Ridevamo. La vita era semplice e il futuro una scatola magica dalla quale avremmo tirato fuori cose meravigliose.
Ecco a voi la citazione simbolo de “I Mitici” l’ultima fatica di Rosalia Messina.
Edito da Chipiuneart Edizioni, si propone come un racconto sulla giovinezza, l’amicizia e il dolore della crescita, ma il risultato è un libro stanco, prevedibile e spesso fastidiosamente autocompiaciuto. In breve, una storia familiare con il passo del thriller che si perde in un tono monocorde e didascalico: i misteri “dell’anima” si trasformano in banalità che il lettore vede arrivare a chilometri di distanza.
L’adolescenza era mitica -mitica come un vecchio gelato sciolto sul marciapiede- e la grande rivelazione scientifica: “il passato è una terra straniera”.
Sono Marco e Giulia che si alternano come due professori di filosofia in vacanza, dispensando frasi profonde e ricordi di gioventù.
Un lampo di nostalgia adolescenziale zuccherosa, un futuro perfetto come una scatola di caramelle “Rossana”. Il libro promette meraviglie, ma fin dalle prime pagine resta sul piano della frase fatta. La scrittura è fluida, scorrevole, e questo va sottolineato: si legge in un battibaleno, una qualità non da poco in un romanzo pensato per un pubblico che vuole essere intrattenuto senza grandi riflessioni.
“Tornare alla solita vita dopo la morte di Stefano “è stato faticoso”. Forse, ma da quando si deduce, il lutto diventa un esercizio stilistico più che un’esperienza umana reale. Stefano, tormentato e fragile, muore e lascia gli altri personaggi in un limbo di frasi fatte e riflessioni preconfezionate. Il suo ruolo narrativo è quello del catalizzatore: serve a far commuovere e far dire frasi come “Rimpiangere le cose belle e perdute non serve a niente”.
La tragedia, quindi, è sempre decorativa più che vissuta.
Giulia, con il suo “Ti faccio così pena?” e il cinismo da “bella dormiente dietro la foresta di rovi”, è l’emblema di un personaggio duro in superficie ma vulnerabile dentro, tutto gestito con una prevedibilità assoluta. Le scene sessuali adolescenziali di Marco? Divine per far capire che i ricordi dell’adolescenza sono imbarazzanti… ma anche in questo caso, il senso di urgenza emotiva è pari a zero. Marco si masturba pensando a immagini di liceo… e noi ci annoiamo pensando a quante volte il libro ci ricorderà che il passato era “mitico”.
Spoiler: lo farà infinite volte.
E ancora, Marco cincischia, tronca frasi a metà e alla fine trova qualcosa di vero da dire: “Be’, siamo due sopravvissuti. Due dei Mitici, cioè.”
Traduzione: il climax emotivo è un tweet.
La coscienza della fine di un’epoca.
Il romanzo insiste sulla nostalgia quasi fosse un esercizio ginnico, sulle epoche passate, sui rimpianti controllati. Tutto molto boomer. Non nel senso anagrafico, ma come atteggiamento: quel gusto per la frase emozionale calibrata, per il ricordo malinconico, per il dolore “sicuro”, senza mai rischiare nulla di realmente sporco o disturbante. “Boomer is an attitude”. Non importa quanti anni abbia un autore: un narratore di 80 anni può ancora emozionare, se ha qualcosa da dire.
Ogni frase sospesa, esempio “Sono felice?”, resta tale perché l’autrice sa bene che pensare davvero al passato che non ritorna potrebbe disturbare il lettore. Il passato è mitico, i ricordi sono caramelle, e la Sicilia fa da sfondo pittoresco senza mai interagire veramente con i drammi. Tutto è elegante, levigato, già visto.
Detto questo, il libro si legge in un batter d’occhio, qualità non da sottovalutare: scorrevole, senza inciampi. Dal punto di vista del marketing, un’operazione perfetta: un romanzo boomer-friendly che sa come parlare a chi cerca emozioni sicure e frasi pronte da citare.
La domanda che resta inevitabile, però, è: cosa aggiunge alla letteratura? La risposta è semplice: nulla. La scrittura funziona, ma l’impatto culturale è inesistente. Nessuna sorpresa, nessuna tensione reale, nessuna vera emozione. Solo un elegante simulacro di nostalgia, fatto per essere letto velocemente, condiviso con un filtro vintage e dimenticato subito dopo.
I Mitici è un romanzo scorrevole e rapido, ben scritto, perfetto come prodotto editoriale e come esercizio di stile, ma letterariamente è un instant book. Leggibile, piacevole, senza anima.
Concludendo “I Mitici” ha ambizioni di romanzo maturo e malinconico, ma inciampa nella sua stessa volontà di profondità. L’ironia e il cinismo di cui l’autrice si vanta sono superficiali, e il tentativo di trasformare la dissoluzione dell’amicizia in riflessione esistenziale suona forzato. Il mito, se c’è, è solo quello di un’autrice che crede di scrivere bene, ma che finisce per consegnare ai lettori una storia piatta, e, tutto sommato, dimenticabile.
Francesca Mezzadri