Da accanita lettrice quale sono, quando viaggio lascio che sia un libro a scegliere di partire con me. In procinto di tornare a Venezia, dove mi trovavo l’8 marzo allo scattare del confinamento, sono stata selezionata da Sex and Rage – il sesso e la rabbia, una combinazione adeguata dopo la clausura – che in italiano riporta il sottotitolo Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi, romanzo dalla prosa onirica e carnale della scrittrice Eve Babitz, nata a Hollywood nel 1943. Il libro narra la storia di Jacaranda nata e cresciuta a Los Angeles, amante del surf e del divertimento nella California anni Sessanta dei Beach Boys. Allo scoccare dei 28 anni però Jacaranda decide di lasciare la precaria vita da beach bum e di dedicarsi alla scrittura partendo alla volta di New York, lontana dal mare tra persone che vivono per lavorare.

Da giovane Colman era stato un libertino e capiva molto bene il desiderio che aveva Jacaranda di essere anche lei una libertina. “Fallo finché sei giovane, bimba,” le diceva.

Bimba non lo sono più da parecchio, avendo festeggiato il 2 luglio i miei 48 anni, ma rimango lussuriosa e spassosa nelle mie viscere. Quale luogo più consono per abbandonarsi e rigenerarsi della libertina laguna? Venezia mi coccola nella sua fluttuante ninnananna marina e mi vizia tutti i sensi con la sua inebriante bellezza. Mai in oltre dieci anni di residenze lagunari avevo potuto viverla così intima e misteriosa. Sparito in un sol Covid il turismo di massa, si assapora l’isola al suo immaginifico meglio, ovattata e silenziosa, in una parola… Serenissima.

La vita locale tenta una timida ripresa delle attività turistiche e culturali e nello scorso weekend, Mattia Berto, amico ed eccelso direttore artistico del Teatrino di Villa Groggia a Cannaregio ha riaperto l’interrotta stagione teatrale con l’iniziativa #iosonoteatrotralagente riportando gli spettatori a godere all’aperto della cultura.

Sabato 4 luglio, nel giorno dell’indipendenza americana, l’attore Andrea Dellai di #exvuototeatro ha portato sulle scene Shock a Stelle e Strisce in cui ha superbamente recitato per intero il poema Howl (Urlo) di Allen Ginsberg. Il poema fu letto dal poeta stesso per la prima volta nel 1955 nella Six Gallery di San Francisco e fu pubblicato dal leggendario editore/scrittore/poeta Lawrence Ferlinghetti della City Lights Bookstore, ancora vivo oggi e a un passo dal compiere 101 anni il prossimo agosto.

Howl è una ballata psichedelica, un grido di dolore e protesta contro l’America mainstream, un viaggio nella mente dell’autore e dei suoi demoni. Versi frenetici, rabbiosi, sofferenti e autentici che scorrono al ritmo del bebop e dell’avanguardia jazz degli anni Cinquanta, canto di rottura con il conformismo americano e ode al mondo dei sotterranei, dei beatnik, dei tossici, delle checche[1]Howl contiene molti riferimenti all’uso delle droghe, anfetamina, LSD, benzedrina, eroina e allusione molto esplicite a pratiche sessuali, etero e omo, ragione per cui nel 1957 Ferlinghetti fu denunciato e subì un processo per oscenità. Ma la vera oscenità risiede(va) nella consumistica ed egoistica way of life americana, già allora imperante e devastante dogma della società a stelle e strisce (… di coca).

Un manifesto di stupefacente attualità in questo distopico nuovo mondo, incapace di urlare la propria sofferenza, stordita e assopita dagli inermi schermi delle nostre vite online, o meglio on-life. Sentirlo recitato a pieni polmoni e passioni all’esterno del teatrino, immerso in un giardino nella notturna quiete veneziana, è stata una dirompente esperienza sensoriale, mentre sulla facciata esterna si proiettavano immagini fluo, quasi a trasportare gli spettatori di petto e di peso nella brulicante e brigante night-life della Times Square di un tempo, quando non era una Disneyland a consumo e abuso della macchina del turismo di massa bensì una pittoresca Fuckland, ricettacolo di anime perse, di prostitute e lestofanti, di bums e spacciatori, di marchettari e spostati.

Preferisco il fuck al fake…

Ispirata ed elettrizzata dal reading ginsberghiano, domenica ho fatto un sogno erotico di una notte di mezza estate.

Il racconto che segue potrebbe essere vero o frutto della mia malsana ed erotica fantasia…

La sera dopo lo spettacolo, nella notte della Buck Moon, la Luna Piena del Tuono, in un decadente rituale pagano mi faccio condurre nella melmose acque della laguna fino ai proibiti e maledetti lidi dell’Isola di Poveglia, chiamata anche l’Isola del Male. La funesta reputazione dell’isola, brandizzata quale luogo più infestato al mondo, si originò nel 1700 quando Poveglia divenne terreno di quarantena per uomini e merci e anche un lazzaretto dove furono confinati i malati di peste che, una volta deceduti, erano bruciati e sepolti sull’isola stessa. Fu allora che iniziarono a fiorire macabre leggende e inquietanti storie su fantasmi e spiriti che la infestavano. La leggenda prese ancor più corposo terrore quando tra il 1922 e il 1946 l’isola fu sede di uno strano edificio, forse una casa di riposo per anziani, anche se diversi elementi fanno invece pensare a un terrificante ospedale psichiatrico. Si narra che all’interno del manicomio si praticassero terribili torture e lobotomie sugli ospiti ricoverati.

Tra i racconti più inquietanti, circola quello sul responsabile del reparto di psichiatria che, dopo aver condotto brutali esperimenti sui pazienti, sarebbe infine impazzito, poiché tormentato dagli spiriti di Poveglia, e si sarebbe gettato dal campanile. L’infermiera che assistette all’accaduto sostenne che l’uomo non morì con l’impatto al suolo, bensì soffocato da una strana nebbia che si era propagata dal terreno[2].

Nella mia veste di lunatic urban explorer, ossia chi ama follemente i luoghi abbandonati, ancora meglio se infestatati da presunti spiriti e spettri, approdo a mezzanotte sull’isola malefica armata di pila e scortata da possente marinaio, che con la barca a luci spente si avventura verso la riva, invano serrata da assi di legno prontamente spaccate dai visitatori di frodo. La luce piena della luna rischiara la notte altrimenti buia e lasciando il barchino ormeggiato, scendiamo sull’isola facendo particolare attenzione a non inciampare sulle reti dei pescatori che costeggiano il muretto sull’acqua. Davanti ai nostri occhi si staglia oscura la struttura ormai in decadenza dell’ex ospedale/lazzaretto, circondata da rovi e vegetazione selvaggia. Avanzo io mentre lui mi fa scudo alle spalle nell’angosciante silenzio ed entriamo in un reparto che un tempo ospitava le cucine e le caldaie. Tutto in rovina con le scale di marmo franate che portavano alle camere dei pazienti, con le pareti invase da inquietanti graffiti e una tetra sensazione di morte e abbandono che pervade tutto lo spazio. Lui illumina una scala a chiocciola che conduce in cima su una grande terrazza da cui si gode la vista sul Lido e sulla laguna e si accede al primo piano dell’ospedale. Intorno a noi, il nulla. Se non fosse per la luna piena, saremmo fagocitati dall’oscurità e chissà forse dagli spettri inquieti. L’isola è divisa in due e collegata da un ponte di legno ormai marcio e bruciato. Sull’altra parte, pare siano sepolti i resti di 160 mila anime. Sarebbe come camminare letteralmente su un’isola di ossa umane. L’isola degli scheletri, un ossario.

Pervasa e invasa dalla focosa energia lunare, mi trasformo in famelico licantropo denudandomi di qualsiasi tabù e indumento…

Lui, gigante buono che svetta oltre il metro e novanta, mi solleva con le grosse mani schiaffate sul culo tondo, che tanto piacerebbe al caro Tinto Brass, e mi stringe in un abbraccio assatanato.

Perdiamo, forse non l’abbiamo mai avuta, qualsiasi remora e ci divoriamo i sessi e i sensi.

In una sorta di primordiale e bestiale amplesso a riscattare la vita sulla morte – Eros & Thanatos – copuliamo come lupi mannari ululanti e anelanti lo spasimo e lo spasmo, intrigati dagli spiriti intorno a noi.

L’orgasmo irrompe dirompente e rimbomba nelle tenebre.

La vittoria del godimento sul patimento.

Urlo il mio intimo e personale Sex & Rage.

Nuda e beat – battuta (a dovere e a piacere) – metto la musica di The Age of Aquarius dal musical hippie Hair e danzo come un derviscio sotto la luna piena.

Il mio lupo di mare, di poche parole ma di molti fatti, osserva rapito e tramortito la danza.

Scatta una foto.

Tornati a Venezia, la guardo.

E sbianco.

Sarà stato l’effetto della luna o altro ma nell’immagine sfocata sembra esserci qualcosa al mio fianco.

Io non sono un’acchiappafantasmi.

Io sono una chiappafantasmi…

Il reperto fotografico sarebbe da pubblicare.

Se solo questa storia fosse vera, no?

Ah fatalità lagunare…

Roberta Denti

Note

[1] Così nella traduzione italiana del testo pertanto non rompetemi le palle con il politically correct.
[2] https://initalia.virgilio.it/poveglia-isola-fantasmi-31417