Sandro Veronesi. XY

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Sandro Veronesi – Photo credit Marco Delogu

XY di Sandro Veronesi è romanzo che riletto oggi – a dieci anni dalla sua prima apparizione per Fandango editore e ora riproposto da La Nave di Teseo (pagg. 450, euro 15) – appare ancora più potente come metafora di un mondo che, negli ultimi anni, è sempre più vicino a un lockdown più emotivo che pandemico. Veronesi ha voluto concedere ai nostri lettori un passaggio in anteprima ed esclusiva. Lo scrittore è stato vincitore due volte del Premio Strega – l’ultima nel 2019 con Il colibrì: vittoria che, in tempi non sospetti, siamo stati i primi a sostenere con diversi articoli. L’attualità di XY è che affronta la domanda: cosa ci accade di fronte ad un evento imprevedibile. E se il romanzo racconta di una piccola comunità improvvisamente al centro di fatti inspiegabili – come è oggi ritenuta la morte – in realtà vuol farci comprendere ciò che, in altra forma letteraria, ha scritto ne Il colibrì: “Il dolore sopportato è molto più potente di quello che si sta sopportando”.

Letto lontano dall’alone noir-thriller che lo aveva forse penalizzato dieci anni fa XY – ambientato in un paesino immaginario del Trentino – oggi racconta molto sul “tollelare l’assenza di senso”. Che poi è poi quello che viviamo esasperatamente in questi tempi, ma che in realtà viviamo ogni giorno da sempre. Solo che per ricordare l’orrore ci rifugiamo nelle stragi e nei delitti da “vita in diretta” cercando di digerire la nostra messa in pausa.

Tematiche da sempre al centro degli scrittori del “sottosuolo”: da Dostoevski a Kafka a Thomas Mann: Veronesi ha il merito di riportare a farci il pensare il ruolo dello scrittore e dell’intellettuale oggi. E quello dello scrittore è uno scavo – profondo dietro l’apparente semplicità di una scrittura volutamente cinematografica – sul significante della comunicazione letteraria. Sandro Veronesi, forse inconsciamente, con la riproposta di questo romanzo è tra i pochi a poter incarnare – forse ad avere il dovere – di intervenire nel dibattito civile di una nazione orfana di scrittori che non si perdano nella politica ma nell’etica.

Gian Paolo Serino

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Di seguito l’estratto da XY

Una notte mi feci forza e provai a reagire. Uscii, poco dopo esser rientrato a casa, per andare da Rina, la sorella di Sauro e di Beppe Formento. Rina era una donna robusta e in­faticabile, molto devota a San Giuda, che aveva cresciuto sua figlia Perla da sola e invece di sposarsi si era dedicata ai fratelli. In realtà aveva fatto da madre anche a Zeno, il figlio di Sauro, dopo che la madre del ragazzo era stata ricoverata, e Beppe, che viveva da solo, continuava a portarle la biancheria da la­vare. Dal momento in cui ero stato catturato in quel meccanismo col Procuratore non avevo più parlato con nessuno: lei era stata colpita duramente, e io volevo confortarla, chiederle notizie dell’altro suo fratello, pregare insieme a lei – e vedere se così, ricominciando a fare il mio dovere, recuperavo un bri­ciolo di pace. Bussai due o tre volte al suo portone – era dopo mezzanotte –, finché la luce della camera, al piano di sopra, si accese; vidi la sua sagoma attraverso le persiane, che guar­dava giù dalla finestra, senza aprirla, e la chiamai, Rina, sono io, il don! – e lei non può non aver sentito, e non può non avermi riconosciuto, perché ero proprio sotto all’insegna del bar, che stava sempre accesa; ma dopo avermi visto Rina scom­parve senza dire una parola e spense di nuovo la luce. Bussai ancora. Niente. Non potevo fare troppo chiasso, in casa c’era anche Perla col bambino e non volevo svegliarli; perciò me ne andai, ancora più sconfortato di come ero venuto. Mi era costato tanto compiere quel gesto, e ora, anziché il sollievo che avevo sperato, ne ricavavo altra frustrazione – altre domande senza risposta. Perché Rina non voleva vedermi? Cosa stava succedendo?

Nei cento passi che mi separavano da casa rischiai di perdermi nel nulla – letteralmente. La nebbia, il buio, la tormenta, e il dubbio improvviso, a metà strada, e assurdo, che la mia casa si trovasse nella direzione opposta a quella che stavo per­correndo, mi fecero fermare in mezzo alla piazza, incapace di andare avanti. Non mi orientavo più. Mi sentivo spossessato, liquido- mi sentivo colare via. Fu tremendo: nel mio ricordo rimane quello il momento più brutto di tutti. Non mi orienta­vo e non mi riconoscevo più: chi era quell’essere terrorizzato che non riusciva più a tornare a casa? Per non morire assiderato, lì, nel cuore della notte, a pochi passi da una chiesa e da un Santo cui mi stavo dedicando da anni ma che adesso, all’improvviso, non trovavo più, dovetti fare un atto di fede – misero, ridicolo, ma risolutivo: dovetti credere di essere me e di star camminando nella direzione giusta, credere che ci fosse ancora qualcosa da fare, per me, in questo mondo, oltre a perdermi e girare a vuoto. Impormi quei dogmi fu decisivo, ma davvero, per un lungo momento, mi ero trovato in quel punto cieco e maledetto in cui non c’è più nessuna differenza tra il giusto e l’ingiusto, tra tenere duro e mollare, tra il bene e il male – ciò che, da allora, ho sempre serbato nella memoria come il più realistico simulacro dell’inferno su questa terra.

Appena rientrato in casa non mi fermai nemmeno un secondo a riscaldarmi vicino alla stufa: infilai direttamente in sacrestia, accesi le luci della chiesa e mi buttai in ginocchio davanti alla statua di San Giuda. Avevo visto migliaia di persone, prima in Perù, in Uruguay, in Brasile, e poi anche lì, in quella stessa chiesa, rivolgersi a lui dal profondo di un’inesprimibile disperazione, e adesso toccava a me. Cominciai a recitare la preghiera, bellissima, potentissima: San Giuda, glorioso apostolo, fedele servo e amico di Gesù, il nome del traditore fu causa che tu fossi dimenticato da molti, ma la Chiesa ti onora e ti invoca universalmente come il patrono nei casi disperati e negli affari senza speranza. Prega per me, che sono tanto miserabile! Fai uso, e ti imploro, di questo particolare privilegio che ti fu concesso di portare immediato aiuto dove il soccorso sparì quasi del tutto. Assistimi in questa grande necessità, affinché io possa ricevere le consolazioni e l’aiuto del cielo in tutti i miei bisogni, tribolazioni e sofferenze, dandomi la grazia di…

Qui mi fermai, perché questo è il punto in cui l’impe­trante deve inserire la propria supplica personale. Cosa stavo chiedendo? Per cosa pregavo? Ma non rimasi a lungo a interrogarmi, poiché era proprio quella, mi accorsi, la mia dannazione – fermarmi davanti a tutto con una domanda senza risposta. Perciò proseguii: dandomi la grazia di tornare a vedere la cosa giusta da fare, e la fermezza necessaria per farla. Era abbastanza. Poi terminai la preghiera: … perché io possa lodare Iddio con te e con tutti gli eletti per tutta l’eternità. Io ti prometto, o benedetto Giuda, di ricordarmi sempre di questo favo­re, senza mai lasciare di onorarti, come il mio speciale e potente Patrono, e di fare tutto quello che sarà possibile per aumentare la devozione a te. Amen.

Sandro Veronesi