lotta, ma è tutto molto terreno. Esiste, in queste pagine, una sensazione di metafisica imminente. Qualcosa che vedi e poi scompare e tu rimani con il dubbio.
Però non è questo che mi tormenta così tanto. Questi sono discorsi di mestiere, discorsi per quelli che vogliono scrivere. C’è, invece, in queste pagine, qualcosa che mi porta fuori di me, qualcosa che non ha a che fare con lo stile, la scrittura, il periodare, ma ha a che fare con la vita.
C’è qualcosa nel libro di questo dirigente scolastico che vive a Laveno-Mombello, un posto che non ho mai sentito in vita mia, che mi riguarda e mi agita.
Così continuo a camminare e questo è uno di quei momenti in cui mi pento di aver smesso di fumare perché forse mi concentrerei meglio se mi accendessi una sigaretta faccia a fiume, osservando l’acqua che scorre, il ponte dove si accampano i vagabondi e il fumo che si perde nell’aria.
C’è un momento, in questo libro, che arriva quasi subito, quando Fredy ritorna e nessuno sa dove sia stato per tutto il tempo. Torna nella vita di Dambro, resta a cena e poi a dormire. La moglie di Dambro guarda questo sconosciuto che appartiene al passato di suo marito come se presagisse una minaccia incombente. È un momento pieno di malinconia, segreti e silenzi.
Dambro invece è felice che Fredy sia tornato perché tutte le cose terribili che hanno visto e cercato di seppellire crescendo, pur senza riuscirci, sono inoffensive finché stanno insieme. E quando Fredy, prima di dormire, chiede all’amico di non spegnere la luce, si viene a creare una complicità intima, bestiale e istintiva grazie alla quale diventiamo subito, a pagina 29, tutti noi che leggiamo, parte della Confraternita.
Perché l’abbiamo avuta tutti, tra gli anni ottanta e novanta, una banda, una cricca e se non l’avevamo avremmo voluto averla. Perché esistono delle avventure che capitano solo ai ragazzi, delle sciagure anche, di quelle che non si devono dire a nessuno. Cose che solo i ragazzi vedono perché hanno gli occhi molto grandi, mentre si smette di vedere quando le rughe renderanno le pupille feritoie.
Cammino per Salerno, in questa città dove mi sono rifugiato lontano dal posto in cui sono cresciuto e allora penso ai ragazzi, a quelli che erano con me mentre impazzivo o m’innamoravo, quelli che ridevano fino a farsi deformare la faccia, in un modo che poi non è più tornato. Noi ci chiamavano Lo zoccolo duro perché, al netto delle comparse, c’era una parte di banda che rimaneva unita dall’inizio e che ricordava le cose allo stesso modo: i morti prematuri, la droga, i sogni, i pochi soldi, i viaggi, le grandi bevute, gli incidenti scampati, quelli avvenuti e ai quali siamo sopravvissuti. Una volta, dentro una casa che si diceva infestata, cominciarono a volare bicchieri. Da soli. Anche questa è una storia che posso condividere solo con chi c’era, con quelli della banda.
Chiedersi che fine abbiano fatto tutti, sembra un esercizio alla Spoon River perché sulla mia collina oltre il cinismo, tutti dormono ma torneranno. Fino ad allora, come capita a Dambro, anche io dovrò alzarmi il bavero da solo.
Pierangelo Consoli
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Riccardo Ielmini, Spettri Diavoli Cristi Noi, Neo edizioni 2025, Pp.174, Euro 16