Simone Perotti anteprima. I momenti buoni

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L’amore è edera e margherita.

Quando nasce è da cogliere, quando cresce è da sradicare.

Si trascina, con il passo pesante e si posa – talvolta, odioso e impertinente – là dove non può essere raccolto.

Simone Perotti nel suo ultimo libro dal titolo I momenti buoni, edito da Mondadori, da oggi in tutte le librerie, ci racconta una storia d’amore nella sua forma più duratura e salvifica: l’amicizia.

È una favola livida, ambientata in uno di quei posti sempre decentrati, dove tutto è periferia e il cielo è una gragnola di sassi.

Dove ogni individualità è soffocata dalla stereotipia, e si diventa senza nome, capaci delle peggiori nefandezze.

Ci sono due famiglie, quella del Principe e quella del Pratico.

Come Montecchi e Capuleti, sviluppano un rapporto dialettico la cui unica sintesi è la lotta permanente.

Il Tranquillo e il Pratico sono solo ragazzi, quasi dei bambini. Fluttuano come fantasmi in un mondo che li ignora e che faticano a capire. Tutto è insidia, nella foresta urbana in cui si aggirano. Il prete, i compagni di scuola, i loro familiari persino.

Dove tutto è minaccia, non c’è un solo momento in cui possono abbassare la guardia. Per difendersi si sono allontanati come palloni gonfi d’elio.

In uno spazio senza punti cardinali, si sono trovati. Capiscono che la loro è un’amicizia pericolosa, inconcepibile nel mondo distorto in cui vivono, però è preziosa perché tenersi stretti è l’unico modo che esiste per dare consistenza alle loro vite.

Perotti, da marinaio, sulla pagina solca rotte, ispeziona i contorni, non teme le latitudini. Il mare de I momenti buoni è sempre in tempesta e minaccia di travolgere. Per questo, al lettore, lancia una sfida più che un salvagente.

C’è una sola via per la salvezza: essere coraggiosi.

Pierangelo Consoli 

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Di seguito l’estratto in anteprima.

 

La Reggia

Nella Reggia ci vivono il Re, la Regina, la Principessa, il Principe. E poi lui, il Tranquillo, l’unico suddito, destinato a vagare, ma senza essere neppure un cavaliere errante. Sembra che nessuno si accorga di lui, nella Reggia, a parte il Duende, che cerca e insegue il Tranquillo dovunque. È una specie di mostro, mezzo animale, mezzo uomo. Il Duende se ne sta tutto il tempo nascosto, in qualche angolo, dietro un divano. A volte il Tranquillo passa in un corridoio, o getta un occhio dentro al ripostiglio, e capisce che il Duende è stato lì di fresco. Quando la Reggia è popolata scompare, ma ogni tanto il Tranquillo lo vede spuntare sotto a una tenda della finestra, solo la punta delle zampe artigliate. E allora si sposta, se deve passare fa il giro largo.

Chi chiama il Tranquillo, nella Reggia, lo fa sempre berciando, urlando, apostrofandolo. Il Principe lo odia. Appena può lo picchia. Gli torce un braccio spingendolo sul divano con l’altro, serrandolo al collo, pugno chiuso sulla guancia. Lui non sopporta il Tranquillo, odia i suoi silenzi.

«Che cazzo pensi?! Stai sempre zitto…, sei una merda, non servi a niente.» Livello di stronzaggine: otto.

La Principessa invece lo disprezza e basta. Lo considera niente, una crosta da staccare con le unghie, una macchia sulla camicetta da coprire coi capelli. Se lo incrocia per strada, nei pressi della scuola, fa finta di non vederlo, indica dalla parte opposta, in modo che i suoi amici si voltino. Che nessuno lo colleghi a lei. Il Tranquillo la spia quando si spoglia.

«Porco!» e gli tira quello che trova.

Di notte la immagina. L’ha anche sognata, ma non se ne ricorda, a parte che era nuda. E umida. Che pisciava davanti a lui. Aperta. Il Tranquillo prova per lei un misto di ribrezzo, desiderio, altro che non sa. È iniziato tutto quel giorno: era convinto di essere solo nella Reggia, tornato da scuola prima del tempo. Sospeso dal Preside per aver scritto una frase oscena sul suo diario, nemmeno sulla lavagna. Quei rumori che non ha sentito subito, quando è entrato in casa. O forse sì, li ha sentiti, perché è andato dritto verso la stanza da letto del Re.

Ma quel giorno è il non-tempo, il non-luogo, non se ne può parlare, è lo spazio-tempo cancellato. Un ronzio alla testa che sale e lo fa diventare paonazzo, senza bisogno di pensarci consapevolmente. E allora scaccia tutto. Non pensa, il Tranquillo. Pensa troppo, il Tranquillo. Troppo è uguale a niente. Anche per questo, nella Reggia, sta male.

Il Re non c’è mai. Quando c’è è sempre notte, e qualcosa non va. Non si sa mai niente di preciso sul conto del Re. Se si tratta di lui è tutto un segreto. L’unica che si vede di giorno è la Regina. Fa avanti e indietro, parla da sola, urla. Oppure riceve la visita di due amiche, le PovereDonne, guardano la televisione, lo schermo enorme, smisurato, dicono sempre che è bellissima quella televisione. Parlano di altre PovereDonne, inferiori a loro. Poi abbassano la voce, sussurrano nei passaggi più scabri. Ma il Tranquillo le sente lo stesso. Infatti sa sempre cose che non dovrebbe sapere.

La Regina teme il Re. Lo detesta, lo odia. Ha paura di lui. Quando lo fa arrabbiare, il Re le molla un ceffone. Lei urla. Sono i momenti in cui gliene dice di tutti i colori, fa riferimento a episodi che il Tranquillo non conosce, o conosce solo a frammenti. Lei fugge per i corridoi e le stanze della Reggia. Lui urla più forte di lei, e quando lo fa gli esce una voce stridula, graffiata, e sembra un altro uomo, uno che il Tranquillo non conosce. Le dice cose orrende, se la raggiunge e ha bevuto o preso altre cose, la picchia, gliele dà di santa ragione. Ma lo fa solo quando c’è la Principessa, così lei corre, grida, li divide, lo guarda con odio. Si afferrano, il Re e la Principessa, si strattonano, è un po’ come se si abbracciassero, quasi che si vogliano trattenere. E il Re a quel punto si ferma. C’è quel fatto, tra loro, quello a cui non deve neanche pensare.

Dopo cala il silenzio. Il più totale che la Reggia conosca. L’unico. Sono i momenti buoni. Il Tranquillo sa che per un po’ non accadrà niente. Allora si cerca l’angolo più remoto, si sdraia, naviga sul suo telefono nuovo, enorme, luminoso. Vaga lontano. Soprattutto, prende in mano un libro. Sa che il Principe non vuole, e sfrutta quei momenti di pace dopo le botte, quando tutto è congelato, per leggere. Se lo vede gliele dà forte. Nessuno legge nella Reggia. È una cosa grave leggere, è vietato.

Nessuno scrive della Reggia. Almeno, il Tranquillo non ha mai trovato libri sulla Reggia. Solo su altro, su tutto, e per altri. E lui legge proprio per quello: chi li ha scritti non sa di lui e della Reggia, di quell’inferno, e gli parla con parole diverse, come se fosse un altro, abituato a vivere in un posto diverso, senza la Regina, il Re e soprattutto il Principe. È la sua grande occasione. Il Tranquillo vola via tra le pagine, mica perché legge una storia che lo porta lontano, ma perché se qualcuno gli parla con quella voce lui può convincersi di essere un altro, di vivere un’altra storia, in un luogo diverso. Se l’autore scrive: “Pierre Besucov provò nel cuore…” lui finge di essere uno che sa quella cosa, cioè sa che nella vita si prova qualcosa “nel cuore”. Nella Reggia nessuno prova nel cuore… È la dote migliore di un libro: che chi lo scrive non sappia niente di te, non tenga conto del tuo assurdo universo, e tu puoi fingere quello che vuoi, di essere così come l’autore pensa che tu sia. Magari come è lui.

Almeno fino a che gli pare di sentire un rumore. Nel silenzio dopo la baraonda delle botte, nel rantolo piagnucoloso e lontano della Regina chiusa in camera da letto, il Duende esce, si mette in cerca. Struscia una zampa, come fosse rigida, ferita, e graffia la carta da parati con la zampa-chela, per reggersi. L’unica cosa buona è che il Duende è lento. Ma è inesorabile: ti devi spostare spesso. La cosa che non capisce il Tranquillo è perché la Regina non dica niente delle righe sul muro. Come se non le vedesse.

 

A scuola

La Scuola è ronzio. Orecchie, testa. A volte cuore. Forse dipende da come ci vai. Il Tranquillo non ci è mai andato veramente, lo hanno sempre trasportato. Almeno fino a che è stato molto piccolo. Poi verso l’una aspettava che venissero a riprenderlo. Quando ha iniziato ad andare e tornare da solo, a dire il vero, è stato uguale, l’unica differenza è che doveva camminare.

Il Tranquillo non riconosce nessuno, compagni, insegnanti. E loro lo sentono. E lo adorano per questo, lo odiano per questo. Gli insegnanti, per esempio, non esistono. Sembrano figure proiettate. Hanno gli occhi dilatati, soffrono pene prolungate. Guardandoli si capisce una cosa: chi va a scuola ha un problema oggi, che prima o dopo finirà. Per chi insegna il problema è sempre, e durerà in eterno.

Storia, buona; italiano, buono; fisica, media (da capire bene); matematica, brutta. Il problema della scuola è chi ci va, e anche come ci va. Soprattutto un gruppo. Gli armati negli occhi, così gli è venuto di definirli un giorno, al Tranquillo. Si chiamano i Persecutori. Sono loro la minaccia, devi sempre tenerli sotto osservazione, dove stanno, cosa fanno, se bisbigliano tra loro in gruppo. I bagni sono pericolosi, anche se ti scappa non devi andarci, almeno non in certi momenti: quando sono mezzi vuoti, soprattutto al pomeriggio. Può succederti qualcosa. Basta che ci sia un angolo isolato, o una porta che stacchi il contatto visivo col resto della scuola, e il rischio è lì. Anche quando arriva la ricreazione. Troppo pochi a vigilare in un piazzale troppo grande, troppi ragazzini tutti insieme. Al suono della campanella inizia la fuga, i bagni si riempiono, poi via tutti a mangiare o nel cortile a rincorrersi. Nel flusso, tutto bene. Fuori, anche di pochi metri, problema.

Il Tranquillo all’inizio aveva elaborato una tecnica di difesa: rimaneva nel corridoio, vicino all’aula degli insegnanti. Lì si sentiva al sicuro. Almeno fino a che riusciva a starci, perché bastava che gli insegnanti andassero in blocco a prendere un caffè, alla macchinetta che sta di fronte alla stanza del Preside, e subito arrivavano i Persecutori. In tre o in quattro si avvicinavano a un compagno di classe, si guardavano intorno. Lo guardavano fisso, per intimorirlo, per fare pressione. Lo fanno ancora, a volte. Si appoggiano al muro vicino a qualcuno, lo spingono. Lentamente, sempre di più. Nessuno si accorge di niente, perché nessuno fiata, nessuno corre. Dovrebbe essere la vittima a dire qualcosa, ma gli occhi lo annichiliscono. Sembrano compagni di scuola composti, lungo il muro, da fuori non si vede niente. Se quello riesce a resistere fino al secondo suono della campanella, è salvo. Altrimenti a spinte lente, impercettibili, finisce in bagno. E inizia il circo. Certe volte la vittima cede senza combattere, non ha le forze. Fa tutto quello che gli chiedono loro.

Al Tranquillo è successo una volta sola. Dopo si era sentito male.

«Va tutto bene?» gli aveva chiesto la Prof, l’insegnante di italiano. Il Tranquillo le aveva fatto il sorriso che usa sempre quando è alle strette, quello a cui nessuno resiste, a cui tutti rispondono con un sorriso e si rassicurano. Ma si era appena pisciato nelle mutande. Poco, per fortuna, poi aveva saputo trattenerla. Da quel giorno è stato attento a dove stare, ha capito come funziona. E poi è anche cresciuto, si è sviluppato in un’estate, da bambinello che era s’è alzato di quindici centimetri, gambe lunghe, braccia lunghe, spalle più larghe, anche per via del calcio e degli allenamenti. E questo ha aiutato, un bel colpo di fortuna. Da basso era dura. Ora da alto va meglio.

Non piange mai, il Tranquillo. Almeno che si ricordi, non ha mai pianto, neanche quel giorno. In due o tre occasioni però ha pensato alla morte. L’ha visualizzata come fosse una porta socchiusa. Si è convinto che morire sia come quando nella Reggia non c’è nessuno e il Duende sta nella sua tana. O come quando tiri fuori il romanzo di Vonnegut di nascosto e ti danno qualche momento di tregua per leggere. Solo che poi nel libro legge: “La vita che ci attende dopo la morte è infinitamente più noiosa di questa” e allora va in confusione. Ma resta che quei pochi minuti di quiete assoluta, di silenzio, tra le pagine, col fiato della città che appanna i vetri da fuori, gli danno la sensazione che non può succedere niente, magari anche per poco. L’impressione di non essere lì, di non essere te. Come con le droghe. Una cosa bellissima.

Al Tranquillo piace la Prof perché quando c’è lei in classe nessuno muove un dito. Non si capisce perché. Con alcuni insegnanti, i ragazzini fanno la rivoluzione, come se dietro la cattedra non ci fosse nessuno. Quelli urlano, sbattono il registro, minacciano, ma non serve a niente. Qualcosa negli occhi, qualcosa nella mente. Qualcosa nelle vene. Il Tranquillo si è appuntato che deve capire perché con la Prof nessuno fiata. Anche quelle sono ore belle. Lui si rilassa, ascolta, seduto sulla sedia, la schiena appoggiata bene. Ha capito che i momenti che gli piacciono sono quelli in cui la Prof racconta una storia. Le storie ti acchiappano, non ti mollano. Se poi uno le sa raccontare, diventano irresistibili. Oppure in quei momenti pensa al Duende, che da fuori quasi non sembra cattivo. Prova perfino nostalgia di lui, per quanto si possa provare nostalgia di un inseguitore. Col Duende c’è qualcosa, ma non c’è la parola per dirlo.

Poi il Tranquillo guarda fuori dalla finestra. Pensa a cose che non sa descrivere, e che non sa nessuno. Descrivere le cose belle è difficilissimo, anche nei temi. Le cose brutte sono facili da raccontare, basta che parli della causa e spieghi gli effetti, invece le cose belle sono tutte indefinibili, non c’è mai davvero una ragione, e durano troppo poco perché tu riesca a identificarle. O forse servirebbero termini che lui non conosce. Le cose brutte sono ripetibili, mentre quelle belle non puoi ricostruirle dopo che sono accadute. Non c’è una formula. E poi te le dimentichi.

Lo sgridano spesso perché si distrae, o perché va fuori argomento. Ma lui non è che si distragga, proprio non sa fare meglio di così. Però, quando la Prof racconta le storie, non si distrae mai. Nella distrazione c’è qualcosa di tuo ma anche qualcosa degli altri. Forse la distrazione è quando l’asticella di quello che ti cattura si alza troppo.

Al Tranquillo piacciono le storie delle battaglie, perché anche lì è facile capire chi erano i buoni e chi erano i cattivi, e quando ci sono i buoni è facile sapere da che parte stare. Alle Termopili, o coi Cartaginesi, o a Lepanto contro gli ottomani. Anche la storia di Annibale e degli elefanti è fica. L’altro grandissimo è Colombo, che nessuno voleva credergli e invece aveva ragione lui. Anche se il più forte di tutti è Ulisse, non c’è partita: sia perché l’idea del cavallo di Troia è sua, sia perché poi Poseidone, che doveva essere uno un po’ come il Principe, prova in tutti i modi a farlo fuori ma non ci riesce, e quando torna a casa c’è la scena più bella, quella dell’arco che nessuno sa tendere, lui vestito da mendicante, e il figlio, e Penelope, ma soprattutto il cane Argo, che poi è l’unico che lo riconosce. Deve essere per via dell’olfatto. Forse il Duende è come Argo, lo trova sempre perché ha un olfatto sviluppato. Il Duende è l’unico che lo riconosce. Solo che Argo lo vedevano tutti, mentre il Tranquillo sembra l’unico a vedere il Duende. Capisci come si ingarbuglia sempre tutto?

© Mondadori

26/01/2021