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Roy Fuller anteprima. L’uomo senza un giorno

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In L’uomo senza un giorno (Guanda 2026, pp. 192, € 18, traduzione di Bruno Tasso) Roy Fuller apre una stanza chiusa dall’interno: dentro c’è Harry Sinton, fermo, in ascolto di un silenzio che pesa più di qualsiasi rumore. È convinto di aver ucciso un uomo. Non sa quando. Non sa come. Sa soltanto che l’idea della colpa lo precede, lo definisce, lo divora. La memoria, invece, si è ritirata come una marea notturna, lasciando scoperti relitti di gesti, ombre di frasi, vuoti impossibili da colmare.

La scrittura di Fuller avanza così: non per eventi, ma per risonanze. È una prosa che respira piano, sorvegliata, apparentemente limpida, e proprio per questo inquietante. Ogni frase sembra trattenere qualcosa, come se il senso ultimo fosse sempre un passo indietro rispetto alle parole. Il romanzo non corre: scava. E nello scavo, il tempo perde consistenza, si ripiega su sé stesso, diventa un presente immobile in cui il protagonista è al tempo stesso accusato e investigatore.

Londra non è mai descritta: affiora. I circoli letterari, le case, i volti degli scrittori e degli editori emergono come figure viste attraverso un vetro appannato. Nessuno è davvero innocente, nessuno davvero colpevole. Fuller osserva questo mondo con uno sguardo disincantato, quasi crudele nella sua precisione, rifiutando qualsiasi romanticismo: la cultura non salva, semmai espone. E Harry Sinton, immerso in questo ambiente, appare sempre più isolato, come se la sua vera prigione fosse interiore.

La tensione non nasce dall’attesa della rivelazione, ma dalla paura che non vi sia alcuna rivelazione possibile. La verità, qui, non è una luce che squarcia il buio: è una forma che muta, che si sottrae.

Come già in Dietro le quinte, la lingua è tesa, essenziale, mai decorativa. Una lingua che osserva, che registra, che non consola. L’uomo senza un giorno non chiede di essere risolto: chiede di essere abitato. È un romanzo sul vuoto, sulla memoria che tradisce, sull’uomo che si scopre estraneo a sé stesso. E quando la storia si avvicina alla sua fine, ciò che resta non è una certezza, ma un’eco.
Perché alcune colpe non chiedono di essere ricordate.
Chiedono soltanto di essere sopportate.

Nancy Citro

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Mentre mi raddrizzavo, Rimmer stava dicendo: «Si trattava, con ogni probabilità, del suo letto. Conoscete Fay, naturalmente. Sembra che tutti conoscano Fay».

Sì, la conoscevo; era vero: tutti la conoscevano. Ma ricordavo l’epoca quando per me era soltanto un viso alle feste, un viso al quale gli occhi tornavano di continuo come alla propria immagine riflessa in uno specchio vicino. I suoi lineamenti si facevano notare solo per la loro regolarità, i suoi capelli e i suoi occhi solo per il loro colore scurissimo. Quando si era lontani da lei, non si riusciva a ricordare che aspetto avesse; con lei non ci si stancava mai di guardare l’angolo che il suo naso faceva con la fronte, la distanza fra mento e gola che sulle prime sembrava eccessiva, la perfetta attaccatura dei capelli. Ricordavo anche di aver immaginato che doveva avere un carattere in tutto e per tutto in armonia con il viso.

Più tardi, ero stato in grado di inquadrarla con maggiore precisione. Prima arrivava sempre con il direttore di un giornale, poi con un pittore. Teneva il bicchiere con tutt’e due le mani, i mignoli sollevati, e per bere inclinava non tanto il bicchiere quanto la testa. Avevo incominciato a riconoscere qualcuno degli abiti che portava e una pesante collana d’argento che qualche volta recava intorno alla gola. Una volta mi ero trovato nel gruppo che si stringeva intorno a lei. Qualcuno stava parlando di una pessima esecuzione del Boris Godunov. Fay aveva detto: «Oh, è ben raro che Rimsky sia dato bene». Avevo avuto un sussulto, come se avessi visto una ci- ste sulla sua guancia, ed ero persino arrossito un poco per lei. Una persona poco cortese, forse era stato Max Callis, aveva osservato: «Non è stato Rimsky a scrivere il Boris». Fay ave- va sorriso e aveva replicato ambiguamente: «Disgraziato!» senza battere ciglio. Che maledetta sciocca! avevo pensato, allontanandomi.

Poi, quando ero già stato richiamato in marina, c’era stata a casa di Laurence una festa durante la quale avevo bevuto esageratamente. Verso la fine della riunione, mi ero trovato accanto a Fay, in quel momento miracolosamente sola. «Non sapete chi sono» avevo continuato a ripetere, con l’idiozia caratteristica degli ubriachi. Alla fine lei aveva risposto:

«Certo che lo so. Siete il fratello minore di Laurie Sinton».

«Non è vero» avevo replicato. «Sono il grande capitano di tutti i capitani.» Avevo riso molto a questa battuta di dubbio spirito, poi ero ripiombato in un cupo stato d’animo di auto- commiserazione. «Laurie è riuscito a cavarsela benissimo, non vi pare?» avevo detto. «Laurie è troppo vecchio per l’esercito, mio caro» aveva risposto Fay. «Ha soltanto cinque anni più di me.» Fay lo aveva fissato mentre egli, all’altra estremità della stanza, era intento a riempire un bicchiere di gin. «Bene» aveva osservato, «sta prendendo un aspetto piuttosto matronale.»

Eravamo seduti vicini su un divano. «È un brutto mondo, il nostro» avevo detto. «Schifoso» aveva convenuto. Mi ero accorto improvvisamente che mi prestava davvero attenzione, e i miei occhi si erano riempiti stupidamente di lacrime. Le avevo preso una mano, e lei aveva risposto alla mia stretta. «Usciamo di qui e andiamo a buttare giù qualche sudicio boccone» avevo proposto. «Andiamo, marinaio» aveva accettato lei.

Poi ricordavo, o credevo di ricordare, una tappa a un ristorante, gli edifici di Londra di un bianco violetto alla luce della luna, il ronzio di un unico apparecchio alto nel cielo, ricordavo di averla baciata, ma non sapevo altro di quella sera: né che cosa aveva detto, né che cosa io avevo provato. Senza dubbio dovevo essermi addormentato da qualche parte, e lei mi aveva abbandonato. Ricordavo solo di essermi svegliato il mattino seguente nella mia camera da letto, con un feroce mal di testa e con la precisa sensazione di aver perduto qual- cosa. Avevo passato quel giorno, l’ultimo della mia licenza, come un ragazzino, recandomi in tutti i posti dove potevo spe- rare di incontrarla, senza riuscire a trovare il coraggio di chiedere a Laurence, o a qualcun altro, dove abitava.

Dopo la guerra, i nostri rapporti erano tornati a essere quelli di sempre: qualche incontro occasionale, nel corso del quale ci scambiavamo poche osservazioni anodine.

Poi, nel giugno dell’anno precedente, durante una vacanza in Svizzera, l’avevo incontrata alla Brahms Quay di Thun.

C’erano con lei il pittore e uno scialbo amico del pittore che lavorava al British Council. Mi aveva salutato con un calore tale da stupirmi, e a cena, quella sera, nel loro albergo, in una piazzetta della città alta, mi ero lasciato persuadere da lei ad accompagnarli in montagna. I due uomini, senza dimostrarsi entusiasti, non avevano avanzato obiezioni.

La settimana seguente era stata qualcosa di straordinario e di terribilmente angoscioso allo stesso tempo. Durante il giorno il pittore dipingeva, producendo in serie i suoi brutti quadri commerciali di contadini contro uno sfondo di rocce contorte. L’amico faceva il pendolo fra il pittore, Fay e me. Ma la presenza o l’assenza dell’amico non influiva minimamente sull’assurdo stato di cose che era venuto a crearsi fra Fay e me.

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Traduzione Bruno Tasso

©2026 Ugo Guanda Editore S.r.l., Via Gherardini 10, Milano

Gruppo Editoriale Mauri Spagnol

www.guanda.it

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