Silenzio è il nuovo romanzo di Pierangelo Consoli edito, nel 2026, da Neo edizioni nella collana Dry e racconta la poesia e l’esistenza di un poeta la cui opera è prossima a diventare un Meridiano e il cui nome torna a circolare tra i papabili del premio Nobel. La scrittura di Consoli è un taglio preciso e straniante: il punto di vista, infatti, è quello di un poeta ma l’autore è un romanziere che, abbandonato l’ego-centro autoriale, lascia il personaggio scriversi. La narrazione procede per stacchi d’immagine e suoni di luce: «erano dieci fogli con delle piccole didascalie, come delle polaroid, nasce 23 anni fa a Londra.» Sorprendente come la voce narrante si isoli dall’io-che-scrive, sicché si fa desiderio puro di ascolto del totalmente altro, un’immersione in un «flusso di concentrazione dal quale emergo dopo un’oretta con qualcosa di scritto» e in questo modo l’esserci del personaggio-poeta, egli, anziano, racconta il suo mondo e pare che tutta questa poesia vissuta sulla pelle renda il libro una gabbia da cui fuggire, come «un cane al canile» che attenda d’essere adottato, liberato. Ci si affeziona al poeta, una sottile nostalgia. Alla fine della lettura resta addosso una presenza che ha fatto sentire il corpo, le pulsioni, l’inciampare, gli slittamenti della memoria e delle ossa, il peso di nostre molte solitudini…
Gian Luca Garrapa
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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?
L’ecografia del libro, dico così perché era davvero minimale, erano dieci fogli con delle piccole didascalie, come delle polaroid, nasce 23 anni fa a Londra. Ero una specie di punk all’epoca e dormivo un po’ dove capitava. C’era una galleria di ritratti, era gratuita e ci andavo soprattutto per quello. Lì ho visto un quadro di Whitfield che si intitola “Dan in my studio”.
Coricato a Hyde park, quando c’era un po’ di sole, ho cominciato a scrivere questa specie di poemetto. Dopo tutti questi anni, mentre scrivevo un libro totalmente diverso, ho ritrovato questi fogli a casa di mia madre e ho capito che ero pronto, adesso, a più di quarant’anni, per scrivere questa storia.
Quando scrivi, godi?
No. Quando scrivo, intendo in prima stesura, sono quasi assente. È più simile allo yoga, per capirci. Entro in questo flusso di concentrazione dal quale emergo dopo un’oretta con qualcosa di scritto. Dopo stampo tutto, cambio stanza e rileggo con in mano la penna. In questa fase cancello quasi tutto quello che ho scritto. Direi che sono troppo nevrotico per godere della mia scrittura.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?
«Mi sono inventato mia madre» dice. «Non l’ho mai conosciuta e me la sono dovuta inventare».
Tutta questa parte, il capitolo .33, che inizia in questo modo, è stato difficile da scrivere. Normalmente io non piango, ho un blocco emotivo, eppure mentre scrivevo queste pagine piangevo al punto che non riuscivo a lavorare. Diventare padre mi ha dato accesso a una serie di emozioni che mi ero negato, e paure anche, e credo che tutto questo magma sia emerso mentre scrivevo del passato di Danilo. 
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Un cane al canile.
Che rapporto hai con la censura?
Molti libri, che forse sarebbero rimasti in ombra, sono emersi grazie a goffi tentativi di censura. A Ginsberg, a Busi, a Tondelli, ha giovato. Penso che nessuno dei miei libri conoscerà questa insana fortuna.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
È solo un mestiere, adesso. A lungo, quando ero un ragazzo, usavo la scrittura, soprattutto quella per il teatro, per sfidare mio padre, la mia famiglia. Era una richiesta di attenzione, più che una vera contestazione. Adesso, che ho i miei figli, passo il testimone.
Bonus track:
«Peggio è stato abituarmi a mangiare da solo. Il silenzio, quell’assenza di suono che ho sostenuto di cercare meravigliosamente in tutta la mia poesia, con la morte di Olga mi è caduto addosso con il peso di un armadio.»
Parla il silenzio della poesia in questo romanzo e il poeta-narrante lo racconta attraverso il tempo della prosa, tempo che non è linea, prosa che fuoriesce in altra forma. Il silenzio non è mai mancanza, è ordine parallelo di suono, quell’infrasottile spazio bianco tra le parole, il senso incorporeo che fa dire e che non smette di non dirsi. Ma la voce narrante ci fa sentire soprattutto il corpo, le pulsioni, l’inciampare, gli slittamenti della memoria e delle ossa, il peso della solitudine. Mangiare da soli: che ruolo hanno, secondo te, il corpo e le sue metamorfosi, nella scrittura di un romanzo e nella scrittura poetica?
Il corpo ha un ruolo centrale. Sia nel romanzo che nella poesia. Il corpo è il limite del linguaggio e il suo strumento. Più in generale la società in cui viviamo è invasa dai corpi, soprattutto dalla nudità dei corpi. È troppo ingombrante e fastidiosa. Per questo motivo, sia nei romanzi e ancora di più in poesia, possiamo trovare un’esaltazione del corpo e del sesso più forte, se lo neghiamo.
««Lei è sicuro che non la vuole una bara?» mi chiede.
Certe domande mettono il freddo nelle ossa, non solo a settant’anni. Io penso che se Lombardi non fosse così vecchio, una domanda tanto spudorata non me la rivolgerebbe. Invecchiando s’impara il distacco.»
Il protagonista sta per essere inserito nei Meridiani, la più prestigiosa collana di libri in Italia, il suo nome è nella lista per il premio Nobel. È un poeta che ha imparato il distacco, nonostante la presenza di Danilo destabilizzi continuamente il suo quotidiano. Il romanzo si apre in modo quasi teatrale, come se ci trovassimo davanti a un palcoscenico, un sipario. Racconti la trasformazione, il passaggio, il cambiamento, da un punto di vista totalmente altro. Come hai lavorato, come sei riuscito a dare voce al silenzio?
Non a caso la prima parola di questo libro è “Luce” e l’ultima è “Buio.”
È esattamente come il sipario che si alza e che si chiude.
Vivendo una condizione di forte disagio, una volta mi sono rinchiuso per mesi dentro una stanza. Era un monolocale dal quale uscivo solo per andare dalla terapista o per fare, velocemente, la spesa. In quel periodo fumavo 50 sigarette al giorno e leggevo a voce alta per sentire la voce di qualcuno. Così ho scoperto che un rifugio, se troppo frequentato, può diventare una prigione. E così il tacere. Certe volte c’è bisogno che qualcuno arrivi, letteralmente, a tirarti fuori dalla stanza, dal mutismo, dalle rinunce, e ti costringa alla vita.
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Pierangelo Consoli, Silenzio, Neo edizioni, collana Dry, 2026