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Sofia Torre anteprima. L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso

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La mia relazione si era spesso fondata su due pulsioni opposte: la voglia dell’altra persona di paragonarmi a un ipotetico oggetto di desiderio senza una propria volontà e il mio impulso a distruggere tutto con rabbia, rancore e nervoso”.

È in libreria L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso, di Sofia Torre (minimum fax, 2026, pp. 149, € 16).

Non è un libro contro l’amore, ma dopo l’amore. Quando l’amore ha già fatto il lavoro sporco, ha svuotato i cassetti, ha lasciato il maglione dell’altro nella borsa e se n’è andato senza abbozzare una teoria che lo giustifichi.

Questo è un testo che non cerca guarigione e non promette nulla. L’autrice scrive dal punto cieco della retorica sentimentale contemporanea, dove il dolore non diventa crescita e la sofferenza non produce capitale morale o moneta social spendibile.

Non c’è ricostruzione, c’è stanchezza lucida: “non riuscivo ad accettare che tutto l’amore e l’impegno che avevo investito nel mio rapporto non fossero stati sufficienti a garantirmi il lieto fine promesso da tutte le commedie romantiche”.

Il libro, a tratti saggio critico sulla letteratura di settore, funziona da manuale contro un certo femminismo e contro la pedagogia delle relazioni sane e l’idea che ogni esperienza debba “servire a qualcosa”.

Sofia Torre fa l’unica cosa davvero indecente: si lamenta e rivendica il diritto a farlo: “In un contesto tempestato da validi motivi per incazzarsi davvero ‒ la fragilità dilagante della nostra generazione come categoria, la precarietà economica e lavorativa ‒ sembra che la cosa più importante sia fare la figura delle vittime. Povere donne. Povere noi. Povera me.”

Il cuore del libro non è la storia sentimentale in sé, ma il suo riflesso ideologico: la vittima come figura centrale del nostro tempo, la sofferenza come scorciatoia identitaria, la bontà come obbligo femminile. Quando l’autrice cita Anna Karenina, Adele, Ottessa Moshfegh, Joan Didion, non lo fa per inchinarsi al canone, ma per denunciarne le crepe: donne accettabili solo se punite, sofferenti solo se eleganti, sgradevoli solo se eccezionali. Tutto il resto è isteria.

L’amore no è un libro scomodo perché rifiuta la riconciliazione. Non vuole “fare pace” con il trauma, né trasformarlo in una lezione per tutti.

È un libro che difende l’errore non come passaggio, ma come stato. Difende la mediocrità, l’inadeguatezza, il fallimento sentimentale con una voce che guarda il disagio da dentro e lo analizza come si analizza un sistema malato, senza speranza, ma con precisione.

L’autrice non cerca di piacere, ma scrive bene con una prosa nervosa, colta e ironica senza essere indulgente. In un panorama saturo di libri che promettono salvezza emotiva, L’amore no ha il coraggio raro di dire una cosa semplice e impopolare: a volte va male e basta e non c’è niente da imparare se non questo.

È un libro che cancella illusioni, narrazioni tossiche e obblighi morali e lascia il lettore sanguinante, in uno spazio spoglio, forse un po’ ingiusto, ma finalmente onesto.

Carlo Tortarolo

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Alla fine del 2022 non avevo nemmeno trentadue anni, una storia d’amore era iniziata e già credevo che le mie esperienze con i rapporti infelici fossero giunte al capolinea, come l’ultima fermata di un viaggio in treno, un percorso con una traiettoria lineare e di cui era possibile prevedere le fasi e le interruzioni. Nella mia testa ero già scesa: avevo trovato la persona giusta per me ed ero pronta a rimanere per sempre nella stazione d’arrivo della mia nuova felice vita amorosa. Sembrava tutto diverso: avevo persino accettato di fare le valigie per un motivo differente dal lavoro, annunciando ad amici e parenti che, almeno per un po’, la mia base sarebbe stata un’altra. Ce l’avevo messa tutta, partendo per una città che sentivo ostile con lo stesso spirito di gioiosa abnegazione che mettevo nei viaggi con le amiche e nelle trasferte di lavoro. Essere giudicata quella con l’accento diverso non mi spaventava: avevo nel cellulare un’app che monitorava i trasporti di un’altra città, nel portafoglio la tessera di un supermercato che non avrei trovato nella mia regione. Avevo deciso di rendermi quanto più gradevole possibile a persone che non avevo scelto di frequentare e di ignorare il fatto che, dopo mesi, mi guardassero ancora come un’intrusa e mi facessero pesare di non aver trascorso, come loro, quasi quarant’anni di vita nello stesso posto. Per quanto detestassi ammetterlo, la maggior parte del tempo mi trovavo profondamente a disagio, con la sensazione di non avere niente di degno di nota da dire nonostante mi fossi sempre considerata una persona interessante. In quel peculiare contesto, però, ero l’unica a pensarlo. Nessuno mi sorrideva, mi rivolgeva per primo la parola, né, tantomeno, chiedeva di me, anche se tutti conoscevano i fatti miei di seconda mano abbastanza bene da fingere un educato interesse, ma non mi importava: avrei sopportato volentieri qualsiasi seccatura in nome del grande amore. Avevo persino comprato dei quadri e delle cornici, come a sancire il patto di decorare i muri di una casa più duratura. Per la prima volta volevo rendere il luogo dove abitavo bello: significava annunciare a tutti, e soprattutto a me stessa, che ero innamorata e che mi sarei presa l’impegno di dare il meglio di me, in tutte le forme che ero in grado di immaginare. In primo luogo, ero disposta a pensarmi in una città che non avevo scelto: senza l’amore non vedevo il motivo di instaurare un legame definitivo con un posto piuttosto che con un altro. Non avevo davvero scelto di andarmene dalla mia città ma l’amore è raro, spesso non è ricambiato e non è dato chiedere che sia anche geograficamente vicino. Soprattutto, quando qualcosa sembra troppo bello per essere vero è perché probabilmente lo è.

Traslocare non servì a nulla. Il mio idillio sentimentale durò poco, anzi pochissimo: quanto bastava a ridurmi a uno straccio, a rischiare di mandare a rotoli il lavoro che coltivavo con cura certosina da quattro anni, a chiudermi in casa e a passare l’anno successivo a piangere, a giurare e a spergiurare a me stessa che non ci sarei ricascata mai più. Anche molti mesi dopo la sua fine, la mia storia d’amore mi sembrava un evento escatologico, qualcosa da cui sarebbe stato impossibile riprendersi veramente. Di certo, la sofferenza per un motivo che avevo sempre considerato secondario mi stava trascinando in un vortice di autocommiserazione e lacrime: non riuscivo ad accettare che tutto l’amore e l’impegno che avevo investito nel mio rapporto non fossero stati sufficienti a garantirmi il lieto fine promesso da tutte le commedie romantiche. Nonostante ovunque ‒ al lavoro, alle cene tra amici debitamente accoppiati, sui social e in buona parte dei pamphlet a tema che sembravano vendere tantissimo ‒ l’amore venisse celebrato come una forza dirompente e sempre positiva, il sentimento che avrebbe dovuto mettere fine a tutte le mie insicurezze e fragilità mi aveva resa guardinga e nervosa, quando non apertamente nevrotica. La positività non mi riguardava, la speranza neanche: l’idea di avere un altro rapporto sentimentale mi sembrava una trappola mortale. Chi avrebbe mai potuto amarmi? Ero sempre di cattivo umore, piangevo senza motivo, avevo sviluppato un gusto morboso per la solitudine. Anche la possibilità di innamorarmi iniziava a sembrarmi un processo macchinoso, difficile e, soprattutto, dispendioso in termini di tempo ed energie, qualcosa di poco adatto a chiunque volesse combinare qualcosa nella sfera lavorativa o creativa.

© Sofia Torre, 2026

© minimum fax, 2026

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