Samuel Beckett. Finale di partita

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Silenzio! Dov’ero rimasto? S’è inceppato. Siamo tutti inceppati. Si incepperà tutto adesso, non ci sarà più voce […] Un lungo silenzio si diffuse… (bella questa!).

Del lavoro e x t r a – di Gabriele Frasca su Beckett ne parleremo fra un ventina d’anni, quello che appare manifesto, anche da un lacerto come questo della sua traduzione, è l’intuito di Adorno in “Tentativo di capire il Finale di partita”, quando scrive: «Ogni tentativo di interpretazione rimane inevitabilmente in arretrato rispetto a Beckett: eppure il suo teatro si limita a una realtà empirica infranta, guizza oltre questa, e rimanda a un’interpretazione proprio per la sua natura enigmatica.

La possibilità che una interpretazione sia o meno all’altezza di tutto questo potrebbe quasi diventare il criterio di una filosofia futura.»

Quando hai compreso ciò è dura scrivere.

Quando il procedimento dell’insensato non si ferma di fronte al linguaggio, quando ogni molecola della lingua non forma un senso razionale o se lo forma finisce in una storia significante dell’insieme che nega se stesso, è difficile scrivere.

Capire ciò significa comprendere l’incomprensibilità, ovvero strutturare il legame significante che significa semplicemente rendersi conto che non ha nessun significato. Allora è difficile, prova a scrivere adesso, eh?! Facile è la rinuncia, nondimeno bisogna continuare e io (“lui”) continua…

–– Scolio. Beckett fa bene a chi scrive perché fa male (e nel contempo fa male perché fa bene).

Luca Sossella