Scarpe e letteratura

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Povery lettori fate spazio

Ho due certezze nella vita: la prima è che chi annusa i libri e abbraccia gli alberi ha un grandissimo problema di libido. La seconda è che l’Italia si risolleverà dalla crisi culturale solo quando gli scrittori si decideranno a vestire capi di Rick Owens. Faccio queste due considerazioni reduce da una serie infinita di incontri con l’autore al Festivaletteratura di Mantova in cui sono riuniti quasi tutti i 60.000 lettori italiani. Lettori vestiti, mediamente, abbastanza male direi. Basta osservarli per capire le classifiche dei libri più venduti. Li vedo, nella tensostruttura plastica dove si vendono i libri. Li vedo che annusano cartaccia stampata da Grafica Veneta S.P.A. e cercano alberi da stringere. Per Owens invece la storia è diversa. Sto andando all’inaugurazione di un luxury store, a Mantova, e lì dovrebbe arrivare lo stilista californiano con la sua musa Michèle Lamy. Un sogno che si avvera. Vedo che sul cellulare mi arriva un avviso: “Nicola Lagioia si è unito a Telegram!”. Penso esattamente a quello che penserebbero tutti, cioè sticazzi e nello stesso momento passa zoppicando il mio amico Aldino che vende occhiali in centro. “Che hai fatto?” “Gli venisse un colpo, ho preso un paio di sneaker Balenciaga da 870 euro e mi è venuta la tallonite.” “Eh, che farai?” gli chiedo. “Adesso dovrò andare dall’osteopata!” Bene. Ho sempre in mente un bellissimo racconto della raccolta Le piccole virtù di Natalia Ginzburg intitolato “Le scarpe rotte”. L’autrice parla di libertà attraverso la metafora dei calzari, e facendo un collegamento azzardato provo a pensare che le Balenciaga colorate può comprarle solo Sferaebbasta, al limite Gue Pequeno, un calciatore dell’Inter o Gipi Serino. Natalia no, non le avrebbe mai prese. Invece il mio amico gay con la tallonite ha abboccato. Qualche giorno fa a Forte dei Marmi da Fiacchini Boutique ho visto solo russe e mogli velate di petrolieri arabi. Lì le Balenciaga c’erano ma io voto Golden Goose tutta la vita. Arrivo nel luxury store. Si chiama Nike. Nulla a che fare col marchio sportivo. In più ha il vantaggio di non avere commessi altissimi sull’attenti con le mani unite dietro la schiena come nelle boutique di Bologna e Milano. Tutto color pastello, rosa e oro. Mobili su misura in noce laccato, nessun capo prêt-à-porter, solo alta moda e prima linea. Ecco, la letteratura dovrebbe essere questo: scrittori e scrittrici come Rick Owens e l’artista-musa Michèle Lamy che fatturano 100 milioni di dollari all’anno. Netti. Fanno sfilate nei più bei palazzi del mondo, sono schivi e charmant. Vorrei scrittori solo alta moda e prima linea. Attendo e non arriva nessuno. Nike è pieno di persone che guardano i capi Margiela, Yamamoto, Giorgio Brato. Owens non arriva. Intanto beviamo Franciacorta millesimato saten in flûte di cristallo. Aspettiamo. Non arrivano. Finalmente capisco Beckett. Una famiglia composta da tre persone, di Brescia, sta spendendo trenta mila euro d’abbigliamento. Qualcuno dice che sono industriali delle carni. Mi provo un paio di Balenciaga di gomma. Sono scarpe pesantissime e dure. Aldino ha tutta la mia solidarietà. Aspettando ho un’illuminazione. Presenziare, oggi come oggi, è fuori moda come la Scuola Holden. Esserci, per un grande personaggio, è obsoleto come lo storytelling e i cantautori romani. Per questo Owens e la sua musa non ci sono. Povery, intruppatevi pure ai festival. Io aspetto Rick.

Davide Bregola