«Sa qual è l’unica cosa peggiore di uno che non sa perdere? Uno che non sa vincere. Stanotte rideva, sbattendo in faccia a Frank che aveva vinto lui».
È in libreria Dead Man Blues di Silas House (Jimenez Editore 2026 pp. 249, € 19, con traduzione dall’inglese di Gianluca Testani).
Dead Man Blues racconta la storia di Dave Hendricks, un ex sindaco caduto in disgrazia di Shady Grove, una piccola città immaginaria situata al confine tra Kentucky e Tennessee. A seguito di un tradimento personale e della rovina professionale, Hendricks si ritira a vivere a bordo di una casa galleggiante sul lago Cedar, accompagnato solo dal suo cane e dalle melodie inquietanti dei dischi blues. L’esilio tranquillo di Hendricks viene interrotto quando un omicidio sconvolge la comunità, costringendolo a un’alleanza difficile con lo sceriffo Victor Burns, proprio l’uomo che lo ha tradito e ha preso sua moglie, per trovare l’assassino:
“Ma la parte più grande di lui amava il mistero, gli interrogatori, la ricerca delle prove, la matematica del tentare di ricostruire i fatti. Anche se doveva lavorare accanto a Victor, era felice di essere coinvolto. Aveva dimenticato quanto fosse bello lavorare a un caso del genere, durante il suo breve periodo da sceriffo”.
Con qualche riflessione sul senso della vita:
“Ognuno si portava dietro un qualche tipo di dolore. Più invecchiava, più Dave pensava a tutti i problemi del mondo. A volte c’era semplicemente troppa tristezza. Se una persona rifletteva troppo su tutto il dolore, la disperazione, la fame e la sofferenza del mondo, finiva per crollare”.
E l’eco di vicende sinistre:
“Dave credeva nel male. Lo aveva visto. Sulle scene del crimine. Sui campi di battaglia. In un campo di concentramento. Negli occhi di suo padre, nei momenti peggiori. E anche se non lo avrebbe mai ammesso a nessuno, lo sapeva nel profondo: un male antico e oscuro si annidava a Fogtown. Lo sentiva strisciare su di lui come insetti. Durante la Guerra d’Indipendenza, una compagnia di soldati smarriti aveva massacrato gli Shawnee a Fogtown. La leggenda narrava che vi avessero commesso anche delle atrocità; atrocità così terribili che la terra stessa ne aveva conservato memoria”.
Silas House offre una visione intima della vita rurale americana degli anni Cinquanta. Dove tutti conoscono i segreti di tutti e le loro storie, ma la lealtà non è per tutti. Una terra che lotta per non arrendersi al male.
Carlo Tortarolo
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Una volta arrivato alle boe che facevano da guardia intorno al Marie per avvertire i naviganti di rallentare fino al minimo, Dave fece scivolare la piccola barca sulle acque lisce verso il lato del porto dove era ormeggiata la Sherlock. Avvicinandosi, vide Nina versare il caffè in una tazza che Rex teneva in mano, con Shorty in grembo, e con un’aria decisamente soddisfatta. A quanto pare, Shorty lo notò nello stesso momento, perché iniziò ad abbaiare come un pazzo, annunciando l’arrivo di qualsiasi visitatore. Rex gli strofinò le orecchie per calmarlo e fece un cenno con la mano.
Quando Dave ebbe legato la barca presa in prestito e raggiunto il portico di casa sua, Shorty era già sul pavimento del portico di Nina, proprio accanto al suo, dimenandosi nell’attesa che Dave lo sollevasse per riempirlo di coccole. E lui lo fece. Shorty gli leccò la faccia ed emise piccoli guaiti dolci, come se fosse stato via per settimane invece che per poche ore. Alzò lo sguardo e vide Rex e Nina osservarli divertiti.
«Gli è mancato il suo papà» disse Nina, sedendosi al tavolo del portico accanto a Rex. C’era una tavola imbandita che gli fece venire l’acquolina in
bocca: fette di pomodoro lucide, bacon croccante, una ciotola di uova in camicia e una griglia di toast imburrati. Nina afferrò la caffettiera, versò una tazza con un gesto teatrale e gliela porse. «Ne hai proprio bisogno».
«Eccome» disse Dave, assaporando il gusto. «Sono contento che voi due stiate facendo conoscenza».
«Rex è piuttosto facile da conoscere» disse Nina con un sorriso che le illuminava il volto.
«Tendo a fare amicizia in fretta con chi mi offre un banchetto come questo» disse Rex, mettendosi altro bacon in bocca.
«Avanti». Nina fece un cenno verso il cibo. «Serviti, Dave».
«Hai avuto abbastanza energie per fare tutto questo senza dormire?» disse Dave. «Io sono distrutto».
«Sono riuscita a chiudere gli occhi un paio d’ore mentre tu lavoravi al caso» disse lei. Dio, era una donna bellissima, e sembrava fresca come il mattino nonostante la mancanza di sonno. I suoi capelli rossi parevano ancora più brillanti al sole, e questo faceva risplendere anche i suoi occhi verdi. «Poi mi sono svegliata affamata, e quando Rex è passato, è stato così gentile da farmi compagnia».
Dave non se lo fece ripetere due volte. Prese un piatto e lo riempì.
«Hai avuto una bella mattinata» disse Rex con il suo tono pacato. Un tempo era stato un monaco cattolico all’abbazia di Gethsemani. Aveva lasciato le miniere di carbone del Nord dell’Inghilterra a diciannove anni ed era rimasto nel monastero rurale per due decenni, partecipando alla messa sei volte al giorno, anche alle tre di notte. Poi, un giorno d’estate, lo chiamarono per dirgli che sua madre era morta. Gli aveva lasciato una grossa somma di denaro, che avrebbe dovuto consegnare alla chiesa. Appena terminata la telefonata con l’avvocato della madre, si rese conto che aveva passato venticinque anni a pregare ed era stanco di farlo.
«Così, semplicemente, ho smesso» aveva detto una notte a Dave, mentre bevevano Jameson guardando la luna sull’acqua. «Non per i soldi, ma perché ho capito di avere perso tutta la vita di mia madre. Avevo dato abbastanza».
Così Rex aveva lasciato il monastero e aveva camminato verso sud per tre giorni, finché non era arrivato al lago Cedar appena creato. Da allora era rimasto lì. Con l’eredità aveva costruito il porticciolo Marie, un memoriale per sua madre e ora l’attività più fiorente della contea di Shawnee. Probabilmente era anche uno degli uomini più ricchi della contea, ma a guardarlo nessuno lo avrebbe detto. Alto e affascinante, con capelli ondulati castano-argento sempre perfettamente pettinati, aveva un naso lungo e pronunciato che gli dava un’aria da aquila. “Aquilino”, aveva sentito dire Dave di quel tipo di naso. Rex era uno di quegli uomini che non hanno idea di quanto siano belli e che sembrano migliorare con l’età. Doveva avere ormai quasi settant’anni. Indossava sempre una camicia madras a maniche corte e, a differenza di qualunque altro uomo che Dave conoscesse, pantaloncini di tela e sandali. La sua pelle inglese pallida diventava dorata non appena l’estate si posava sul lago. In lui c’era qualcosa di regale che andava oltre l’accento inglese: si muoveva con grazia e parlava a tutti con calma, conservando l’aria di una persona a cui verrebbe voglia di confessare i propri peccati.
«Brutta faccenda laggiù, da quello che mi dice Nina» disse Rex.
«La peggiore» rispose Dave.
«Gli omicidi da queste parti riguardano sempre la terra o l’amore. A volte entrambi».
«Non sempre, ma sì, il più delle volte» disse Dave.
«E a volte la gente è semplicemente cattiva, non credete?» intervenne Nina. «Fuori di testa per la sete di potere o perché si sente offesa. Vendicando qualcosa che sarebbe meglio lasciare in pace».
«Sono d’accordo» disse Dave, pensando di nuovo a Fogtown. «E a volte c’è qualcosa di più della semplice cattiveria. A volte c’è il male puro».
«Nina ha detto che sei stato nominato vice. Da Victor? Sei sicuro che sia una buona idea, amico?» Rex si sporse in avanti, fissandolo con i suoi occhi grigio tempesta in un modo che fece esitare Dave. Se fosse stato onesto con se stesso, avrebbe ammesso che Rex era la cosa più vicina a un padre che avesse.
«Mi fa bene fare quel lavoro. Non avevo capito quanto mi mancasse».
Rex alzò le sopracciglia, il suo modo di dire che gli dava una settimana prima che Dave perdesse la pazienza con Victor. Shorty gli graffiava l’orlo dei pantaloni; lui lo prese in braccio e gli baciò il naso umido. «È una dolcezza».
«Rex, sai qualcosa dell’espressione “i peccati del padre”?» La scritta sul muro continuava a tormentare Dave. Non ricordava dove l’aveva sentita, ma gli suonava vagamente biblica. Non era andato molto in chiesa, lo aveva fatto solo come obbligo quando era sindaco.
«Be’, è in tutta la Bibbia».
«Lo immaginavo».
«Compare varie volte. In Esodo, Deuteronomio e Numeri. Anche in Ezechiele, credo».
«Tutti libri dell’Antico Testamento» aggiunse Nina.
«Esatto» disse Rex. «Ne sai di Bibbia».
«Non proprio» rispose lei, «ma dopo che ci siamo trasferiti in Alabama mia madre si è molto coinvolta con la chiesa e ci davano dei premi se memorizzavamo i libri della Bibbia. Così a un certo punto riuscivo a recitarli tutti in ordine: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico e così via. Oggi però non andrei molto oltre».
«Ma qual è il contesto?» chiese Dave rivolgendosi a Rex.
«Parla dei peccati di una generazione che ricadono sulla successiva».
«Vuoi dire che i figli sono responsabili dei peccati dei padri?»
«In un certo senso sì. Per esempio, se tuo padre uccide qualcuno e resta impunito, il crimine può ricadere su di te, o potresti pagare in qualche modo».
«È un po’ l’idea del karma» disse Nina.
«Giusto» disse Rex. «Ma qui è più generazionale che individuale. E il Deuteronomio in realtà contraddice questa idea, affermando che ognuno è responsabile dei propri peccati».
«Ma le altre scritture la sostengono?»
«Ci sono contraddizioni in quasi ogni testo sacro» disse Rex, «e di certo nella Bibbia».
«Ma nella Bibbia compare questa frase precisa?»
«Nella King James, la Bibbia di re Giacomo, che è la più usata, si parla di “iniquità dei padri”. Non so come sia resa nelle altre traduzioni».
«Da queste parti usano quasi tutti la King James» osservò Dave.
Rex lasciò andare una risatina. «Mi stupirei se avessero mai sentito parlare di un’altra versione».
Nina emise un gridolino, guardò l’orologio e si alzò di scatto. «Devo andare in ufficio. Fate come a casa vostra e lasciate pure i piatti». Afferrò la borsa, ma Dave la fermò.
«Per favore, tieni fuori il messaggio che è stato lasciato. Non deve uscire per ora».
«Certo» disse lei, e sfrecciò via dal portico.
«Mi piace» disse Rex, inarcando un sopracciglio verso Dave. «Anche a te, vedo».
«Mi è sempre piaciuta. Siamo cresciuti insieme».
«Non intendo quello». Si versò altro caffè e si appoggiò allo schienale con aria soddisfatta. «È ora che torni nel mondo, Dave. Lei mi sembra una buona occasione per farlo».
«Calma. L’hai appena conosciuta e già fai il sensale».
«So riconoscere l’alchimia quando la vedo». Posò Shorty a terra e gli accarezzò le orecchie. «Va bene, signorino, ora devo andare a lavorare».
«E io dovrei dormire un po’» disse Dave, stiracchiando le braccia e la schiena.
Rex non si curò di aprire la piccola porta tra la veranda della casa galleggiante e il molo; la scavalcò. Alzò la mano per salutare, poi si fermò. «Dave, a rischio di sembrare il vecchio saggio di turno, voglio darti un ultimo consiglio».
«Ti ascolto sempre volentieri, Rex».
«Non lasciare che Victor…». Cercò le parole. «Non lasciare che ti manipoli».
«Non ha niente a che fare con lui. Non prendo ordini da Victor. Sto cercando di risolvere un omicidio, non di aiutare lui».
«Allora perché?»
Per aiutare me stesso, pensò Dave. Per avere qualcosa da fare oltre a pulire scafi di case galleggianti di giorno e bere whiskey la sera. Ma disse: «Perché la squadra che ha non ce la può fare».
Rex annuì. «Sei un uomo adulto, Dave. Ma so quanto Victor ti abbia ferito. Puoi fare il duro quanto vuoi, ma per certi versi essere tradito dal tuo migliore amico è peggio che essere tradito da tua moglie».
Dave ebbe l’impulso di dirgli che lui non poteva saperlo, avendo dedicato la vita alla Chiesa invece che a una donna, ma sapeva che era la stanchezza a renderlo acido. Rex aveva solo buone intenzioni. «Grazie per vegliare su di me» disse invece.
«Ci sarò sempre, amico» rispose Rex, allontanandosi con passo tranquillo.
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