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Romana Petri anteprima. Distanza di sicurezza

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L’ultimo romanzo della saga portoghese della scrittrice Romana Petri, in libreria per Neri Pozza dal prossimo 3 marzo, si intitola Distanza di sicurezza ed è la narrazione della fine del matrimonio tra Luciana Albertini e Vasco Dos Santos: alla fine di un amore, quando tutto finisce, quando non esistono più parole, qual è la giusta distanza di sicurezza, quella giusta misura grazie alla quale possiamo proteggere noi stessi e il nostro cuore sconfitto?

Per cercare risposte autentiche, l’autrice ha posto l’attenzione sulla qualità del rapporto di questa coppia che nei dieci anni di matrimonio non ha poggiato le proprie basi su paritetiche intenzioni, su reazioni emotive condivise: il nucleo da loro generato è infatti vissuto con obiettivi sentimentali molto differenti, con una difformità sostanziale nell’atto di donarsi all’altro in nome dell’amore e a favore della stessa unione. Tra loro vige un subdolo silenzio su argomenti basilari per la loro reciproca stabilità: molte stridenti situazioni vengono date per assodate senza chiedere spiegazioni al partner e pertanto, in solitudine, ciascuno ricerca personali risposte, ponendosi al contempo in una situazione di comfort relazionale che non dia troppi sussulti. La vita coniugale, che sembra quindi aver raggiunto un labile seppur consolidato equilibrio, viene improvvisamente troncata da Vasco con un laconico messaggio telefonico, mentre si trova a Lisbona in compagnia del gatto Ulisses, senza dare spiegazione alcuna, lasciando sua moglie sbigottita e incredula, mentre è sola a Roma con il suo cane Barabba.

Vasco, ex gallerista ora disoccupato, è un grumo di rabbia, invidia e rancore che ha fatto della propria sudditanza ai voleri della famiglia, in particolare a quelli del padre dal carattere prepotente e manipolatorio, il suo stile di vita. Un padre però molto ricco che di fatto mantiene ancora il figlio quarantenne creando su di lui, con plateale piacere e indescrivibile soddisfazione, terribili dinamiche umilianti e vessatorie.

La Albertini viene sempre citata solo con il proprio cognome, a sottolineare ancor più l’importanza del personaggio pubblico che rappresenta: è difatti una pittrice molto apprezzata anche a livello internazionale. La sua è una pittura in movimento perché le sue pennellate di colore conferiscono ai soggetti dei quadri una così distinguibile energia che essi sembrano voler uscire dalla tela per concretizzarsi in vita autonoma. Lei stessa, con la sua fisicità e gestualità, viene definita una vera e propria installazione vivente grazie all’attitudine di voler sempre raffigurare e mimare i propri pensieri: gesticola come un’attrice sul palco inscenando azioni e dialoghi al limite del surreale. In primis, nell’immaginifico e continuo dialogo con il proprio cane Barabba da cui non si separa mai e per nessuna ragione, e di cui imita ad alta voce dialoghi, movenze, stati d’animo.

Di differente temperamento, i due protagonisti sono certamente agli antipodi anche caratterialmente.

Vasco ci viene descritto con l’animo sconfortato e scoraggiato di chi non sa neppure scegliere la propria identità sessuale. E’ consapevole della propria debolezza ma sa che non vuole porvi rimedio: sceglie di vivere come mantenuto pur di non recidere le pesanti dinamiche familiari, benché abbia la certezza che, perseverando, non potrà mai avere spunti di felicità nella propria esistenza. Pienamente soggiogato, mai recalcitrante, il suo futuro è nelle mani del padre e lui non si addosserà mai alcuna responsabilità per la propria inettitudine. Al contrario, attribuisce la colpa del suo presente alla ex moglie e talvolta arriva a cercare conforto nel dialogo con la madre morta ormai da tanti anni: la visualizza accanto a sé approcciando con lei lunghe e inconcludenti elucubrazioni.

All’opposto, e pur nella sofferenza per la relazione appena conclusa, la Albertini è un vulcano di idee e trasferisce nell’arte i suoi principi e valori di vita, tanto che le sono sufficienti uno sguardo o un rumore per far sì che da lei sgorghino spontaneamente idee e progetti nuovi per la sua fantasiosa pittura. La sua inventiva e il suo spirito di avventura creano forme, personaggi e ambientazioni fantastiche e i suoi eroi ed eroine riescono a gridare al mondo intero la loro bellezza interiore, opponendosi a una realtà morente per mancanza di ideali e solidi valori morali. E quando dipinge, lei si commuove sino alle lacrime per le intense emozioni che trasferisce sulla tela.

Immersa in questo fervore creativo, la Albertini ammira profondamente lo zio Humberto, schizofrenico. È proprio inserendo questo personaggio che la scrittrice riesce a inglobare ed estremizzare sulla pagina il concetto di pazzia, ossia la difficoltà esasperata dell’essere umano nell’accettare la propria svilente quotidianità a cui si può opporre solo rintanandosi in differenti realtà, parallele e magnifiche, da vivere finalmente in prima persona con successo. Dal canto suo, la Albertini quando avverte che potrebbe sopraggiungere un attacco di panico – per esempio mentre è al volante e sta affrontando un lungo viaggio – con la mente crea tragitti irreali e trasforma se stessa e il cane Barabba in protagonisti di clamorose peripezie, palcoscenici alternativi in cui muoversi a proprio agio e più liberamente attraverso un intenso e concitato dialogo tra paesaggi, esseri umani e animali.

La Petri intercala quindi il doloroso dramma della separazione con questi elementi di fantasia così vividi e dettagliati da divenire un racconto a sé stante all’interno del romanzo: come piccoli scrigni che si aprono all’improvviso e mostrano al lettore un mondo inconsueto, eroico e inimmaginabile, in cui il pensiero si sbizzarrisce e scombussola anche la linearità temporale della narrazione, grazie ai più svariati e ampi territori raccontati che fanno allargare oltremodo lo sguardo (e il respiro). Questi scrigni segreti sono un’àncora di salvataggio che all’occorrenza permette alla protagonista di non affogare nelle sue ansie e paure, ma sono anche un rifugio protetto dove celebrare un’immensa felicità, divenendo ancor più la manifestazione imprescindibile della sua sfaccettata personalità.

Forse gocce di follia, qui utilizzate con sapiente ironia e una tale vivacità (e caparbietà!) da ribaltare energicamente lo strazio dell’abbandono subito dalla Albertini, dalla sua famiglia di origine prima e da Vasco ora. A tutti gli effetti, il disadattamento interiore, protratto sino a divenire malattia mentale, è un argomento dolente che in forme diverse sottende e vibra nei vari personaggi: tutte le famiglie raccontate hanno infatti profonde fratture al loro interno, squarci di intenso dolore su uno sfondo di cielo che può variare dall’azzurro al tempestoso. Anche i pensieri ridondanti dei due protagonisti evidenziano ancor più il loro dramma personale e la loro ossessività su alcune tematiche.

Si fermò al secondo piano con il fiato che gli mancava. Che stesse diventando schizofrenico come il povero zio Humberto? Era una malattia ereditabile, lo sapeva. Nella famiglia sarebbe toccata a lui? Si stava facendo strane, cupe idee nella mente. Lo sentiva, stavano prendendo il sopravvento. Forse era giusto così, forse in questo modo poteva togliersi di dosso un po’ di responsabilità. Non era molto lusinghiera l’idea di essere stato manovrato, ma almeno aveva meno colpe”

Con l’utilizzo della satira, che enfatizza ed esaspera la realtà circostante, e del surrealismo, che esplora e analizza la psiche di Vasco e della Albertini, si caratterizza la peculiare impronta della scrittura di Romana Petri che innegabilmente cattura l’attenzione e la curiosità del lettore, trascinato in mondi fantastici e del tutto inaspettati a cui partecipa con occhi sgranati, abbandonando ogni difesa. Sorridendo e riflettendo.

Chiara Gilardi

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Guardò il calendario. 3 maggio. Tra pochi giorni sarebbero stati esattamente dodici mesi che aveva abbandonato la Albertini. Preferiva questo verbo crudele al ben più comune lasciare. Certo, perché non era mai stata sua intenzione lasciarla, lui l’aveva proprio voluta abbandonare. Quanto ci aveva lavorato sopra, almeno un anno intero. Era stata quasi un’esercitazione atletica affinata da una tattica militare. Si era preparato a soffrire di meno. Certo, perché separarsi da quella donna non era stata una cosa facile. Non c’era giorno che non la pensasse con rabbia, odio e rimpianto. Si era morso la lingua tante di quelle volte per non darle mai altra spiegazione che non fossero le solite due laconiche frasi: «Non sto più bene nella relazione» e «Non sono felice». Quel che stonava alle orecchie della Albertini era la parola “relazione”. Loro due erano sposati. Ma Vasco non aveva mai voluto usare la parola “matrimonio”, aveva sempre avuto la sensazione che “relazione” avrebbe dato un’idea più precaria alla loro coppia. Una relazione non presupponeva nemmeno le due case, una a Roma e l’altra a Lisbona, né la convivenza. E soprattutto non prevedeva il patto. Quel giuramento che lui, da un giorno all’altro, aveva deciso di non rispettare per riemergere almeno così dal fallimento della sua vita.

Quando si ha l’impressione di non contare più nulla, qualsiasi forma di protagonismo va bene. Soffriva così tanto per la fine che stava facendo, una rabbia feroce lo corrodeva da dentro, un acido gli friggeva le budella e tutti i vasi sanguigni che si snodavano nel suo corpo per centomila chilometri. Due volte e mezzo il giro della Terra. Ne facevano di strada, le vene. E se tanti chilometri se ne stavano tutti infilati in un solo individuo, allora dovevano essere proprio labirintici, intricati. E se c’era un pensiero a condurli, non poteva far altro che impazzire e continuare a vivere in quella fuga fino all’ultimo, benefico battito del cuore.

In quei giorni, Vasco la vedeva così. La salvezza sarebbe stata il non risveglio, quello che ogni mattina, quando apriva gli occhi, sentiva come la più grande ingiustizia che gli fosse toccata. Dover ogni giorno fare i conti con la solita frase che gli si formava dietro i denti e alla fine chiedeva sempre di uscire: Non ce l’ho fatta. E il problema più grande era che la Albertini lo sapeva.

Suo padre tergiversava. La galleria? Certo, prima o poi gliel’avrebbe fatta aprire. Magari non subito in centro, si poteva provare con qualcosa di meno impegnativo, vedere se andava bene. Non valeva la pena ingrandirsi. Del resto, quand’è che ci si ingrandisce? Quando si comincia dal piccolo. È da quel momento che, se le cose vanno bene, si può iniziare a crescere. E Vasco ogni giorno sbatteva contro quelle promesse infrante. Si sentiva preso in giro. Avrebbe voluto poterne parlare con la Albertini. Ma come faceva? Ormai l’aveva abbandonata. Beh, mica si era pentito, aveva fatto bene. Se l’aveva fatto voleva dire che era giusto così. Eppure, la sua voce, in certi momenti di sconforto… Che ne poteva sapere, magari non sarebbe mai più stata disposta ad ascoltarlo. Lui lo negava, ma ricordava bene in che modo le aveva dato il benservito.

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