Un saggio su di una tematica molto quotata da un po’ di tempo a questa parte (si pensi al fatto che l’argomento centrale dell’ultima lettera enciclica del regnante pontefice Leone XIV, Magnifica Humanitas, è proprio l’Intelligenza Artificiale) e però da un’angolazione sua propria: come si può, al giorno d’oggi, scrivere un libro sull’Intelligenza Artificiale senza minimamente ricorrere all’IA? Per Simone Regazzoni la risposta è al contempo semplice (nel contenuto) e complessa (nell’esecuzione, nel senso più pragmatico del termine): serve rimettere al centro il corpo, anzi, quell’ “unione di anima e corpo”, come la definisce Platone nel Timeo, la quale identifica l’essere umano nella sua accezione più elevata e completa, poiché solo in seguito all’allenamento vigoroso di entrambi i “comparti” egli può aspirare ad essere (e non solo ad apparire!) bello e buono, kalòs kai agathos!
L’Autore centra questo suo scritto (così come uno dei precedenti, La palestra di Platone. Filosofia come allenamento, Ponte alle Grazie, 2020, che ho avuto il piacere di leggere e l’onore di recensire qui su “Satisfiction”) su di un fatto lampante e cioè che, come si legge a pagina 138, “la filosofia contemporanea è strutturalmente sedentaria”; Regazzoni identifica anche un “colpevole”, non tanto di questo fatto in sé, il quale era già da diverso tempo implicitamente assodato, quanto di chi lo mise su carta una volta per tutte: trattasi di un nome che non necessita di particolari presentazioni, a meno che non si sia completamente digiuni di filosofia, Michel Foucault, il quale, era il 6 gennaio 1982, in occasione della prima lezione del corso al Collège de France che, dato successivamente alle stampe, andrà sotto il titolo de L’ermeneutica del soggetto, parlando di uno dei processi tramite cui il soggetto può modificare sé stesso, evoca l’ “askesis”, traducendo però il termine in una maniera certo foneticamente molto simile all’originale greco antico – “ascesi”, da intendersi quale “mero processo spirituale” -, ma ad esso non del tutto attinente, semanticamente parlando, valendo, in origine, “allenamento”.
Scendendo più ancora nello specifico della trattazione di Simone Regazzoni, egli, al contempo uomo di studio e di movimento (cioè, platonicamente parlando, un filosofo nel senso ginnastico – termine da rapportare a quel “gymnasion fuori dalle mura” [della città di Atene] che fu l’Accademia fondata e diretta dall’allievo di Socrate) – allievo a Parigi, presso l’Università Paris VIII – Vincennes, Saint Denis, di Jacques Derrida, addottorato in Filosofia, docente presso atenei e istituti a ordinamento universitario, insegnante dell’arte marziale tradizionale coreana Hwa Rang Do e cintura nera 1° dan di Tae Soo Do -, ritiene che un ulteriore aiuto alla comprensione di argomenti che, esaminati da un punto di vista che non è quello a cui il mondo dell’istruzione standard ci ha abituati possiamo faticare a gestire, possa giungerci dall’immaginare un incontro, anzi, un dialogo (ma sulla falsariga di quelli che si tenevano presso l’Accademia platonica, ove le disquisizioni intorno ai massimi sistemi non erano mai disgiunte dagli allenamenti di lotta) tra quell’Aristocle soprannominato “Platone” (“platys” in greco antico, significa “ampio”, “possente”, “largo”- a segnalare la fisicità prorompente del nostro, che era un abilissimo praticante di quella che possiamo definire l’ “arte marziale” tradizionale greca, il pancrazio, e fu vittorioso in più occasioni, sicuramente in un’edizione dei Giochi Nemei e almeno un’altra volta, le poche fonti di cui disponiamo discordano se in occasione di un’Olimpiade o di un’edizione dei Giochi Istmici di Corinto) e quello che fu, come si legge in quarta di copertina, “il più grande sportivo di tutti i tempi che è stato anche uno straordinario pensatore, Muhammad Ali”.
Entrambi sportivi, entrambi più avvezzi all’azione e alla parola che non alla scrittura, il tag team (per rimanere entro un ambito lessicale proprio degli sport di lotta) Platone-Ali, dalle pagine di questo saggio di Simone Regazzoni ci mette in guardia: anche quando sentite che il vostro scopo, la missione cui la vostra esistenza vi chiama è quella di produrre cultura, non fatelo mai disgiuntamente dal vostro corpo fisico; riguadagnate, nel pensare e anche nello scrivere, la posizione eretta (in senso fisico e morale) e, soprattutto, non lasciatevi impigrire, oltre che nel corpo, anche nella mente, delegando quante più mansioni possibile alle intelligenze artificiali generative!
In gioco c’è molto più di una mera, semplicistica opposizione allo strumento IA (ma siamo sicuri di non essere già noi gli strumenti?) che, al massimo, ci può far lanciare contro gli strali di chi ci accuserà di voler rimanere arroccati sulle nostre posizioni e di non accettare il tempo che scorre e la tecnologia che avanza. Del resto, riguadagnare la posizione eretta vuol dire, con altri termini, riguadagnare l’umanità, quell’umanità che si compone certamente di cadute e sconfitte che paiono ad un primo impatto insormontabili, ma che, una volta accettata nella sua completezza, e non soltanto nei suoi pro, può portarci o riportarci laddove mai avremmo pensato di andare o tornare, come successe all’uomo libero Muhammad Ali (l’ex “schiavo” Cassius Clay) a Kinshasa il 30 ottobre 1974, dopo 8 round che avrebbero abbattuto chiunque di Rumble in the Jungle, quando un atleta che, pur a soli 32 anni, sembrava destinato a vivere esclusivamente dei ricordi del suo passato, in parte glorioso, in parte umiliante, tornò sul tetto del mondo!
Alberto De Marchi
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Simone Regazzoni, “Platone nella Silicon Valley (Anima, Corpo, Intelligenza Artificiale)”, Ponte alle Grazie, 2026, 240 pagine, euro 16.90