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Siang Lu anteprima. Le città impossibili

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Tanto tempo fa, prima che il villaggio di Min Qiang si facesse la reputazione di buco di culo del buco di culo, nei suoi paraggi viveva un monte di grande fama.”.

È in libreria per Carbonio Editore il romanzo Le città impossibili di Siang Lu (pp. 360, € 21 tradotto da Eva Allione). Il passato intreccia il presente in questo libro surreale dove un imperatore cinese in cerca di assaggiatore si alterna con la gioventù di origine cinese persa per il mondo.

Stile surreale, violenza morale, racconti vivi e stuzzicanti di una realtà che non si arrende e che si contamina.

Le città impossibili è un romanzo fantasioso e folle che intreccia due trame parallele. La prima si svolge nell’antica Cina, dove l’egocentrico imperatore Lu Huang Du governa con editti dittatoriali. Dopo essere salito al trono in seguito alla morte del padre per colpa di un osso di pollo, Lu Huang Du lancia un’ossessiva vendetta anti-pollo.

E poi c’è Xiang Lu, licenziato dopo che si scopre che non parla la lingua cinese e che si affida a Google Translate per fare il suo lavoro.

La reazione del Consolato è brutale: “Fra l’altro, abbiamo curiosato nel tuo hard disk. Abbiamo trovato le poesie che hai scritto. Per farci due risate, le abbiamo copincollate nel sito di traduzione automatica. Che brutte che sono. Proprio pessime. E tu sei un pessimo cinese. È inutile che provi a timbrare il cartellino. Te l’abbiamo disattivato. Se cerchi di entrare, finirai tra le braccia dell’addetto alla sicurezza”.

L’incidente diventa virale con l’hashtag #PessimoCinese e attira l’attenzione di un regista megalomane di nome Baby Bao, che usa Lu per attirare la stampa per il suo ultimo film. Il film di Bao è basato su un antico testo la cui storia verrà girata in una “città fantasma” della Cina: vasti complessi residenziali costruiti rapidamente per la popolazione in forte espansione del paese, che rimangono per lo più vuoti.

Fa capolino un abbraccio tra l’arte e la vita: “La vera ironia, suppongo, è che per proteggerci siamo davvero diventati attori. Abbiamo entrambi interiorizzato la lezione che in molti a Port Man Tou non hanno saputo cogliere: anche se non c’è un copione, non vuol dire che manchi la regia. In verità, forse ci saremmo innamorati comunque. Quindi ci è risultato facile – o meglio, più facile, perché di facile non c’è niente, perché è tutto carico di difficoltà, quando per confessare le tue paure sei costretto a parlare sottovoce, a trovare un angolino appartato, lontano dagli orecchi e dagli occhi curiosi della città. Più facile rispetto ad altri, a cui magari non va a genio il ruolo assegnato, che si ribellano apertamente e a proprio rischio alla volontà del Regista”.

Il romanzo è una satira pungente e una storia d’amore. I personaggi si intersecano in un sorprendente mix di meraviglia, intelligenza e umorismo dall’inizio alla fine.

Le città impossibili è onesto, divertente, ridicolo, assurdo e satirico. Ma anche vero: l’economia cinese si regge sull’enorme “settore immobiliare fantasma”, con 20 milioni di proprietà immobiliari (un quinto del PIL) che restano vuote.

Vince l’amore tra i personaggi, quello per la vita, quello per la Cina moderna e quella antica, in un racconto brutale, divertente e profondo.

Carlo Tortarolo

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World Square Medical Centre – George Street, Sydney, Australia

La mia pancia fa una cosa strana, fa rumore – gorgoglia, nel tentativo frenetico di digerire il pessimo panino di pollo al vapore con cui ho fatto colazione – e io provo un singolare senso di tradimento, perché tutt’intorno regna il silenzio e la gente si accorgerà di questo fermento interiore, e poi che razza di persona è uno i cui organi interni non riescono nemmeno a far fronte comune?

Si apre la porta ed esce il dottor Mok, che mi fa cenno di entrare nello studio.

Mi chiudo la porta alle spalle.

哪里不舒服?” dice, rivolto alla cartelletta.

Oh” faccio io, perché ha dedotto la mia lingua – la mia cultura, quello che sono o che devo essere – basandosi esclusivamente sulla mia faccia. “Non parlo cinese”.

Ah, è giapponese? Coreano?”.

Sono australiano”.

Fa schioccare la lingua. “No, no! Dico la razza!”.

Non c’è un altro medico? La volta scorsa mi ha visitato la dottoressa Collison. Magari aspetto lei”.

Non lavora in questi giorni”. Mi scruta con gli occhi a fessura. “Mi dica da dove vengono i suoi antenati”.

Sospiro. “Dalla Cina”.

Batte il palmo trionfante sulla scrivania.

Hah! Lo sapevo! Voialtre nuove generazioni! Vi siete guastati, vi siete! Che vergogna. Non parlate la lingua. Dimenticate la vostra cultura. Siete dei pessimi cinesi! Ad ogni modo, che posso fare per lei? Ha mal di pancia?”.

Cosa? No. Cosa glielo fa pensare?”.

Perché la sento che borbotta. Magari ha fame. Ecco. Prenda un biscotto”.

Grazie”.

Allora” riprende. “Come mai è qui?”.

La settimana scorsa l’azienda per cui lavoro mi ha mandato a fare gli esami di controllo semestrali. Sono venuto solo a ritirare gli esiti”.

Ah, ok, certo. Aspetti un attimo. Glieli prendo”.

Il dottor Mok se ne va a cercare la mia cartella, così – non posso farci niente, le stanze incustodite non mancano mai di sedurmi – osservo attentamente ciò che mi circonda. Lo statimetro. La pompetta per la pressione. I diplomi medici appesi sulla parete di fronte. Finché non mi muovo e non tocco niente non mi si può accusare di essere un ficcanaso.

Sul muro campeggiano con orgoglio i disegni a matita del figlioletto del dottore, che ritraggono il padre in versione stilizzata: lo stetoscopio, la valigetta, la sua intera essenza. Il nome del bambino scarabocchiato nell’angolo come un sigillo d’artista.

Anche mio padre nel suo ufficio teneva analoghi emblemi della mia esistenza. Arte infantile, dalle linee e dai colori dubbi. Doveva trovarmi perfetto a quella specifica distanza – e forse era vero lo stesso per me – nel breve periodo che precede quello in cui ci si comincia a deludere a vicenda.

Compiuti i cinque anni non ricordo che mio padre abbia più incorniciato niente di mio. Gli anni dell’adolescenza sono stati particolarmente infecondi: immagino che dopo una certa età si superino gli impulsi artistici, o ci si sposti su altre forme, su soggetti diversi, e inevitabilmente si smetta di ritrarre il proprio padre.

La scrivania è affollata di ciarpame farmaceutico: penne, calendari, una tazza. Sul tappetino del mouse è stampata la veduta malsana e inquinata di una città, con una scritta sgraziata: Port Man Tou1, Cina: La città dove tutto è possibile!

Il dottor Mok è di ritorno. Con un gesto allegro mi sventola davanti i referti. Si siede. Legge. Il sorriso gli si spegne in faccia.

La gola mi si secca. Poso il biscotto sulla scrivania.

I risultati dicono che ha la taikofobia”.

La taikoche?”.

Taikofobia” conferma. “La paura dei cinesi”.

Sta scherzando” dico.

Il suo viso – un viso molto cinese – indica che non scherza affatto.

Conosco un bravo specialista per questi morbi strani”. Batte sulla tastiera, evitando il mio sguardo. “Oh. Ma il suo studio è nel cuore di Haymarket. A Chinatown. Sarà pieno di cinesi. Chissà che strizza, per lei”.

Io però non lo sto ascoltando. “È impossibile. Non posso avere paura dei cinesi. Sono cinese anch’io”.

废话” borbotta lui.

Cosa?”.

Con un’espressione addolcita allunga la mano sulla scrivania, o per ricontrollare i referti e prosciogliermi, o per assestarmi un colpetto rassicurante sul braccio. Invece non fa nessuna delle due cose e, con una mezza smorfia, come se temesse di farsi beccare, prende il biscotto mangiucchiato e me lo porta via.

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Titolo originale Ghost Cities
di Siang Lu
Copyright © Siang Lu 2024
First published 2024 by University of Queensland Press
© 2025 Carbonio Editore srl, Milano
Tutti i diritti riservati
Traduzione dall’inglese di Eva Allione

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