La parola della poesia di Stefano Agosti è un’indagine critica su quella parte di mondo che si nasconde tra le pieghe di un verso, che viene risvegliata da un accento, che mostra le sue contraddizioni grazie alla metrica. La parola poetica è forse la parte del linguaggio che più di tutte unisce pulsioni viscerali e significati raffinati, simbologie sonore e associazioni inattese.
La proprietà essenziale della parola analitica è esprimere, manifestare, trasmettere quello che essa non dice.1 Tale proprietà potrebbe convenire anche alla parola letteraria, e in particolare alla parola poetica: proprietà che in questo caso sarebbe quella di esprimere, manifestare, trasmettere ciò che non sta nell’ordine del discorso. Ovvero la produzione (la manifestazione) di un senso non risolvibile in termini di significato.
La poesia è un ambito autonomo della realtà e della lingua, nella quale, attraverso il capovolgimento negli abituali rapporti di forza tra piano sintagmatico e piano paradigmatico, è possibile un’interruzione della continuità ordinaria, non fine a se stessa, ma indirizzata a un cambiamento qualitativo, percepito sul piano del significante come su quello del significato. Se il linguaggio è una catena di relazioni ereditata, l’arte verbale non fa che attivare ciò che è originariamente reattivo del linguaggio ordinario: la poesia crea connettendo “ad arbitrio”. Jakobson arriva a considerare il linguaggio poetico come una liberazione di una capacità insita nel linguaggio stesso: creare connessioni e conseguentemente “mondi”.
Il confine tra ciò che è poetico e ciò che non è tale è divenuto sempre più sfuggente. Nella contemporaneità è riscontrabile il processo di avvicinamento dell’ordinario al poetico. Non soltanto i poeti cercano nell’ordinario il poetico, ma si assiste a una sempre più ingegnosa commistione del poetico al circuito dell’ordinario, che rischia di limitare l’uso della “poeticità” alle dinamiche del meccanismo della domanda-offerta, dominante non solo nel circuito economico, ma anche in quello culturale mass-mediatico, ambito ristretto del primo.2 La pubblicità, per esempio, prende del poetico ciò che le è funzionale per raggiungere i suoi obiettivi commerciali: si può facilmente intuire l’incidenza della funzione poetica nei moderni spot pubblicitari che si servono dei dispositivi formali tipici del linguaggio poetico, pur senza assegnare loro il ruolo determinante che svolgono invece in poesia.3
Se la poesia è riconoscibile in maniera sistematica nel prevalere della funzione poetica sulle altre funzioni del processo comunicativo, la poeticità di un’espressione verbale indica che in gioco non è la semplice comunicazione, ma qualcosa di più: la rilevanza del messaggio in sé chiama in causa il carattere dinamico del linguaggio – affine alla parole saussuriana – rispetto al suo carattere statico – relativo invece alla langue saussuriana. Il linguaggio quotidiano stilizza ciò che descrive, mentre il linguaggio poetico, in quanto emancipato dalla strumentalità della comunicazione, va al di là della stilizzazione, esprimendo la naturalità dell’evento e avviando una decostruzione del linguaggio ordinario stesso. Il linguaggio poetico mette in evidenza ciò che la percezione immediata generalmente fa cadere nell’oblio.4
Nella poesia, lo stesso veicolo di articolazione delle parole, ovvero le caratteristiche specifiche (fonologiche, grafiche, …) delle espressioni poetiche, è determinante per la comprensione del significato, che potrebbe dunque variare indefinitamente. La creatività del linguaggio poetico sta, inoltre, nell’evocare delle immagini mentali che possono essere poi modulate e interpretate dal lettore. La “strada immaginativa” viene percorsa in particolar modo dalla metafora, onnipresente nel linguaggio poetico. Anche se va sottolineato che la capacità creativa e “multimodale” della metafora poetica non costituisce motivo di discontinuità rispetto al linguaggio ordinario.5
Agosti sottolinea come ai radicali mutamenti nello studio del testo poetico, dovuti all’intervento di scienze quali la linguistica strutturale – esemplificabile soprattutto nel Cours de linguistíque générale di Saussure – e la semiologia – principalmente nell’elaborazione che ne ha effettuato Gremas – bisogna aggiungere quelli imputabili all’intervento della teoria psicoanalitica, in tutto il suo svolgimento nel corso dell’ultimo secolo, da Freud a Lacan.
La psicoanalisi e la poesia sono due pratiche che, seppur in modo differente, offrono al soggetto la possibilità di accadere nel linguaggio diversamente da quanto farebbe qualsiasi altro sapere. Ciò è possibile perché la parola del poeta, così come quella dell’analizzante, non è sottoposta al vaglio di un ordine del discorso che ne disciplina il gesto secondo le proprie categorie, andando così a sopprimere quell’urgenza particolarissima che contraddistingue queste due voci. Si potrebbe aggiungere inoltre che, proprio perché queste due pratiche rinunciano alla posizione di una parola-maestra, sono in grado di non mettere a tacere l’inquietudine che anima i loro discorsi, irrequietezza appunto di una parola che trema, esita, indugia a farsi riconoscere e che riflette senza mistero l’identità in corso di definizione del suo portavoce.
Parola inquieta dunque ma anche, per questo, parola sovversiva che rompe gli argini del discorso corrente e di ogni pretesa di sapere-già-saputo e incontra, da una parte la poesia e dall’altra la psicoanalisi, due pratiche simboliche capaci di ascoltare e raccogliere in un bacino di senso, uno per uno, tutti quei deragliamenti del linguaggio che ogni altro sapere avrebbe o brutalmente messo a tacere oppure collezionato orgogliosamente con tanto di nuova etichetta.6
La poesia nasce dagli sbandamenti della ragione più progettuale, essa scardina ogni pretesa intenzionalità per manifestarsi come effetto di deriva, come colpo di scena improvviso capace di aprire la strada a dirottamenti del senso imprevisti. Se la psicoanalisi costruisce la propria pratica a partire dalla natura ambigua del linguaggio e dagli equivoci che essa inevitabilmente comporta, la poesia glorifica questa ambiguità e si genera solamente in virtù della plurivocità del senso. Entrambi i saperi aprono uno spazio in cui il soggetto “diviene molteplice”7: egli si colloca al di là di una rappresentazione unitaria di sé in quanto parla, in analisi e in poesia, non da una posizione di coincidenza con il proprio dire bensì da un punto decentrato rispetto alla propria immagine. Ma se il compito dell’analisi è portare il soggetto a incarnare la propria parola, cioè ad assumerne, per quanto possibile il peso soggettivo, la poesia rimane quell’apertura in cui la parola evoca senza informare, quel luogo in cui nessuno può domandare più di quanto offra.8
Agosti percorre un itinerario tra le liriche di classici e contemporanei, inseguendone gli echi dentro e fuori dal canone: ecco allora che l’Infinito di Leopardi, in cui ogni lemma sfida l’indicibile, si giustappone ai grafemi di Orelli; la lingua mimetica delle onomatopee di Pascoli si proietta nelle deflagrazioni di Sanguineti; le creature verbali di Rimbaud trovano eredi nei tentativi di Blotto di trascrivere quanto sta fuori dall’ordine del discorso.
Come si fa a registrare verbalmente la percezione di un profumo? Del mal di denti? Uno stato di ansia, o di esaltazione? Lo stato dell’essere nella propria pienezza amorosa? Percezione di uno stato interiore significa che lo stato interiore viene registrato dal soggetto alla stessa stregua di un fatto inerente la fisicità. L’esperienza diventa ancora più eccezionale e complessa laddove si parla di percezione di un nome, di un pronome, o comunque di un elemento del linguaggio. In tal caso, il linguaggio risulta assunto dal soggetto alla stessa stregua di un oggetto materiale.9
Chi scrive versi lo fa per cercare qualcosa che non potrebbe trovare altrove10. Lo scopo della poesia è, infatti quello di rinvigorire la vita morale11. La portata etica dell’operazione artistica fa da corollario a una vasta maggioranza di riflessioni teoriche le quali riguardano in priorità il sapere proprio della letteratura, tanto che è un dato di fatto riconoscere in molte di esse la compresenza di tre elementi della serie analitica: caratteristiche stilistico-strutturali, portata cognitiva, effetto etico.12
Tra le cifre che caratterizzano la produzione poetica italiana degli ultimi cinquanta anni è possibile rinvenire proprio la persistente riflessione sul modo in cui le nostre percezioni e intuizioni colgono gli aspetti contraddittori della vita.13 In questo panorama letterario, l’ansia mimetica spinge l’artista verso forme di rappresentazione che, per quanto irrisolte o sospese tra la versificazione e il racconto, si offrono quale risposta a domande urgenti e perennemente irrisolte: qual è la ragione profonda della convivenza sociale? In che misura è proponibile una raffigurazione del mondo quando questo muta repentinamente? Spetterà allora al poeta il compito di rintracciare queste aporie.14 E al lettore, al critico, apprendere e comprendere le conclusioni. Avviare cioè un’ulteriore ricerca che non deve limitarsi, per Agosti, al semplice parlare dell’autore, della sua vita, dei suoi amori, bensì volgere l’interesse alla verbalità, alle strutture verbali. Egli stesso ha dichiarato di apprezzare la critica di Contini proprio perché diversa, in questo, rispetto alle altre.15
Ed ecco allora che il lavoro svolto da Agosti e riportato ne La parola della poesia è un cammino lungo le liriche di autori classici e contemporanei analizzate non solo seguendo il metodo dettato dalla linguistica strutturale ma anche quello psicoanalitico per riuscire a meglio comprendere le strutture verbali ma anche le risposte alle numerose e contraddittorie domande che i poeti da sempre si pongono.
Irma Loredana Galgano
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Stefano Agosti, La parola della poesia. Da Leopardi ad Augusto Blotto, Il Saggiatore, Milano, 2024.
1J. Lacan, Écrits, 1956.
2A. Serra, Linguaggio, poesia e realtà. Linguaggio ordinario e linguaggio poetico in Roman Jakobson, in RIFL, vol. 8 n° 1, 2014.
3R. Jakobson, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano, 1966.
4A. Serra, op.cit.
5F. Ervas, Natura multimodale e creatività del linguaggio poetico, in Rivista di estetica, n° 70, 2019.
6F. Perardi, Psicoanalisi e Poesia: la fede nella parola, in ali-to.it Associazione lacaniana internazionale Torino
7G. Deleuze, Divenire molteplice. Nietzsche, Foucault e altri intercessori, Ombre Corte, Verona, 1996.
8F. Perardi, op.cit.
9S. Agosti, Il testo degli istanti. Nota sulla poesia di Jaqueline Risset, in M. Galletti (a cura di), Jaqueline Risset “une certaine joie”. Percorsi di scrittura dal Trecento al Novecento, Roma Tre-Press, Roma, 2017.
10V. Magrelli, Che cos’è la poesia, Luca Sossella, Roma, 2015.
11B. Croce, In difesa della poesia, su La Critica, n° 32, 1934.
12C. Caracchini, Il pensiero della poesia: preliminari per un’esplorazione, in C. Caracchini, E. Minardi (a cura di) Il pensiero della poesia. Da Leopardi ai contemporanei. Letture dal mondo di poeti italiani, Firenze University Press, Firenze, 2017.
13E. Testa, Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Einaudi, Torino, 2005.
14M. Pecora, Lo schermidore lirico. La logica della dissacrazione nell’opera poetico-narrativa di Valentino Zeichin, in SigMa – Rivista di Letterature comparate, teatro e atti dello spettacolo, vol. 3, 2019.
15S. Agosti, Tre lezioni a Ca’ Foscari, A. Costantini (a cura di), Università Ca’ Foscari, Venezia, 2018.