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Samantha Harvey. Orbital

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A un certo punto Nell riflette: “Questo è strano, le sembra. Tutti i tuoi sogni di avventura e libertà e scoperta culminano nell’aspirazione di diventare un’astronauta, e poi arrivi qua su e sei intrappolata, e passi le tue giornate a giocherellare in un laboratorio con germogli di pisello e radici di cotone, e non vai da nessuna parte ma attorno con i tuoi vecchi pensieri che vanno attorno con te.
Non mi sto lamentando. Dio, no, non mi sto lamentando.”

Quando è arrivato nelle librerie Orbital, di Samantha Harvey, e poi ha vinto il Booker Prize, si è capito subito che si trattava di uno di quei libri speciali, come ne esce uno ogni venticinque anni, riassumibili in dieci parole, in cui oggetto e stile si fondono in una narrazione poetica e asciutta, per sviscerare quell’epica contemporanea che, in qualche modo, tutti abbiamo in testa e tutti vorremmo raccontare; a saperla raccontare.
Le dieci parole: sei astronauti girano intorno alla terra sulla stazione spaziale orbitante. Fine.
E poi aggiungeteci tutto quello che viene a cascata: le loro vite come un’eco attutita, lo splendore e la meraviglia dello spettacolo dai vetri schermati, il senso di claustrofobia e il desiderio di perdersi nello spazio, il sentimento della propria piccolezza unito a quello di onnipotenza, l’angoscia per le sorti del pianeta, così pacifico a osservarsi ma così dilaniato da guerre e catastrofi, nostalgia e spasimo, angoscia e serenità: l’uomo contemporaneo e la sua condizione tragica, chiusi in una scatola.
I sei astronauti sono uno statunitense, una scozzese, due russi, un italiano e una giapponese (ed è già singolare questa assonanza tra l’esperienza suprema di abitare la Stazione Spaziale Internazionale e una barzelletta).
Le loro vite sono rimaste giù, sulla terra, ma si riaffacciano nello spazio, dove sembrano galleggiare con tutto il resto: un lutto, una moglie amata e ricordata da una cartolina, una famiglia di pescatori conosciuti durante un viaggio e ora a rischio per il passaggio di un tifone, che da sopra si osserva istante per istante, un fratello, un matrimonio fallito, i ricordi familiari dell’allunaggio nel 69; affiorano come frammenti cecoviani, sfiorati da una luce struggente e appena sciupati da un’ombra di manierismo. Perché non sono il centro della narrazione: al centro – tema ormai antico – c’è il rapporto tra uomo, natura e tecnologia.
È un tema che richiede innanzitutto uno stile, molto preciso e accurato, quasi scontato. Una scrittura secca, minuziosa, capace di spalancare la coda di pavone di un vocabolario ricchissimo e richiuderla all’istante in considerazioni amare o definizioni taglienti, di nominare un universo multiforme e colorato e le attrezzature più asettiche nel giro di una frase; di surfare tutte le sfumature del problema filosofico del tempo: quello percepito, quello scientificamente misurabile, quello interiore, anche modellandovi il ritmo del testo, rendendo certi motivi ricorrenti come temi musicali, al riaffacciarsi periodico degli stessi continenti, oceani, deserti, foreste pluviali; le frequentissime albe e poco dopo i tramonti.
Ma poi la monotonia, il tedio, i gesti ripetuti, i pasti liofilizzati.
Tutto questo esisteva già: è uno stile immanente alla letteratura americana del XX secolo, che è stato maturato e portato a perfezione da Don De Lillo, mai come nel suo sedicesimo romanzo, Zero K, che altrettanto mette al centro, in un devastante e catastrofico ultimo atto, il rapporto tra uomo, tempo e tecnologia (una tecnologia arrivata a un tale stadio da non potersi neppure più nominare come tale).
Samantha Harvey doveva solo prenderlo, levigarlo ancora e adattarlo alla sua novella. L’ha fatto con maestria.
Il fuoco del ritratto – come per il quadro las meninas di Velasquez, con le sue molteplici prospettive, che accompagna in cartolina il viaggio dell’astronauta Shaun – si sposta agilmente dall’uomo al cosmo, dalla terra alla stazione. Chi è davvero al centro? Nessuno, è la prima risposta.
Ma il dipinto risulta comunque straziante, a tratti deprimente.
Come noi, i protagonisti sono ingabbiati in un meccanismo, condannati a comportarsi quasi come automi.
Sebbene siano pionieri dell’esperienza scientifica si sentono già sorpassati perché – nel romanzo – è appena partita una missione che sta trasportando altri astronauti, per la seconda volta nella storia, sulla luna. E intanto si lavora a Marte.
Sono dolorosamente consapevoli di avere davanti a sé un intero universo da esplorare ma quell’universo meraviglioso è probabilmente un vicolo cieco, in cui non si troverà nulla e nessuno, fatto di tempi e spazi troppo grandi per la loro individualità.
Soprattutto sognano, letteralmente, l’estasi, cioè uscire dalla stazione e fondersi con il cosmo, con il tutto che ammirano. Ma l’estasi è impossibile perché tutta la loro esistenza è legata alla macchina in cui sono rannicchiati.
Inevitabile un confronto con l’altro grande romanzo “orbitante” della letteratura contemporanea: Solaris di Stanislaw Lem, del 1972, in cui gli astronauti orbitano in una stazione spaziale intorno a un esopianeta fatto interamente di acqua, per studiarlo. Sebbene Lem fosse uno scienziato e sicuramente uno spirito positivista, Solaris trabocca del mistero dell’anima, il pianeta è uno specchio sfuggente in cui ognuno si riflette in modo radicalmente diverso, portando a galla un vissuto irriducibile.
in Orbital l’anima è rimossa. I protagonisti sono dotati di un’interiorità, che tende al minimo comun denominatore: “Hanno già discusso di un sentimento che provano spesso, un sentimento di fusione. Di non essere del tutto distinti l’uno dall’altro, né dalla nave spaziale”. Uno di loro, l’americano Shaun, crede in Dio; Nell no e vorrebbe chiedergli come l’universo che vedono possa conciliarsi con l’esistenza di una divinità ma conosce già la risposta: come immaginarlo senza? Sono una coppia binaria, opposti complementari.
Le differenze fra maschio e femmina sono giustamente piallate, l’eros è una vaga reminiscenza (un sogno di cui vergognarsi appena svegli, il ricordo della moglie che si dissipa nei giorni).
Per tutti, la consapevolezza più profonda è quella di far parte di un esperimento, di essere in fondo cavie: a bordo della stazione si coltivano e studiano cellule cardiache, si segue l’evoluzione dei topi in condizioni di microgravità; ma chi studia sa che il proprio destino segue le stesse mutazioni di quelle cellule, evolve come quello dei topi da laboratorio; ciascuno percepisce di essere osservatore e osservato, e prima di tutto un serbatoio di dati, quando tornerà a terra.
“In questi piattini c’è l’umanità”, Anton dice a Roman, mentre sono sospesi nel laboratorio russo.
Torniamo ancora sulla lingua. Per raccontare tutto ciò è necessaria una lingua che assomigli a uno strumento scientifico: a un bisturi laser, all’ago di un sismografo.
Non è certo un limite. Una dotazione simile consente passaggi di profonda intensità: gli occasionali dialoghi di Roman con radioamatori terrestri, sempre troncati dal movimento della stazione nello spazio, sono pezzi di bellezza capaci di ricordare La voce umana di Jean Cocteau; o, di nuovo, alcuni dei più smaglianti e frammentari dialoghi inventati da Don De Lillo.
Eppure è inevitabile domandarsi se il destino della letteratura debba essere ormai proprio questo: fare da ancella alla scienza, mettere a sua disposizione uno stile smagliante, lavoratissimo, sofisticato, per descrivere in modo sempre più accurato l’inevitabile, deprimente (anche quando è momentaneamente esaltante, come per un astronauta) prigione in cui ci siamo infilati da qualche secolo. O se la letteratura non debba invece guardare nella direzione opposta, al mistero (o ai misteri) dell’anima, a estasi ancora plausibili.

Soto! Eslpora te stesso
– intimava Emily Dickinson, mai allontanatasi troppo dalla sua stanza:
Dentro te stesso troverai
Il “Continente inviolato”
Nessun colono ha conquistato la mente.

Filippo Golia 

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