“Era la musica più straordinaria che si fosse mai udita nel centro di produzione. I tecnici del suono erano paralizzati, gli occhi fissi sulle dita rapidissime, sui movimenti nervosi del braccio con l’archetto inesistente, sul nulla assoluto che avvolgeva Igor Brodskij e che permetteva il dilatarsi della sua musica.”
È in libreria Il violinista Igor Brodskij di Romano Augusto Fiocchi (QED 2025, pp. 144, € 14).
Romanzo o incanto? Romanzo e incanto, perché Fiocchi ha scritto un libro che non è solo una storia: è un’ossessione sonora che ti si pianta dentro come una scheggia che non vuoi toglierti. Igor Brodskij, protagonista surreale, non è un violinista qualunque: è il più grande del ventunesimo secolo, ma il suo strumento è un fantasma, un violino invisibile che suona note così dense da poterci camminare sopra.
Un eroe che suona la musica del nulla che si ribella e squarcia il mondo con un arco che pizzica corde invisibili: “Da un lato le spalle intabarrate di un vecchio poeta, immobile su un piedistallo, dall’altro un condottiero a cavallo che dominava il fondo della via, tutta pedonale. Lui, allora, accarezzava la custodia con mani da prestigiatore. L’apriva, estraeva un violino inesistente e iniziava ad accordarlo. Girava i bischeri fatti d’aria, pizzicava corde invisibili, muoveva l’archetto nel nulla.”
Fiocchi non ti regala solo un’indagine alla Sherlock, ma ti fa sentire l’odore di Siberia, vodka, vermut e strade gelide di Milano. Il detective Tommaso Paturnia, con il naso più sensibile di un segugio affamato, ti trascina dentro una città che si spoglia di ogni apparenza per sputarti addosso fantasmi, sogni infranti e verità impolverate nelle stanze d’albergo.
Il racconto si infila tra personaggi spettrali e vivi: don Agostino, il parroco scettico e cagionevole; Max Bignami, il discografico ossessionato dal mito; il professor Perdiglione, psicoanalista che ha fatto della distruttività umana la sua bibbia; e la donna dell’Hotel Napoli, custode di un amore fragile e di una musica che è voce di Dio.
Ma soprattutto è un libro sull’amore, sulla perdita, sulla ricerca disperata di una musica che faccia tremare l’anima. Un noir metafisico, un’indagine spirituale, un viaggio nella fragilità umana attraversato dal filo sottile e invisibile di un archetto. Un’ode alla perfezione dell’attimo, al fascino del mistero dell’incompiuto e alla nostalgia del nulla.
Leggere Il violinista Igor Brodskij significa farsi travolgere da un’onda sonora che ti lascia solo un’eco di verità scomode. È un libro che ti costringe a chiederti: esiste davvero la musica se non la senti? E se scomparisse, cosa resterebbe di noi?
Un romanzo che lascia un segno indelebile, come una corda di violino che vibra troppo a lungo e troppo forte. Da tenere stretto, come una nota indimenticabile e perfetta.
Carlo Tortarolo
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VI
L’Hotel Napoli
C’è chi sosteneva che la musica di Igor Brodskij si ispirasse alle foreste di betulle. Ma la maggior parte si innamorava della sua musica perché era la sua musica e basta. Tommaso
Paturnia avrebbe voluto ascoltarla almeno una volta. Oh, non che servisse per le sue indagini. Era una curiosità. Era l’ansia di sapere se quella musica, dal vivo, avesse un odore particolare, diverso dalle altre.
Si era svegliato così, la mattina dopo, con il desiderio della musica di Igor Brodskij nella testa. Aveva dormito sulla vecchia poltrona in pelle dell’agenzia investigativa. Sentì l’odore delle centinaia di storie che la superficie consunta conservava. Eppure gli mancavano i pezzi della storia più urgente. Per l’ennesima volta sarebbe tornato in via Dante.
Strada facendo rielaborò gli elementi in suo possesso: Igor Brodskij ingaggiato da Max Bignami, la vodka, la registrazione dei brani, la sua sparizione improvvisa, ma prima c’era stato il giro in chiesa, con don Agostino, il cardinale, le vecchie, poi il professor Perdiglione, poi le tracce della registrazione scomparse, forse soltanto nascoste, come sosteneva Mario Porcu.
In fondo a corso Garibaldi, girato l’angolo con via Tivoli, vide uscire una figura femminile dall’Hotel Napoli. Più che vedere, la sentì uscire. La donna aveva addosso l’odore inconfondibile della musica di Igor Brodskij. Il Segugio gettò la sigaretta appena accesa e incominciò a pedinarla. Era una donna giovane, sul-la trentina, vestita in modo essenziale: un giubbotto di lana grezza un po’ sfruttato, di fantasia sobria, una sciarpa turchese e un paio di pantaloni grigi che le segnavano le forme. I capelli scuri erano raccolti in un berretto di lana con il profilino turchese, da cui alcuni ciuffi uscivano a contornarle il viso.
Il Segugio la seguiva a pochi passi di distanza. Fiutava il movimento ritmato dei glutei, stretti nei pantaloni grigi. La donna si infilò in un caffè di via Mercato, fece colazione. Il Segugio l’osservava dalla strada.
I movimenti circolari del cucchiaino nella tazzina.
Il cornetto che si sbriciolava.
La sua bocca che masticava piano piano.
Le sue dita sul tovagliolo di carta.
Il tovagliolo sulle sue labbra.
Le sue labbra.
Fu allora che il Segugio entrò, si tolse gli occhiali scuri mostrando i suoi occhi acquosi e disse: «Sto cercando un violinista».
La donna aveva gli occhi di un blu intenso segnati da piccole borse, un naso minuto e leggermente aquilino, la pelle delle guance butterata da un’acne giovanile. Come se nulla fosse, pagò la colazione e uscì. Il Segugio rinforcò gli occhiali e le fu subito dietro.
Con passo affrettato dalla domanda indisponente di Tommaso Paturnia o soltanto dall’aria gelida del mattino, la donna tornò verso l’Hotel Napoli. Il Segugio seguiva la sua scia. Lei non si voltava ma era come se lo sentisse. Perché la sua scia sapeva di musica, della musica di Igor Brodskij. Raggiunto il numero quattro di via Tivoli, infilò l’angusto androne e sparì. Il Segugio la seguì. Più che un androne era un budello che penetrava nel palazzo per una decina di metri. Il fondo era chiuso da una parete con alcune cassette della posta. A destra, la porta dell’albergo. Il Segugio l’aprì. Il banco dell’hotel era deserto. Doveva approfittarne. Si tolse gli occhiali scuri, notò la rastrelliera delle chiavi con la casella numero ventuno vuota e salì deciso al secondo piano. Arrivò ansimando. Colpa di quei due pacchetti al giorno che si faceva. La porta della stanza era socchiusa, come se la donna volesse farvi una veloce incursione per recuperare un accessorio dimenticato oppure l’avesse lasciata aperta per lui. Il Segugio entrò.
Era una vecchia stanza d’albergo, la mobilia antiquata e consumata dall’uso, le pareti rivestite di una tappezzeria a fiori in parte scollata e con macchie primordiali di umidità. Il Segugio sentì fortissimo l’odore della musica di Igor Brodskij. Si voltò verso la finestra. La donna era lì, in piedi. Si era tolta il giubbotto e il berretto di lana. I capelli scuri e mossi le arrivavano sino al collo.
Il Segugio guardò i suoi occhi blu. L’ansia provocata dalla sua presenza aveva accentuato i piccoli rigonfiamenti delle occhiaie.
«Lui è stato qui», disse il Segugio. «È stato con lei».
La donna annuì e puntualizzò: «Ha suonato per me».
Aveva una voce ferma, raddolcita nel ricordo di Igor Brodskij ma roca dal vizio del fumo. Forse anche del bere. Il Segugio le offrì una sigaretta, se ne ficcò un’altra tra le labbra e accese entrambe con un gesto elegante. La donna aspirò, si sedette sul bordo del letto e incominciò a raccontare.