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Riflessioni filosofiche sul «suicidio» in occasione della traduzione e pubblicazione del Tractatus logico-suicidalis di Hermann Burger

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Nulla in Occidente è più taciuto e rimosso della morte. La Tecnica, che in questa porzione di mondo attecchì e fece qualche promessa, non ne ha mantenuto nessuna. Ovunque è il terrore della Grande Mietitrice. Neppure il Cristianesimo e l’osannata Scienza hanno reso accettabile l’idea che la vita, prima o poi, possa finire. Cosicché, al solo nominare la morte, non si contano scongiuri e solenni gesti scaramantici.

Pare che soltanto Socrate e pochi altri (uno è Pascal, ci dice sua sorella), sapendo di morire, continuassero a parlare, a discutere, a impartire insegnamenti ai loro discepoli come nulla fosse. L’istinto di autoconservazione con cui spesso si cerca di spiegare la paura della morte è una boutade di nessun conto. Se questa viscerale propensione alla vita, questo irrefrenabile conatus facesse veramente quello che promette di fare, allora la paura della morte, dichiara Šestov in uno dei suoi acuminati aforismi, non attecchirebbe mai «[…] nei vecchi e negli ammalati, che dovrebbero accogliere la morte con indifferenza» (L. Šestov, Sradicamento, afor. 63). Invece…

Se poi la causa della morte è il suicidio, il problema diventa imponente e inespugnabile come una ziqqurat mesopotamica. Lo scandalo che il “levar la mano su di sé” produce è attestato con sgomento anche dalla filosofia. È conosciuto, ormai, l’incipit de Il mito di Sisifo di Camus ma lo trascrivo volentieri: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo». Come dire che le ciance intorno ai problemucci quotidiani, alla vile politica, alle meschine beghe familiari, non sono che chiacchiere da barbiere.

Inoltre, il vaniloquio intorno al suicidio produce una vasta quantità di aneddoti e questo, purtroppo, è il destino postumo a cui talvolta vanno incontro i grandi suicidi. Si trascura il loro magistrale esempio per andargli a ramazzare la vita privata, come di solito fa chi guarda il dito e non la luna. Magari, al cospetto della loro opera monumentale e gigantesca come la piramide di Cheope, si preferisce spiarli dal buco della serratura alla ricerca di un pretesto, di un tic, di una défaillance ai quali attribuire il movente del loro exitus letalis. Così, se qualcuno di questi ha scelto il colpo di pistola e non il Veronal, se la causa del tragico gesto è stata la fine di un amore oppure il male oscuro della depressione, tutto si riduce alla novelletta, al gusto ignobile e volgare per il dettaglio pruriginoso, per lo scoop giornalistico, per il becero voyerismo, insomma.

Nel suicidio il corpo è di troppo, è un impiccio. Soltanto sbarazzandosi del proprio corpo il suicidio si compie o, diciamo così, riesce. Quando si pensa al suicidio, l’idea è già presa, il primo passo è già fatto, il difficile, invece, consiste nel liberarsi del corpo. Mettiamola in quest’altro modo: tutti i suicidi sarebbero cosucce futili, bazzecole, se non ci fosse di mezzo il dannato corpo. Non si può morire senza ammazzare anche “questo” corpo. Dopotutto è “lui” che si deve far fuori, nient’altro. L’Io, la Coscienza, la Volontà hanno tutti già trovato un accordo e concorrono per lo stesso scopo. Ora, come si diceva, si tratta soltanto di liberarsi di “questo” corpo, poi il gioco è fatto. Ecco perché per la psicologia, che si propone di conservare la vita (e il corpo), il problema del suicidio rimane ancora impenetrabile. Che uno sia nauseato dall’idea di aprire gli occhi ogni mattina e non ne voglia più sapere delle fantomatiche gioie della vita, per questa mesta disciplina di servizio è assolutamente inaccettabile. Ma, come si è detto, qui si tratta della non semplice azione di sbarazzarsi del corpo e la psicologia non sa nemmeno da dove cominciare.

Nel 1974 Jean Améry, intellettuale austriaco di origini ebraiche deportato ad Auschwitz, tenta il suicidio, ma (il suo corpo!) viene salvato. I due anni successivi a quell’episodio li trascorre riflettendo sul suo gesto e su quello che lui stesso chiama «libera morte» (Freitod). Ne viene fuori un elogio del suicidio che da noi è stato pubblicato con il titolo Levar la mano su di sé. Discorso sulla libera morte (Bollati Boringhieri, 1990). Passano ancora due anni e ci riprova. Questa volta le grand saut, il grande salto verso la morte, riesce in una camera d’albergo a Salisburgo. Ma nel suo saggio Améry era stato chiaro e preciso: «C’è una mietitrice, si chiama morte. Chiunque può allora prendere la falce e vibrare un colpo». È tutta qui la libertà della morte che egli invoca. Giacché nessuna morte è naturale, egli afferma, si ha il diritto e la libertà di scegliersi la propria nel momento che più si ritiene opportuno: «Chi muore di propria mano è fondamentalmente diverso da chi si abbandona alla volontà degli altri: a quest’ultimo accade qualcosa, il primo agisce di propria iniziativa. È lui stesso a porre la scadenza, egli non può sperare di essere tratto in salvo dal fato. Dopo gli ultimi soliloqui […] arriva inesorabilmente l’istante, l’istante liberamente scelto, in cui egli muore di propria mano.»

Di certo darsi la morte non è un’azione che si compie con la leggerezza di chi sorseggia un caffè. Il suicida, ci fa sapere Améry, come chiunque altro ha paura, tentenna, arretra, ma poi ritorna sui suoi passi e un attimo prima del fatale gesto non è detto che non sia investito da un raro senso di felicità: «Di fronte al suicidio siamo sempre il maialino urlante che viene trascinato al macello. L’acqua gorgogliante in cui affoghiamo. Il gesto con la sinistra per tendere la gola, mentre la destra accosta il rasoio. Lo schianto della testa sull’asfalto. Lo stringersi della corda attorno al collo. La bruciatura e la detonazione del colpo alla tempia. Ciò tuttavia non significa che […] non possa sussistere un senso di felicità mai prima sperimentato». Ed è questa conclusiva convinzione che, dopotutto, ci consola.

Hermann Burger, scrittore svizzero dalla prosa colta e raffinata, pianificò a lungo il suo suicidio con metodo scientifico fino a metterlo in pratica nel 1988 con una dose letale di alcol e barbiturici. Gli esiti della sua testarda ricerca filosofica sono attestati nei 1046 totologismi (che egli chiama anche mortologismi o suicidalismi) raccolti nel Tractatus logico-suicidalis pubblicato postumo e del quale è da poco uscita un’ottima e attesa traduzione italiana a cura di Anna Ruchat per la piccola, coraggiosissima e indipendente – ah, quanto a sproposito usano questo aggettivo certi editori! – casa editrice pesarese Portatori d’acqua.

Come Ludwig Wittgenstein, verso il quale non nasconde il debito intellettuale e formale della sua opera, Burger segmenta il suo testo in una lunga serie numerata di sentenze totologiche (il termine deriva da tot, forma participiale dell’estinto verbo tedesco touwen, morire) ognuna delle quali è premessa logica della successiva. Tuttavia, contrariamente al filosofo austrico, egli inscena il tentativo di razionalizzare il suicidio fino a farlo apparire l’unico esito razionale di una coscienza glaciale e lucida che non tentenna mai e che chiama le cose con il loro nome.

La metodica lucidità con cui Burger affronta il tema del suicidio, dunque, sconvolgerebbe persino Camus, ma non uno Spinoza. Con minor rigore geometrico del filosofo di Amsterdam ma con la sua stessa precisione, Burger riprende alcuni temi già espressi da Améry e li piega alla sua mortuaria visione della vita. Il tono è spesso apodittico e orfano di perifrasi come quelle di un Vangelo senza resurrezione: «1. Una morte naturale non esiste». E da qui, da questa glaciale sentenza d’esordio, egli fa discendere e derivare tutta la serie di bordate suicidarie di cui la sua mente e la sua arte sono capaci. Lo dimostra, per esempio, la distinzione classificatoria che egli fornisce di coloro che, per ragioni e con esiti diversi, hanno avuto a che fare con il suicidio: «89. Distinguiamo tra il suicidatario che pianifica il proprio suicidio, che accarezza l’idea del suicidio, il suicidente, che tenta il suicidio ma non ci riesce, il suicidante, che porta a termine con successo il suicidio, e il suicidalista o suicidante totologico, che dà un fondamento scientifico alla sua azione». Ecco, adesso anche il nostro vocabolario suicidologico è più ricco. Altrove invece leggiamo che: «463. […] diventare suicidi è una professione. Questa professione richiede per un verso una competenza artigianale – bisogna sapersi mettere un cappio attorno al collo o saper recidere le vene ai polsi – per l’altro esige una predisposizione filosofica che confina con la rettitudine totologica». E perciò, al successivo totologismo, chiarisce cos’è la rettitudine totologica: «464. La rettitudine totologica consiste, tra le altre cose, nel non soggiacere all’inganno inseguendo la fiammella della vita». Non mi sembra che lo si possa contraddire.

Il riuscito tentativo di Burger, dunque, è quello di dare un ordine formale, oserei dire rigido e disciplinare, a ciò che Camus chiamava l’absurd. Il suicidio, ossia l’azione umana che più di ogni altra appare illogica, disordinata, assurda, è qui presentato con un rigore filosofico dal quale è difficile, se non impossibile, tirarsi fuori o controbbattere. Pure quando sembra che il suo ragionamento stia deragliando verso il delirio paranoico («17. Ogni suicida si trova nella condizione di Stalingrado»; «20. Il suicida arraffa la luce della legge, che poi si rivela tenebra assoluta»), una nuova sentenza riprende il tema e la sua prosa sinfonica ritorna all’inclemenza intellettuale al quale ci stava abituando. Fino al Tutti conclusivo che chiude l’opera con quattro roboanti colpi di timpani: 

1043. Il suicidio è un’azione tanto eccessiva da far impallidire.

1044. Muoio dunque sono. 

1045. Come volevasi dimostrare.

1046. Finis.

Con Burger, insomma, l’échec ultime o le grand saut di Améry trovano la sua definitiva sistemazione e dignità a metà strada tra l’opera letteraria e il trattato di filosofia. Anzi, in entrambe le espressioni del pensiero. Lungi dal presentarlo come compiaciuto atto della disperazione o di soddisfatta estetizzazione della morte, il suicidio diventa per Burger il gesto sovrano, paragonabile a certe pratiche stoiche o all’atto prometeico della ribellione, ma senza alcuna speranza residua. Con questo singolare scrittore svizzero il suicidio esce dalla tenebra e dalla paura della morte. Ad aspettarlo trova finalmente il suo trattato definitivo, con definizioni, scoli e corollari. La morte, con Burger, fa filosofia. E questo putrido Occidente già da tempo avviatosi al tramonto, dovrebbe ora trarre lui dall’oblio e rendergli ossequi, onori e gloria.

Vincenzo Liguori

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Hermann Burger, Trattato logico-suicidalis. Dell’uccidere sé stessi, trad. Anna Ruchat, Portatori d’acqua, Pesaro 2025, pp. 183, EAN: 9788898779192

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