Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

Spettri Diavoli Cristi. Intervista a Riccardo Ielmini

Home / L'intervista / Spettri Diavoli Cristi. Intervista a Riccardo Ielmini

Spettri Diavoli Cristi Noi è il nuovo romanzo di Riccardo Ielmini edito nel 2025 da Neo edizioni, collana Iena. Un romanzo di luoghi e tempi che s’intersecano in una dimensione allo stesso tempo terrea e ultramondana. I punti di vista sono collage di corpi e ambienti, anche i morti raccontano, e le avventure reali si accavallano a visioni da realismo psicotico. Tutto è segno, futuro ancestrale. Un andare scrivendo che si forma compulsato e che per alcuni è il «cercare senso allo stare qui, dare la parola al dolore, alla gioia, al mistero, al sacro». Nonostante la scorrevole giostra di luoghi e situazioni che pare facile aver scritto, in realtà, per chi ha scritto il romanzo «la scrittura è attività piuttosto complessa» ma molto godibile per chi legge e cerca l’oltre del quotidiano, magico, superstizioso, a volte oscuro: «un momento notturno di racconto orale di vecchi e giovani davanti ad un falò, in attesa che venga giorno.» Spettri Diavoli Cristi Noi è un romanzo che «censura la scorciatoia, il già sentito, la voce dei maestri che abita dentro di me e la vuol fare da padrona» e in questo senso è soggettiva del desiderio autorale che segue il proprio percorso in farsi della storia, non predeterminata. Una voce che «risponda con una sua forza interna alla violenza esterna del mondo» e che fa della narrazione né mestiere, né contestazione del presente. Il romanzo di Ielmini è montaggio che non percorre una lineatrama ma rizoma immagini e cronotopi onirici, sentiero leggendario e stralci di profondità in-reale…

Gianluca Garrapa

#

Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

Le prime mosse del libro risalgono al 2012: di quell’anno ancora oggi è l’incipit. All’inizio c’era il desiderio di raccontare la formazione giovanile di un individuo, cattolico, del Nord, a cavallo fra la metà degli anni Ottanta e la metà dei Novanta. La scrittura è stata talmente lenta (più di dieci anni) che alla fine il libro è cambiato ed è parzialmente finito altrove. Mi chiedi perché abbia desiderato scriverlo: non so se esista una risposta. La scintilla è quella che è scintilla, credo, per tutti: e cioè cercare senso allo stare qui, dare la parola al dolore, alla gioia, al mistero, al sacro. Poi una volta che comincio a scrivere, scrivo, non faccio (anche perché non ho tempo) troppa riflessione sul perché: mentre scrivo le cose pian piano prendono forma, e forse è come se siano loro, le cose che racconti, quelle che hanno desiderio di essere dette.

Quando scrivi, godi?

Direi che la scrittura è attività per me piuttosto complessa (ma sarà così per tutti) ed è difficile esprimere cosa provochi al mio stato d’animo. C’è un po’ di tutto: se ti pare di aver trovato la quadra (linguisticamente, per esempio; o nella costruzione di una storia) allora c’è un certo godimento – come mi chiedi tu. Se invece le cose non vanno, allora scrivere è una lotta un po’ faticosa, che lascia strascichi anche sull’umore. Poi io cerco di prendere anche le distanze, con tutti i problemi della vita reale, del mondo e della storia, ma non è sempre facile, perché mi rendo conto che scrivere è una cosa seria, e quindi l’insoddisfazione per qualcosa che non avviene ha un proprio valore.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

Strutturalmente sentivo che mancava qualcosa. Così ho dato voce alla Contea, questo contenitore in cui avvengono le vicende del libro. Dare voce ad una terra, come se fosse una specie di nume tutelare, e provare a farlo al femminile, e per di più alla maniera di un recitativo lirico (il brano si chiama “Recitativo della Contea”) non è stato semplice e non so se ci sono riuscito. Ti trascrivo qui l’inizio:

Il mio nome è Contea, ma potrebbe essere Mondo o Universo o Cosmo o Inferi o Paradiso, o qualunque luogo o non luogo prima del grande botto al principio di tutto ciò che finirà. È un tempo che chiamano suppergiù 1990, ma potrebbe essere 1630 o 1797 o 1918 o qualunque tempo, che è una goccia, per me, che da millemila tempi pullulo di vita, morte, paura, gioia, desiderio, noia. Io accolgo le creature che dal culmine dei firmamenti precipitano nel tempo di carne e sangue, assisto alla loro fortuna, contemplo la loro rovina. Le ho amate tutte, le elettriche creature racchiuse dentro la stretta dei miei confini di boschi, laghi, acque, alture, gole che svelano micascisti, graniti, carbonati, cioè la mia ossatura nascosta e tetragona. Io amo i figli straziati da pestilenze nell’antico lazzaretto, perduti in guerre lontane, spazzati via da epidemie contadine e dalla silicosi per le polveri nelle vecchie manifatture. Li amo e li custodisco mentre riposano dentro il mio gigantesco ventre sotterraneo, mentre il soffio della Storia lambisce da millemila tempi la mia carcassa poggiata sul solco abbandonato di un ghiacciaio. Questo è il mio Nord, dove il gelo ancora striscia come una memoria negli inverni grigiazzurri, vuoti e silenziosi. La Storia ha soffiato su di me l’alfabeto intero del dolore, e ancora più dolore mi aspetta, perché io non conosco la mia fine, questo è il patimento che si staglia sul lungo orizzonte della mia tempra esausta

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Credo potrebbe essere un momento notturno di racconto orale di vecchi e giovani davanti ad un falò, in attesa che venga giorno.

Che rapporto hai con la censura?

In effetti non mi sono mai posto questo problema di rapporto, se intendi la “censura” come intervento castrante dell’autorità sulla libertà dello scrittore. Cioè, se vista in senso storico, cioè agli interventi di censura sugli artisti, ovviamente sono contrario. Se mi dici censura, su due piedi a me viene in mente Brodskji a processo, i verbali e gli atti processuali e le cose che dice a proposito dell’essere uomini e poeti. Ma non è, la mia, una posizione originale. Se invece ti riferisci alla censura di me su di me che scrivo, allora ti dico questo: formalmente censuro molto di quello che mi viene da scrivere. Una frase deve venire in un certo modo, no? Il mio modo. Quindi si censura la scorciatoia, il già sentito, la voce dei maestri che abita dentro di me e la vuol fare da padrona.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Nessuna delle due cose. Non può essere un mestiere perché non ci campo. Non è una contestazione perché non credo alla scrittura che nelle intenzioni, aprioristicamente, decide di raccontare e dire qualcosa che deve contestare. Men che meno oggi, quando lo status quo è estremamente volatile. Quindi quando uno contesta qualcosa, lo fa su una cosa che magari non è già più lo status quo. A me piace pensare che uno scrive perché sente di dover dire delle cose senza l’urgenza che esse siano contro qualcosa che lo circonda. C’era, mi pare, in Wallace Stevens, l’idea che la scrittura risponda con una sua forza interna alla violenza esterna del mondo: mi piace di più, come idea, questa, rispetto alla questione che poni.

Bonus track

Il territorio del tuo racconto è nel transito della frontiera, del paesaggio di confine e nel crinale, tra carne e immateria, tra pelle bucata e sogni che esplodono: e la tua scrittura è proprio una mappa di questo transterritorio: che dialogo hai con il contorno della letteratura: il paesaggio, la musica, il cinema?

Il paesaggio, il contesto in questo libro sono decisivi, tanto che, come ho detto, alla Contea ho dato voce come fosse un personaggio, e neppure marginale. L’immaginario cinematografico ha alimentato il mio immaginario di scrittura. La musica è spesso compagna di quella scintilla che fa partire la scrittura.

«Perché resti a guardare il cielo» gli chiese.

«Io guardo e chiedo delle cose»

«E cosa chiedi»

«Quello che desideriamo tutti»

«E cosa desideriamo?»

«Ciascuno di noi lo sa».: questo dialogo è tratto da Siderale, di Stella Foxy e Marcus Ford. Il desiderio e il vuoto incolmato raccoglie le fila del tuo narrare. Lo spazio del racconto non è euclideo, il montaggio non percorre una lineatrama ma rizoma immagini e cronotopi onirici. In Recitativo della Frida, Chiamatemi La Frida, e vi confesserò da questa nicchia dove sono stesa, è l’incipit, ho pensato a Machado de Assis, le Memorie Postume di Brás Cubas. Poi tra Le 2666 righe di Frau Ingeborg Bauer c’è lo spettro vivo di Bolano. Quale spettro di scrittore o scrittrice desideri ti appaia questa notte, e perché? Cosa gli chiederesti?

Ce ne sono tanti. Però dovendo scegliere, mi piacerebbe avere un “appuntamento a ora insolita”, come dice un suo testo, con Vittorio Sereni. Una lunga passeggiata sul nostro lago. Una sera di settembre. Avrei tantissime cose da chiedergli. Come ha fatto a scrivere il poemetto Un posto di vacanza, per esempio. Cioè, proprio chiedergli ma come ti è venuto, verso dopo verso. Poi gli chiederei di entrare nel senso della scrittura come idea dello “scrollare un peso e passare al seguente”, sapendo che “c’è sempre qualche peso di troppo, non c’è mai alcun verso che basti”, che, in qualche modo è qualcosa che (fatte le debite proporzioni fra me e il maestro Sereni) mi riguarda, che riguarda la mia postura nei paraggi della scrittura. E altro ancora. Ma se potessi, la lista degli spettri da incontrare è lunghissima…

#

Riccardo Ielmini, Spettri Diavoli Cristi Noi, Neo edizioni, collana Iena, 2025.

Click to listen highlighted text!