Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Rosso Lino. Omaggio a Giovanni Verga

Home / Rubriche / Malacodafiction: Il lato diabolico della letteratura / Rosso Lino. Omaggio a Giovanni Verga

La colazione

Lino era un ragazzo coi capelli rossi, rossi come il tramonto che scende sui campi d’agosto. In paese lo chiamavano Rosso Lino, perché a quei tempi bastava il colore dei capelli per far dire che uno portava sfortuna o non era come gli altri.

La madre scrollava le spalle:

Non badarci, — gli diceva. — Il fuoco serve a scaldare, non a bruciare.

La domenica mattina, quando il sole entrava dalle imposte, Lino stava già seduto al tavolo di legno, coi piedi nudi che non toccavano terra.

Davanti a sé aveva il pane caldo, una tazza di latte e un uovo sodo, e mangiava piano, come chi ha imparato a non sprecare le cose buone.

Fuori, la campagna odorava di terra bagnata, e le rondini tagliavano l’aria in silenzio.

Quando Lino sorrideva, con quella faccia viva e un po’ stramba, la madre lo guardava e pensava che un giorno il mondo avrebbe capito che i diversi, a volte, sono solo quelli che vedono più lontano.

 Il mulino

Quel giorno il cielo era basso e il vento veniva dal mare.

Lino doveva portare il secchio di latte al mugnaio, giù al torrente.

Camminava scalzo, e ogni tanto affondava i piedi nella polvere, che sapeva di sole.

Per la strada trovò Tanu, il figlio del fattore, che cercava di tirare fuori una capra caduta nel fosso.

Aspetta, — disse Lino, e senza pensarci si calò giù e prese la bestia per le zampe.

Quando la tirarono su, Tanu restò a guardarlo, stupito.

Mio padre dice che sei strano.

Meglio strano che cattivo, — rispose Lino.

Al mulino, il vecchio Masi lo accolse con un sorriso sdentato.

Sei il ragazzo coi capelli di rame, eh? — gli disse. — Tienili stretti: chi ha il fuoco addosso non ha bisogno di lucerna.

Lino non rispose, ma quando tornò a casa, col pane che il mugnaio gli aveva dato, si sentiva più leggero.

La madre lo guardò in silenzio, e pensò che forse Dio, a modo suo, proteggeva anche quelli che il mondo teneva ai margini.

Il seme

Passarono gli anni, e Lino crebbe come crescono i fichi tra i muri secchi: storto ma vivo.

Il padre era morto in cava, schiacciato da una pietra, e lui aveva preso la vanga senza dire niente.

La terra non aspetta, — diceva.

Una sera, mentre zappava, trovò un seme scuro, strano. Non era di grano né di carrubo.

Lo rigirò tra le dita, poi lo piantò, così, per vedere.

Se nasce, bene, — mormorò. — Se no, tornerà alla terra.

Il seme nacque.

Un filo verde, debole, ma ostinato. Ogni giorno, Lino gli dava un sorso d’acqua e un’occhiata di speranza.

La madre lo osservava dalla soglia, e in cuor suo sapeva che quel figlio, bollato come “rosso”, stava insegnando al mondo la pazienza del bene.

Un giorno, quando il germoglio fece il primo fiore, il paese si riempì di curiosità.

Guarda un po’, — dicevano. — È nato da un seme che non valeva nulla!

E Lino, col sorriso di chi non ha bisogno di spiegare, rispose soltanto:

Anche i sassi fanno fiori, se ci batte il sole giusto.

Quella sera, col tramonto che gli incendiava i capelli, la madre lo chiamò piano:

Lino.

Lui si voltò, e negli occhi aveva quella luce che non si spegne, nemmeno sotto la terra.

#

Note dell’autore

Quando ero bambina, lessi Rosso Malpelo di Giovanni Verga, e piansi.

Mi pareva ingiusto che un ragazzo potesse essere condannato solo per il colore dei capelli, per un destino deciso dagli altri prima ancora che lui potesse difendersi.

Nel mondo di Verga, Malpelo non trova riscatto: vive e muore nella cava, schiacciato dal peso della miseria e del pregiudizio.

Eppure, in lui arde qualcosa — la dignità silenziosa degli umili, la luce dei diversi che non si piegano.

Da adulta ho sentito il bisogno di riscrivere quella storia, di immaginare “un’altra vita per Malpelo”.

L’ho chiamato Rosso Lino, e l’ho riportato nella sua terra, la Sicilia.

Non è più il ragazzo cattivo o maledetto, ma un bambino bizzarro, un po’ solitario, con un cuore grande e la forza di chi non si lascia spegnere.

Questo racconto vuole essere un piccolo risarcimento, un atto d’amore verso tutti coloro che — come lui — sono stati guardati di traverso, esclusi o derisi per ciò che erano.

In un mondo ostile, Lino riesce a far fiorire un seme che nessuno avrebbe piantato: il simbolo di una diversità che diventa speranza, di un bene che non trionfa con rumore, ma con la tenacia della luce.

Francesca Mezzadri 

Click to listen highlighted text!